Fabio Frizzi e il business delle nocciole

Novella n°25 dalla raccolta “Era il mio paese“


Fabio Frizzi era l’anima del quartiere e lo era nettamente. Abitava nel centro storico del quartiere Pilieri, aveva una famiglia numerosa che fra sorelle, fratelli, zii, zie, cugini e cugine riempiva ogni angolo e ogni via. Poco magnanima nel dispensarlo in statura, madre natura aveva pensato bene di ricompensarlo in ingegno, anzi la sua inventiva superava di gran lunga quella di tutti noi. In questo, Frizzi era di certo il più alto tra di noi.

Quella volta ci trovammo al risveglio delle feste d’agosto un po’ tristi, perché l’estate per noi tutti finiva il 27 agosto. Ma, in realtà, in quest’angolo di paradiso chiamato Sicilia, fino all’inizio delle scuole era estate piena.

Gli amici di Milano che avevano ravvivato quei mesi con il loro accento suadente e i loro giochi erano mestamente partiti per tornare al freddo Nord. La via Mercato, la via Mortaretti e la via Libertà erano diventate tutte figlie tristi e silenziose della via Pilieri, ma mancava ancora un mese al silenzio da scuola e qualche cosa dovevamo dunque inventarci.

Frizzi era una lampadina sempre accesa, per questo pensare e inventare era il suo compito, già in quei mesi aveva escogitato un modo particolare di guadagnare qualche moneta bicolore da cinquecento lire o, nel migliore dei casi, una mille lire col faccione di Marco Polo.

Aveva pensato bene, infatti, di usare la pavimentazione fatiscente del quartiere fatta di mattonelle in pietra lavica per creare degli utilissimi posacenere. In pratica si iniziavano a togliere le mattonelle dalla parte dove la via era rotta e con un chiodo e un martello si incavavano fino a renderle oggetti “a forma” di posacenere. Lui, naturalmente, in questo era il migliore, aveva un’incredibile capacità manuale e i suoi manufatti andavano a ruba, anche perché con tutti i parenti che aveva in giro e con la sua proverbiale faccia tosta non aveva problemi ad alimentare il business.

Tuttavia, dopo un po’, il business finiva, soprattutto perché non si poteva smattonellare tutta la via e perché forse il rapporto lavoro–guadagno-divertimento era poco remunerativo. Molti di noi (io per primo) non erano bravi a scolpire e rompevano le mattonelle, altri non sapevano come e a chi venderle, altri avevano paura a togliere le mattonelle dalla strada e così per quegli ultimi giorni d’agosto e per il lungo settembre qualcosa si doveva inventare.

E allora Frizzi pensò un po’, cavalcò l’onda del periodo e arrivò con la nuova idea imprenditoriale per quei giorni che ci avrebbe assicurato divertimento e qualche spicciolo: avremmo raccolto le nocciole per rivenderle alla merceria Destro.

Facile a dirsi, pensammo tutti, ma poi chi ci dava le nocciole? Saremmo stati sotto padrone? Avremmo dovuto dividere il raccolto col proprietario del terreno? E poi, comunque, era troppa fatica, al chilo ci davano due–trecento lire. Stavolta forse Frizzi l’aveva sparata grossa!

E poi c’era Ture S., il più grande di noi, quello con più esperienza; la sua parola per noi era legge e lui era timoroso e scettico, conosceva bene Frizzi e la cosa non lo convinceva, era sospettoso.

Ma lui, come sempre, non si arrendeva al nostro scetticismo e cercava di convincerci in ogni modo.

Indicò la tovaglia cerata sulla quale giocavamo a carte come ottimo sacco su cui riversare le nocciole raccolte e ci assicurò che aveva un posto segreto dove la terra era stracarica di noccioleti pieni di frutti che avremmo raccolto con facilità in quanto di proprietà di un suo ipotetico parente. E poi… perché non tentare? Così, solo per gioco… almeno un pomeriggio.

Ture S. fece un mezzo cenno di assenso e questo convinse anche noi, così quel pomeriggio ci armammo di tovaglia e di buona volontà e ci dirigemmo verso la campagna.

