“Non chiamatemi Fantastico!” Dave McKean si sfoga su politica, visioni, fumetto e cinema

DaveMcKean scatenato al Press cafe di Lucca Comics&Games 2018: Gilliam e il cinema, editing e stato dei comics in UK e USA, empatia umana e disastri politici, illusioni e l’ultimo suo volume di fotografie: Apofania. Il poliedrico maestro inglese dell’illusione a fumetti ci racconta a cosa serve l’arte (e perché uccidere Dylan Dog). Con una nostra domanda esclusiva per NCOA.

Lucca 31/10/2018

Dave McKean ci parla del suo ultimo volume fotografico, uscito in occasione di questa Lucca Comics and Games 2018. Si tratta del volume fotografico intitolato “Apophania” (o “Apofania” in italiano), ossia “Illusione di significato”, una miscellanea assolutamente casuale dei suoi lavori, una selezione delle opere che più gli piacciono e tutte veicolanti l’idea che la giustapposizione di elementi casuali provoca nel nostro cervello un significato, un senso. A volte la confusione che crea tale senso è casuale; altre volte è solo apparente, è voluta e punta in una direzione specifica. Dave McKean ha cercato di includervi opere inedite in Italia.

Passando a Sandman Universe McKean rivela un po’ nettamente che non ci sarà una collaborazione con Neil Gaiman e che semmai si sta dedicando a ridisegnare le copertine delle serie a cui ha lavorato. Gli piacerebbe proprio realizzare delle cover per così dire “normali”, standard, specialmente considerando la consuetudine in uso di questi tempi.

Rievocando i tempi di “Casi violenti” e il fumetto inglese del periodo, McKean spiega che la sensazione dell’epoca era interessante, c’era una nuova energia che stava esplodendo. Allora in Inghilterra, dove viveva, c’era un gruppo di creatori come Alan Moore – il quale ha preso la sceneggiatura del fumetto e le ha fatto fare un rivoluzionario salto di qualità; in Inghilterra c’erano autori di talento, sul fronte disegnatori, ma sul lato delle storie e sceneggiature la qualità non c’era, il livello era anzi piuttosto mediocre, mediamente; Alan Moore ha cambiato tutto questo – continua McKean – “All’epoca sentivo di far parte di questo gruppo di autori innovativi. C’erano infatti alcune serie e alcuni fumetti che hanno agito esattamente come semi negli autori, artisti, studenti di belle arti, giornalisti e altri professionisti del settore. Poi sono passati gli anni e sembrò a ognuno che non fosse successo assolutamente niente e invece, proprio adesso, proprio in questo periodo, tali semi stanno sbocciando, stanno portando alla fioritura di piante meravigliose. Non è successo allora, è adesso che sta accadendo! Guardatevi intorno, andate a giro per gli stand di Lucca, ci sono tantissimi stili, tantissime storie, tantissime idee, tutte fantastiche, assolutamente straordinarie. Proprio ora stiamo vivendo un’età dell’oro dei Comics e se in qualche modo sono stato uno di quei seminatori, possi dirmi già molto contento.” Gli piacciono in particolare le storie in grado di raccontare visivamente, ma è la sceneggiatura a essere la chiave di una buona opera: “Ci sono tantissimi libri bellissimi ma privi di una storia stimolante, avvincente. Dobbiamo puntare a fumetti che abbiano per soggetto storie vere, semplici, concrete, che parlino di persone reali e di esperienze concrete: la vita, la morte, crescere i figli, innamorarsi, e che ci siano artisti capaci di coinvolgere. Ammiro anche molto i volumi che cercano di spiegarmi la politica e i problemi del tempo, e anche i libri di scienza che cercano di spiegare i fenomeni naturali o le cose come sono. C’è una nuova generazione di scrittori scientifici in questo momento, come Simon Singh, e ce ne sono un paio interessati a realizzare delle graphic novel. Come un’opera che ho letto recentemente a Losanna, di cui non ricordo bene autore e titolo, ma che era relativa alle camminate o passeggiate nei boschi e aveva un apparato visivo assolutamente interessante. Due anni fa ho realizzato un volume con lo scienziato Richard Dawkins, intitolato ‘The Magic of Reality’, la magia della realtà, che tratta il mondo con questa impostazione scientifica e in cui ho infilato alcuni fumetti”.

Su Karen Berger come editor: “Karen è stata molto importante per creare le condizioni necessarie alla formazione della prima etichetta editoriale della DC, la Vertigo, e era sicuramente una ‘script editor’; quello che importava è che tutti gli artisti facessero ciò che era importante per se stessi. Erano i creatori che davano l’input. Potrei dire che il periodo degli anni Ottanta del secolo scorso fu, da questo punto di vista del rapporto autori-editor e redattori, un momento d’oro: i matti, cioé gli autori e artisti, avevano preso il controllo del manicomio. Gli editor non avevano l’influenza o persino il potere che detengono oggi. Allora la faccenda era diretta da chi realizzava le opere e non dalle redazioni. Poi questo equilibrio di potere è mutato agli inizi degli anni Novanta. Le case editrici vedevano che alcune serie avevano più successo, altre meno e iniziarono a dirigere i lavori.”, almeno negli USA. Per quanto concerne lo stato dell’editoria e del fumetto britannico, McKean ritiene che attualmente ci sia un bel panorama e che le condizioni siano ottime, anche perché in Gran Bretagna a suo parere non c’è stata mai una vera industria del fumetto. Esistono però tanti interessanti coraggiosi editori indipendenti, come “No Wrou” (alcune cose sono state pubblicate da Bao in Italia) o altri editori non esclusivamente legati al fumetto come “Faber&Faber” e altri, inclusi i venditori al dettaglio. “C’è tutta una nuova generazione di artisti che usano il fumetto. Tutte persone che avrebbero scritto dei romanzi o avrebbero puntato sulla TV, e che invece adesso usano il fumetto come medium.”

Attualmente McKean, che è sempre stato un pioniere dell’uso della computer grafica, racconta che i suoi strumenti sono principalmente i media tradizionali: dipinge, disegna sempre in analogico. Matita, carta, colori. Usa il computer solo per scansionare le opere e miscelarle o controllarle, talvolta usandolo molto, talaltra usandolo poco. Ma non ama disegnare al computer. Ama e vuole che la parte fisica sia predominante perché in essa è tutta la nostra umanità. Trova che le opere realizzate esclusivamente in CG siano prive di calore e finiscano per sembrare come di plastica, uniformi, prive di energia.

Quanto agli ingredienti della buona arte e della politica “E’ davvero molto difficile parlarne. Il mondo si trova in uno stato che rende estremamente difficile afferrarlo, capirlo, controllarlo in qualche modo. Certo può sembrare ridicolo pensare che i fumetti e l’arte possano avere un ruolo” ma – secondo il suo parere – “l’arte ha la funzione di mostrare alle persone nuovi punti di vista, nuovi modi di cogliere la realtà, e quindi creare più empatia generale fra le persone” mentre la politica attuale sembra andare nella direzione opposta. Questo sarebbe il ruolo dell’arte, e proprio per questo McKean non ama l’arte come escapismo nella fantasia. Personalmente non ha nulla contro chi sceglie di fuggire nelle proprie fantasie, più o meno estetiche, più o meno alternative al vero, ma pensa che sarebbe meglio per l’arte spingere le persone a agire più empaticamente, a collegarsi fra loro, non a scappare da una realtà vissuta come sgradevole o ingiusta. McKean, interrogato dai presenti sulla politica attuale, si sbilancia decisamente: “Tempo fa ho iniziato un libro intitolato “Caligaro” e sin dalle prime fasi avevo immagnato due finali diversi: uno più lieto e uno più pessimista, grigio, di cui non ero oltretutto neanche tanto convinto. Oggi, guardando alla realtà politica internazionale, e segnatamente a quella inglese, posso dire che avevo fatto bene a prevedere il peggior finale. La Brexit, che è arrivata oltretutto a metà della stesura di questo libro, è stata un disastro, una cosa incredibilmente idiota, stupida, arrogante. Il finale di Caligaro parla proprio di questo, è tutto questo.”

McKean regista.
Non ha intenzione di tornare dietro la macchina da presa, anche se ama e si diverte ancora creare visioni filmiche, ma trova sia l’ambiente del cinema, sia il processo della regia, estremamente frustranti. “Ho sprecato un sacco di tempo a cercare di realizzare film e a trovare i finanziamenti, tutte fasi in cui non si crea praticamnete nulla è estremamente frustrante. Questo non è il lavoro che sogno. Mi piace l’idea di realizzare qualcosa, e avere la libertà di farlo subito, ma mi sento come se non avessi più tempo per farlo e cercare di far marciare le cose è altra faccenda che creare dietro la macchina da presa. Oltretutto è molto difficile realizzare i film come li vorrei davvero” Allora è tornato alla carta che non richiede sforzi del genere per mettersi a creare e che lo lascia decisamente libero di fare come crede. “Se durante questo processo mi si presenterà la possibilià concreta di fare un film, di mettere su pellicola le mie storie, lo farò volentieri, ma per ora non mi metto alla ricerca di questo.”

Uccidere Dylan Dog: in un’intervista del 2010 a Perugia Dave McKean aveva consigliato ai giovani fumettisti italiani di “Uccidere Dylan Dog” [tutti ridono!]

Dave McKean – “Probabilmente ero davvero di pessimo umore” [ridiamo ancor di più]

A distanza di anni McKean ritiene di non ricordare esattamente il contesto esatto in cui aveva emesso, per scherzarci su, la ‘fatwa’ contro l’Investigatore dell’Incubo ma che probabilmente si era espresso in Italia come tendeva a fare negli USA quando invitava a “uccidere Superman” o quando nel Regno Unito invitava a uccidere il Giudice Dredd. In realtà con queste espressioni vuole invitare gli artisti a non vivere nel passato o nella nostalgia, ma a sforzarsi di inventare storie sempre nuove, sempre fresche.

LA NOSTRA DOMANDA
Hai parlato di cinema. Noi vediamo un grande parallelismo ra le tue visioni e l’universo di Terry Gilliam. Hai visto “L’Uomo che uccise Don Chisciotte?” Ti piacerebbe collaborare con lui a un film o in altro modo?

Dave McKean – Conosco molto bene Terry e siamo buoni amici. Ho sempre avuto con lui una sorta di affinità (kinship), e trovo molto buffo che ambedue veniamo spesso considerati come grandi autori del fantastico. Tutti e due detestiamo questa parola e questa chiave di lettura, quando applicata al nostro lavoro. Noi usiamo l’immaginazione solo come lente per descrivere meglio la realtà. Oh, io adorerei davvero lavorare con lui a un progetto o film. Il problema è che Terry è totalmente pazzo, lui sarebbe un osso duro con cui avere a che fare. Lavorare con lui sarebbe una fatica tremenda anche se mi piacerebbe davvero farlo. Va anche considerata un’altra cosa: Terry è adesso molto vicino al pensionamento e sta probabilmente avendo intenzione di non realizzare più film. Ho la sensazione che “L’Uomo che ha ucciso Don Chisciotte” sia veramente il suo ultimo capolavoro. Ne ho letto più volte lo script in precedenza, tre o quattro versioni fa, prima che cambiasse nelle ultime stesure (e chi sa quanto è cambiato da allora che lo ho letto). Non ho visto il film ma lo farò certamente. Ho la sensazione che abbia nella sua essenza qualcosa che è totalmente Terry. E’ sempre stato con i suoi migliori film, come Brazil, come con quelli meno riusciti della sua carriera. L’essenza dell’opera di Terry Gilliam è questa empatia estremamente forte, sia per i suoi personaggi e in genere per il suo pubblico.

 

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