Jonas Kaufmann e Anja Harteros fanno splendere Andrea Chènier alla Staatsoper di Monaco

Recensione della recita del 2 dicembre 2017 – Staatsoper di Monaco

Direttore Marco Armiliato

Regia Philipp Stölzl

Regiemitarbeit Philipp M. Krenn

Scene Philipp Stölzl, Heike Vollmer

Costumi Anke Winckler

Luci Michael Bauer

Direzione del coro Stellario Fagone

Andrea Chénier Jonas Kaufmann

Carlo Gérard George Petean

Maddalena di Coigny Anja Harteros

Bersi Rachael Wilson

Contessa di Coigny Helena Zubanovich

Madelon Larissa Diadkova

Roucher Andrea Borghini

Pierre Fléville Johannes Kammler

Fouquier-Tinville Christian Rieger

Mathieu Tim Kuypers

Un Abate Ulrich Reß

L’Incredibile Kevin Conners

Il Maestro di casa Callum Thorpe

Schmidt Callum Thorpe

Dumas Alexander Milev

 

Bayerisches Staatsorchester

Chor der Bayerischen Staatsoper


Cos’è che vince nel popolarissimo capolavoro di Giordano, l’amore, la poesia, la violenza… Non vince niente e nessuno, tutt’intorno è fango e sangue, il mondo gira impazzito, si capovolge e genera una macrocosmica infelicità che travolge tutto e tutti. Anzi, no, vince la morte, si muore gridando e cantando l’amore, l’unica forza motrice che ci spinge a vivere e a non arrenderci, ma si muore, nonostante l’amore. Vittime di una violenza cieca e perversa.

E l’allestimento di Philipp Stölzl, andato in scena per la prima volta nella scorsa stagione qui alla Staatsoper di Monaco, con un cast pressoché identico, con l’eccezione del ruolo di Gérard che fu interpretato da uno strepitoso Luca Salsi, mette prodigiosamente in scena quel mondo, in un caleidoscopico alternarsi di tableau vivant sovrapponendoli, mettendoli in mostra simultaneamente, in un gioco teatrale da togliere il respiro. Un approccio alla materia mutuato dal cinema, in un montaggio serrato, dissolvenze incrociate che impongono allo spettatore un’estrema mobilità nell’osservare, nel cercare, nel cogliere il particolare.

Esperimento, questo, già tentato dallo stesso Stölzl per il dittico Cavalleria Rusticana e Pagliacci a Salisburgo circa due anni fa. Nel caso di Andrea Chénier, questa complessa macchina teatrale funziona meravigliosamente bene sia nel restituirci il caos di un momento storico tra i più sconvolgenti e decisivi per la nostra storia recente, sia perché ci consente di guardare a quel controverso periodo osservandolo da prospettive diverse: nel primo atto, nella parte alta della scena, tutto lo sfarzo del salotto aristocratico e sotto, gli antri della servitù, alla miseria si sovrappone la ricchezza sfrenata.

E mentre subiamo il fascino suscitato dagli ambienti, riprodotti con sorprendente realismo, attraversiamo la Parigi tra il 1789 e il 1794: i salottini delle Meravigliose, gli spazi destinati alla prigione e alla tortura, le piazze affollate, lo spaccato di un teatro settecentesco che compare nel primo atto all’interno del quale si rappresenta la scena delle pastorelle e, da ultimo, la ghigliottina che incombe, terribile, sopra l’ultima cella di Andrea Chénier.

Dentro un contenitore di tanta ricchezza e bellezza si muoveva un cast indiscutibilmente stellare, su tutti Jonas Kaufmann e Anja Harteros. Kaufmann veste i panni di un personaggio che è suo, gli appartiene fisicamente e vocalmente. Il colore ambrato del suo timbro, fin dalle primissime battute, screziato e venato di malinconia ci offre immediatamente la cifra interpretativa del personaggio. Si muove con estrema disinvoltura nel Dì all’azzurro spazio toccando tutte le corde espressive che l’aria richiede. Lirico, e poi svettante e furibondo nella parte centrale, appassionato nel finale, come a dire che l’Amore è il fulcro tematico intorno a cui ruota l’opera e, pure, l’esistenza umana. Bellissimo e perfetto il duetto con Maddalena nel secondo atto con Anja Harteros in stato di grazia. Mezzevoci stupende e grandissimo affiatamento. Nella scena del processo Kaufmann getta le furibonde risposte in propria difesa davanti ai giudici in un crescendo drammatico sostenuto da un canto potente e robusto, supportato da un istinto attoriale di straordinaria efficacia. L’aria e il duetto finale con la Harteros coronano un’interpretazione memorabile.

Anja Harteros, che possiede un timbro bellissimo, che tutti conosciamo, ma pure una tecnica e un’intelligenza interpretativa di grande spessore e raffinatezza, offre del suo personaggio, Maddalena di Coigny, un ritratto vivo, denso di sfaccettature. La ragazzina del primo atto diventa donna matura e consapevole, pur nella sua fragilità e con le sue paure, consapevole della forza dell’amore a cui affida la propria salvezza. Gioca molto sui chiaroscuri, ma sfodera un temperamento prepotentemente drammatico e pieno di passione nella scena con Gèrard. Emozione pura è l’esecuzione de La mamma morta, elegiaca, dolente e poi appassionata e poi ancora dolente e rassegnata. I duetti con Kaufmann, poi, ribadisco, brillano di luce propria.

Gérard era George Petean, voce autorevole, di grande spessore e bellezza. Interpreta un personaggio di grande complessità, in cui convivono sentimenti contraddittori in continua evoluzione. Domina vocalmente la parte, anche se un po’ statico sotto il profilo della recitazione.

Ottimi il Roucher di Andrea Borghini, la Bersi di Rachael Wilson e il Mathieu di Tim Kuypers. E come sempre, di grande effetto uno dei momenti più toccanti e più belli dell’opera, la scena della vecchia Madelon, interpretata con intensa commozione da Larissa Diadkova.

Alla guida della straordinaria Bayerisches Staatsorchester, Fabio Armiliato che continua a regalarci direzioni di magniloquente bellezza.

Teatro esauritissimo e grandi ovazioni finali con almeno una quindicina di chiamate.

Sandro Corti

 

 

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