Toruccio il presidentissimo

Novella n°29 dalla raccolta “Era il mio paese“


Ogni paese aveva una sua squadra di calcio. Come ogni paese limitrofo, anzi, di più rispetto agli altri paesi dei Nebrodi, la nostra squadra di calcio era bella ed era forte, ma da qualche tempo era diventata troppo forte e, per competere a certi livelli, bisognava “comprare”.

Parola, quest’ultima, di per sé abbietta, ma nel calcio era l’unico modo per essere forti, sempre più forti.

E così si affacciavano presidenti portentosi che pagavano a peso d’oro “semicampioni” che arrivavano dal mare e che, nelle intenzioni delle “lungimiranti” dirigenze della nostra squadra “Regina”, dovevano sfondare tra le mura amiche del mitico Ducezio e portaci, chissà, almeno in Eccellenza.

Ma i soldi finivano, i presidenti se ne andavano e i sogni svanivano…

I ragazzi del paese stavano a guardare perché nessuno pensava a loro. Se eri forte, anzi fortissimo, avevi qualche possibilità di panchina, se eri mezzo mezzo, be’, facevi il raccattapalle. Se eri scarso come me, potevi guardare la partita o tifare… e sperare.

Poi, un giorno qualcosa cambiò…

Alcuni volenterosi, stanchi di questa politica sportiva, decisero di fondare una nuova squadra, più per i ragazzi che per i grandi, iniziando da subito a fare ben due squadre giovanili.

Il paese fu in subbuglio, volavano cartellini e fototessere da tutte le parti, si facevano pulmini per le visite medico-sportive, si sognavano completini, magliette, tute e borsoni anche per noi, quelli scarsi, quelli fortini, i raccattapalle della “Regina”. Anche per i totalmente impediti c’era una possibilità…

E così, da questo fervore, nacque l’ ASCR, la Cenerentola del paese, la squadretta di quelli esclusi, ma che faceva giocare tutti, dai pulcini ai più grandi.

Poi, un giorno, anche per la Cenerentola ASCR arrivò il Principe Azzurro, e così noi piccoli allievi conoscemmo Toruccio, il presidentissimo.

Dall’aspetto imponente, il presidentissimo si distingueva per il suo fare garbato e gentile, mai una parola fuori tono, mai una caduta di stile, mai un rimprovero fuori posto, anche se, a volte, eravamo in grado di fare incazzare anche lui. Allora la sua voce stridula percuoteva i nostri timpani e ci faceva star male perché sapevamo che, in fondo, ci voleva bene e che, per essere arrivato a quel punto, evidentemente l’avevamo fatta grossa.

Arrivarono anche per noi le magliette, le tute, i borsoni, le scarpe, ma soprattutto arrivò qualcosa che non ci aspettavamo. Partita dopo partita, allenamento dopo allenamento, pizza dopo pizza, lite dopo lite, sconfitta dopo sconfitta, ci accorgemmo di essere diventati amici. Totò il portierone, Sandro il perfetto centrocampista, Germanà il bomber, Zumbino il rude stopper, Antonio Maresciallo l’ala volante, e poi Giacomo Tedesco, Biagino, Montagna, Ture Bidello, i gemelli Mauro e Gero, Dario, Fabrizio, Alessandro Prattela, tutti sapevamo che, forse, non saremmo mai diventati campioni, ma che almeno, nel nostro cuore, avremmo conservato il ricordo di quei momenti insieme, quando il calcio per noi non era la prestazione, il gol, o “quanto mi dai per giocare”, ma era soprattutto ridere, divertirsi e tornare a casa, magari con quattro gol sul groppone, ma con la voglia di rivedersi al campo per l’allenamento al martedì successivo.

Toruccio il presidentissimo ci cullava in tutto questo come fossimo suoi figli, il giorno della partita ci preparava i panini, irrompeva al liceo durante la ricreazione e mi consegnava la borsa contenente due panini a testa, all’uscita di scuola ci caricava sul suo camper attrezzato a mo’ di cucina e, per chi non aveva mangiato, preparava una fettina di carne al volo.

Qualcuno, sbadatamente, dimenticava il documento d’identità e allora si sparava, se necessario, settanta chilometri per andare a recuperarlo affinché tutti potessero giocare e divertirsi, perché era questa l’unica cosa che contava per lui. Ecco perché era il presidentissimo: perché aveva un cuore grande e non aveva bisogno di “direttori sportivi”, “commissari tecnici” o altri sapientoni. Il suo affetto per noi colmava ogni lacuna tecnica, ogni mancanza, ogni gol sbagliato e ogni gol subito.

In cuor nostro pensavamo che non avremmo mai potuto ripagarlo sul campo per quello che stava facendo per noi, ma ci sbagliavamo.

Il destino dà sempre una possibilità, e questa possibilità arrivò in un freddo gennaio…

Derby cittadino fra le squadre giovanili della Regina e della Cenerentola.

Il Ducezio era gremito, incuriosito da questa sfida inedita.

La gara era tesissima, nessuno voleva perdere e solo un colpo di fortuna poteva deciderla, ma anche in questo il destino disegna a volte traiettorie impensabili.

La palla, battuta da calcio d’angolo, dopo una ribattuta miracolosa del portiere Zenga arrivò sui miei piedi, a cinque centimetri dalla linea di porta. Bastava toccarla e…

Scaricai tutta la rabbia e la gioia insieme per quel momento, per quell’attimo sognato da tempo. L’impossibile si era realizzato! Avevo segnato: uno a zero per noi. Sfuggendo alla presa dei compagni impazziti di gioia, corsi ad abbracciare il presidentissimo in lacrime. Il gol era suo, tutto suo, per tutto quello che aveva fatto per noi.

Nel secondo tempo segnammo altri due gol. Tre a zero. Eravamo noi la Regina, adesso.

Festeggiammo con un tuffo generale nella “pozzanghera preferita di Fabrizio”, vicino al calcio d’angolo, il presidentissimo non fu da meno e la gioia fu generale.

All’indomani, quando mi svegliai, ripensai a quegli attimi e mi accorsi che quel gol fatto alla vita, più che alla Mamertina, mi sarebbe servito soprattutto a non dimenticare quei momenti, quei compagni, quella pozzanghera, perché sapevo che un giorno le traiettorie impossibili del destino mi avrebbero ridato la palla sulla linea di porta e io avrei ricordato una persona unica, impagabile e onesta, conosciuta nel mondo del calcio e per questo ancora più grande. Forse bastavano tanti soldi, grandi acquisti e altrettante enormi promesse per essere presidenti di una squadra di paese, ma a lui era bastato solo avere un cuore grande, capace di amarci come figli per stamparsi nei nostri piccoli cuori e nei nostri indelebili ricordi. Ed era bastato solo questo e un tuffo in una pozzanghera per essere non il presidente di una stagione, ma il presidentissimo di una vita.

©Cristiano Parafioriti

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