L’andatura che aveva impresso al gruppo mi aveva insospettito, perché lui per primo si muoveva quasi furtivamente, come se andassimo a rubare, eppure ci stavamo recando sul terreno di un suo zio, qual era il problema?

Giunti sul posto ci accorgemmo effettivamente che Frizzi non ci aveva preso in giro: le nocciole c’erano… belle grosse e mature, e ce ne erano davvero tante!

Allargammo sul terreno la tovaglia cerata e iniziamo la copiosa raccolta, il gruzzolo di nocciole saliva a vista d’occhio e, mentre già ci chiedevamo come poterlo richiudere per portarlo via, ecco che dalla vallata vedemmo salire minaccioso verso di noi un uomo tenebroso e infuriato. Non poteva che essere il vero padrone del noccioleto e di certo capimmo che non era proprio lo zio di nessuno di noi.

Iniziammo, dunque, una lunga fuga verso la strada. Io raccolsi la tovaglia cercando almeno di salvare una parte del bottino e, a gambe levate, scappai con gli altri. Così, tra burla, paura e risate, riuscimmo a raggiungere il vecchio quartiere ansimando.

Il bottino era meno che dimezzato. Tra quelle che avevo lasciato giù sul posto e quelle perse per strada, di nocciole ne rimanevano veramente poche.

Eravamo sconsolati e preoccupati di essere stati riconosciuti. Se il padrone riferiva l’accaduto ai nostri genitori erano guai e la cosa per me peggiorò quando sentii da lontano il passo inequivocabile di mio padre che stava scendendo verso la piazza. Intimai agli altri di nasconderci perché lui avrebbe capito vedendo quelle nocciole e comunque le nostre facce stravolte dalla lunga fuga avrebbero destato sospetto.

Frizzi pensò bene di riparare all’interno della vecchia casa dello zio. Lo stabile era disabitato e veniva usato solo come magazzino. Ci spostammo con le poche nocciole rimaste e attendemmo che il passo si facesse più vicino e insistente. Dopo pochi minuti, infatti, passò mio padre. Era proprio lui, il mio udito non mi aveva ingannato. Aspettammo che i passi diventassero più radi prima di uscire dal nostro rifugio, ma ecco che, mentre ci accingevamo a varcare la soglia, io ebbi una incredibile visione: una stanza della casa era ricoperta per tutta la sua grandezza da una distesa di nocciole lasciate lì sicuramente a seccare. Tutti ci guardammo negli occhi. Cosa fare? Naturalmente lo sguardo di tutti si spostò poi verso Frizzi, eravamo a casa di suo zio. Doveva decidere lui… e lui prese la decisione riparatrice di tutto: raccolse un bel po’ di nocciole e le rifilò dentro un sacco di canapa che era poggiato lì per terra, unì anche quel poco di nocciole rimaste nella cerata e sospirò contento: Amuninni!

Il business in qualche modo era salvo, potevamo incamminarci verso il Destro a contrattare il nostro bottino.

Anche lì il mercanteggiamento fu molto acceso. Il Destro, furbo e commerciante da sempre, non mollava una lira e accampava sempre scuse: “Sono piccole”, “sono di due tipi diversi” (e qui ci aveva azzeccato in pieno), ma alla fine Frizzi barattò il tutto con un cono gelato a testa.

Di certo il gelato del Destro non era il migliore della zona, ma calcolando che al peso ci toccavano cinquecento lire a testa, col pagamento in natura avevamo raddoppiato la posta.

Risalimmo su per il quartiere stanchi ma contenti, era arrivata la sera, e il sole lontano che si infrangeva sulle Eolie indicava la fine di quella lunga e travagliata giornata.

Fabio Frizzi aveva avuto ancora ragione, in un pomeriggio avevamo trovato tutto quello che aveva colorato la nostra estate: ingegno, business, divertimento, emozione, paura, fuga, risate, e un gelato del Destro.

Ora sì che l’estate poteva anche finire…

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *