Siete nati per non morire! Leiji Matsumoto a Lucca Comics

Nati per non morire.
Eterni pirati, eterni navigatori, eterni eroi. Leiji Matsumoto, leggenda degli anime e del manga nipponico, papà di Capitan Harlock, di Galaxy Express e di altre serie che hanno fatto la storia dell’animazione giapponese, si racconta al Press Cafe di Lucca Comics&Games 2018

Lucca 01/11/2018

Leiji Matsumoto inizia celebrando l’evento e ringraziando di essere presente in una città tanto amata. Da ragazzo era affascinato dall’architettura italiana del Rinascimento e questa passione sin dalle scuole elementari, per proseguire con le medie, lo aveva portato a cercare sulle riviste e sui cataloghi fotografici degli scorci da poter ammirare e disegnare. “Spesso sognavo di notte le immagini che raccoglievo e quindi le disegnavo come mi si presentavano.”

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Una carriera lunga e ammirata
Da maestro di umiltà Matsumoto ammette: “Anche io ho fatto tanti errori nella mia carriera, ma ho sempre cercato di disegnare quello che mi piaceva. Ho sempre studiato molto la storia, quindi anche la storia dell’Europa e anche i luoghi in cui essa si è manifestata.” E osserva: “Semplicemente ho messo su carta quello che desideravo fare e che mi piaceva vedere.”

Il futuro di Leiji (e della Terra)
“Tutta la mia opera, tutte le mie storie sono un viaggio che non finisce. Harlock, Esmeralda, Galaxy Express, sono tutti parte di un’unica storia, un puzzle di cui non ho intenzione di scrivere la fine. Vorrei poter continuare eternamente a scriverle e ritengo tutte le mie storie collegate e contigue.” Matsumoto afferma di imparare ogni volta che si mette dietro la pagina bianca, e non c’è termine a questa ricerca – sia quando scrive le storie, sia quando disegna. Attualmente – prosegue Matsumoto – “il mondo sta cambiando e io mi sto preoccupando di mandare, da artista come posso, un messaggio globale: non è più il momento di essere divisi, di avere differenze di religione, razza, frontiere, nazioni e di litigare fra di noi. La Terra e l’ambiente sono in pericolo e se non riusciamo a accantonare le nostre differenze, non ne usciremo affatto bene. E’ il momento di unirci, di imparare dalla storia e di proteggerci a vicenda. Dobbiamo lavorare insieme per andare avanti e proteggere la Terra. Io spero ardentemente che tutti possano lavorare per un futuro insieme.”

“Tutte le mie storie sono un viaggio che non finisce”

Spaghetti Western e Manga
Matsumoto ricorda il debito che ha verso il cinema di genere, segnatamente anche Sergio Leone. Tanto che da giovane collezionava riproduzioni di pistole da cowboy, finite copiosamente nei suoi manga. Più che di un film particolare però si è nutrito di tanti lavori statunitensi, non necessariamente e non solo western. Come sempre da bambino sognava le scene più drammatiche e quindi provava a disegnarle. Del cinema western italiano apprezzava la parte romantica. Alle superiori, da studente, era un vero divoratore di pellicole europee e americane.

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Sognare, cadere, rialzarsi, senza vergogna e senza resa.
“Credete sempre nei vostri sogni!” – Matsumoto insiste, rievocando l’immagine dell’umanità spaurita e invecchiata delle sue storie: “Tutti, ma specialmente i giovani devono sapere che sono nati per vivere. Non si nasce per arrivare senza reagire alla morte. Nessuno è nato per morire, ma per vivere. Vivere pienamente senza paura e senza rassegnazione. Il mio pensiero non è mai cambiato: tenetevi stretti i sogni che avete, credete in essi, portateli avanti. Vi ripagheranno con un futuro migliore” e esorta: “Oggi posso anche perdere, posso avere una brutta giornata, posso subire una grande sconfitta. Ma senza nessuna vergogna devo rialzarmi e credere nel mio futuro.” Questa fede di speranza e incoraggiamento è il messaggio a cui il papà di pirati, avventurieri e cowboy spaziali tiene di più.

In particolare Matsumoto torna al cinema e ricorda ancora una scena di Via col Vento: il momento in cui Scarlett O’Hara dice “Non avrò mai più fame.” In queste parole Matsumoto ha incontrato da bambino, in forma condensata, il messaggio che tutti gli hanno trasmesso e che ha sempre cercato di trasmettere: “Non mollerò. Non cederò. Lotterò sempre.” Che era poi lo stesso incoraggiamento che suo padre aveva per tutta la famiglia. “Alla fine di tutto – riconosce il Maestro – se c’è una persona a cui mi sono ispirato, quella è stata mio padre.”

“Mio padre: la prima fonte di ispirazione”

Il Treno dell’avventura
L’amore per i treni – racconta Matsumoto – deriva dal fatto che da ragazzo prendeva il treno solo quando poteva permetterselo. Lui è nato in una famiglia molto modesta, di Kyushu (una delle isole che compongono il Giappone, non la più grande), e viaggiare in treno era sempre per lui una grande gioia ma era eccessivamente oneroso. A diciotto anni ricorda di aver fatto i viaggi più belli, perché non comuni e sempre desiderati. Fu così che si innamorò dei treni, delle motrici, delle carrozze e decise di trasformarle nelle sue navi spaziali. Spesso non potendo salirvi di persona, sempre per ragioni economiche, ricorreva, come per le architetture, alle foto delle riviste ferroviarie per sognare e ispirarsi. Masumoto ha disegnato sempre cose reali perché hanno fatto parte della sua esperienza personale. Da quel momento negli anni ha chiaramente potuto permettersi i viaggi tanto sperati: è stato in Africa, a Machu Picchu, ha visto molti luoghi e molte cose, e tutta l’esperienza fatta lo incoraggia sempre a dare il massimo: “I miei lettori mi seguono e io mi impegnerò sempre a fare del mio meglio per loro.” Non solo: il treno è parte della sua gavetta, perché mentre, agli inizi della carriera, spediva i propri lavori agli editori a Tokyo, gli capitò di essere convocato per un incontro in redazione. Non aveva che la somma necessaria al viaggio di sola andata. “Partii comunque e per me quel treno fu l’inizio dell’avventura. Fu il viaggio che mi mise in cammino come autore. Quel treno era il modello C62, che portava da Kyushu a Tokyo in ben 24 ore. Era un treno famoso all’epoca; quindi è stato “il” treno che è diventato il mio Galaxy Express 999. Il treno del mio viaggio, della mia vita”.

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“Perché 999?” – domanda un giornalista. Mastumoto risponde: “Perché è un numero quasi completo. Non è 1000, la completezza, la totalità, ma è sempre un viaggio che non ha mai termine, conclusione.”

“Nel treno di Galaxy 999 c’è il treno della mia vita”

Le navi di Matsumoto: Yamato
Leiji Matsumoto ci confida che quando gli fu chiesto di realizzare l’anime della serie Yamato era molto preoccupato. Non sapeva come realizzare la storia, ma non voleva neanche perdere (aveva una trentina d’anni) l’occasione di entrare nel mondo dell’animazione. Voleva inizialmente realizzare un’avventura ambientata nello spazio, quindi ha preso a modello la nave storica della marina militare giapponese, la corazzata Yamato. Una nave vera, come il treno C62. Da lì il concept della vicenda era bello e pronto. Anche il concept dei personaggi gli era chiaro. Matsumoto rivela che il personaggio del comandante della Yamato (Capitano Avatar nell’edizione italiana, Juzo Okita nell’anime originale) era fisicamente e caratterialmente ispirato a ..suo padre (!), che era invece nella vita un pilota d’aereo che lavorava per i francesi prima dello scoppio della guerra. Lo stesso personaggio di Susumu Kodai (Derek nella versione italiana) era il suo fratello minore. Matsumoto racconta che in ossequio al principio di ispirazione realistica che lo guida, anche tanti suoi personaggi sono un riflesso delle persone vere incontrate nella vita.

Le Arti marziali, la guerra e la società
Matsumoto, alla domanda se siano o no presenti arti e discipline marziali nelle sue opere, risponde di non avere pensato a un’arte marziale specifica, ma nelle sue storie c’è sempre la filosofia del samurai, quella del celebre Miyamoto Musashi: mai arrendersi, lottare, non mollare mai. Da bambino in famiglia l’esperienza della guerra gli aveva insegnato a resistere. Anche lui, quando era rimproverato dai genitori cercava sempre di non abbattersi mai. Per giunta si ritiene un sopravvissuto della bomba, dato che il primo obiettivo dell’arma atomica caduta su Nagasaki era proprio la zona in cui abitava. Solo le avverse circostanze meteo, che non consentirono il bombardamento, avevano salvato lui, la sua famiglia e i suoi compaesani. Da abitante del Kyushu conosce molte vittime della bomba e molti sopravvissuti. Tutta questa esperienza è finita nei suoi disegni da quando ha iniziato, dai 15 anni. Col tempo il suo modo di guardare al mondo può anche essere cambiato come circostanze, occasioni, espressione esteriore, ma mai come attitudine di fondo. Anche la fantascienza e l’ambientazione spaziale di tante delle sue storie è dovuta alla necessità di ricominciare, ricostruire tutto dopo la devastazione bellica. In questo certamente c’era tutta l’energia liberata dalla sofferenza collettiva del popolo nipponico. Suo padre stesso era sopravvissuto, ma era tornato cambiato da un’esperienza tanto drammatica. “Erano anni, quelli del secondo dopoguerra – ricorda il Maestro – in cui le persone si aiutavano tutte senza neanche pensarci un secondo sopra. C’era la speranza di ricostruire tutto e l’energia data dalla fiducia di creare qualcosa di migliore. Tutti lavoravamo impegnandoci al massimo delle nostre forze, sempre sostenendoci a vicenda. Era imperativo sostenere i propri amici, andando più sul personale. Io sostenevo gli amici e loro sostenevano me. Lo stesso succedeva anche più in generale fra le persone. L’idea di non tradire gli amici è qualcosa che risale alla mia infanzia.” Pertanto, anche ripensando agli anni passati è per lui essenziale ricordare il nostro mandato vitale: “Siamo nati per vivere. Come allora ne sono convinto adesso: la guerra è una cosa che non deve succedere mai più.”

“Tutto è frutto dell’esperienza della realtà”

Le donne di Matsumoto
Ancora il cinema è la miniera del suo immaginario, ma stavolta non esclusivamente. Durante la realizzazione della sua prima opera da professionista, gli era stato detto che i personaggi femminili non erano stati disegnati bene. Matsumoto a seguito delle critiche si era quindi molto impegnato in seguito nel rappresentare al meglio i personaggi femminili. Il Maestro racconta di essere in questo caso stato ispirato dal cinema europeo, segnatamente quello francese e da una vicina di casa, straniera. Ricorda molto bene il personaggio del regista Julien Duvivier, interpretato dall’attrice Mariane Holt, in “Marianne de ma jeunesse” (NdR titolo ripreso poi ne “L’Arcadia della mia giovinezza”); quindi a questa immagine si sovrappose quella della sua vicina di casa, una svizzera, studentessa di arte. Furono proprio queste due donne il modello – inconscio – per Matsumoto che ricorda: “Non fu qualcosa di esplicito, ma anni dopo, riguardando a distanza di anni le donne disegnate da me, anzi il tipo ideale di donna da me ritratta, e queste due ragazze reali, compresi da dove provenisse la mia idea di femminilità e bellezza. Io disegnavo la donna proprio così, senza neanche saperlo, all’epoca dei fatti” Almeno sul piano fisico, perciò, è noto il debito alle sue (inconsapevoli) modelle.

“Le donne dei miei fumetti: il frutto di un incontro inconsapevole”

Il maestro quindi ci saluta con numerosi inchini. “Lucca è un posto così meraviglioso che non riesco a spiegare la felicità e la gioia di essere qui con voi e di ringraziarvi per il vostro sostegno.”

LA NOSTRA DOMANDA
Secondo Lei, Maestro, come è cambiato il pubblico, il lettore della fantascienza, con il progresso tecnologico degli ultimi dieci anni, specialmente rispetto all’epoca d’oro della fantascienza nipponica che Lei continua a raccontare?

Leiji Matsumoto – Rispondo alla vostra domanda dicendovi che scrivo sempre pensando a chi mi leggerà. Scrivo sempre per il mio pubblico. Non sono un autore che – diciamo – segue il suo progetto estetico, le sue idee, la sua visione e se ha un pubblico, bene, altrimenti …bene ugualmente. Nulla contro questa idea di arte, legittima. Ma io ho sempre in mente chi mi leggerà. Certamente sulle pagine ci sono le mie idee e i miei pensieri, però sono sempre orientati a chi mi segue. Per me è un processo più laterale, il fumetto è un incontro vero e reciproco fra autore e lettore. Ci influenziamo sempre a vicenda.

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