IL MIGLIORE

Novella n° 20


l pomeriggio del catechismo per me era una perdita di tempo. Seguivo senza passione gli insegnamenti delle maestrine perché mi accontentavo di avere quella fede che tutti ostentavano attorno a me senza quindi quel “cercare di capirci qualcosa” che avrebbe rubato tempo ai miei balocchi da fanciullo.

Passeggiando tra i transetti della mia chiesa bella e maestosa, fermandomi a mirare le cappelle decorate, quei quadri enormi, la statua marmorea della Santissima Trinità con quegli occhi penetranti e neri, avvertivo un senso di immenso e di infinito che però non mi responsabilizzava rispetto a quello che doveva avvenire. Quella Prima Comunione ormai alle porte forse si era troppo paganizzata all’idea della festa e dei regali; ma ero un bambino, ed era dunque giusto così.

Fino a quel sabato, le lezioncine di religione e le prove dei canti e della messa erano quindi una noiosa ripetizione che quasi mi infastidiva, poiché non ero bravo a fingere con le mani giunte invocando quel Dio che doveva scendere dentro di me ma che in realtà speravo mi portasse solo qualche bel giocattolino.

Ma quel sabato qualcosa cambiò.

Mi passarono in mano un Vangelo…

«Leggi questo capitolo!» La catechista si era avvicinata indicandomi il punto da cui doveva iniziare la mia lettura.

Non mi scomposi e iniziai. «Gesù, vedendo le folle salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca insegnava loro dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli, beati quelli che piangono perché saranno consolati, beati i miti perché…”» e così continuai fino alla fine del capitolo.

Alla conclusione, però, non chiusi subito il libro, ma ripassai quelle parole con lo sguardo come se attraverso quelle righe fosse realmente nascosto il senso profondo della fede e della mia fede.

Rialzai lo sguardo, ma tutti quelli che erano lì accanto a me avevano improvvisamente assunto una nuova luce. Riversai quel Vangelo nelle mani della mia insegnante con un attimo di ritrosia che stupì anche la donna. Ero confuso, quasi turbato. Il povero di spirito, il mite, l’affamato di giustizia, il perseguitato, tutte figure tristi di questo mondo che Iddio avrebbe premiato un giorno con le massime ricompense e con la vita eterna.

E io, in quei pochi anni, dove mi collocavo nel percorso verso la salvezza? Questa domanda era troppo grande per me, eppure mi si ritorceva contro quasi inducendomi a leggere e rileggere quel passo.

La maestrina aveva inteso il mio turbamento e per aiutarmi pensò alla soluzione più drastica. Alle prove generali della messa della Prima Comunione, scelte le letture, suggerì qualcosa a don Savio, il parroco che mi indicò dicendomi: «Tu leggerai il discorso della montagna».

«Quale montagna?» chiesi meravigliato.

«Leggerai il discorso delle beatitudini.»

«No!» mi sfuggì di colpo.

«Perché no?» ribatté lui ancora più sorpreso.

«Perché… perché non mi sento di meritarlo», risposi con coraggio.

«Solo Gesù sa chi lo merita e alla tua età sei sicuramente puro di cuore e quindi si rivolgeva anche a te, non credi?»

«Allora vedrò Dio!» esultai.

«Come fai a sapere che questa è la ricompensa per i puri di cuore?»

Un silenzio di stupore ricoprì la sala.

«L’ho letto», risposi.

«Lo avrai letto molte volte per ricordartelo con tanta facilità! Allora abbiamo scelto bene per la nostra lettura…» Mi fece un occhiolino amichevole e mi carezzò prima di proseguire nell’assegnare le rimanenti letture.

Arrivò il giorno tanto atteso e le mie parole risuonarono dolcemente tra le possenti colonne del santo tempio.

L’abito candido dei festeggiati si accendeva ai piedi dell’altare, sembravamo tanti piccoli angeli, tutti uguali davanti a Dio forse per quel giorno, ma varcata la soglia di quella chiesa già le cose sarebbero cambiate! Fu così che i più fortunati festeggiarono quel giorno con lauti banchetti, fu così che io scorsi tra le righe della festa una storia di povertà.

Peppesosa era un bambino povero e sfortunato, la natura lo aveva fatto un po’ ritardato, la sorte gli aveva dato un padre alcolizzato e una madre violenta e isterica. Quel giorno toccò anche a lui di ricevere la Prima Comunione. Il suo abito, bianco come gli altri, lo aveva ereditato dal cugino. Dopo la celebrazione non ebbe il tempo di scattare qualche foto ricordo che la madre lo trasse per riportarlo a casa, già nel pomeriggio doveva scalare i monti per aiutare il padre e nessuna festa poteva ritardare il suo appuntamento con la mandria che lo attendeva all’aria buona. Lo scorsi tra la confusione solo per un attimo, ci salutammo, lui mi rispettava molto perché ero forse l’unico fra i ragazzi della nostra età che non lo derideva. Lo vidi salire di fretta la strada tenendo con una mano la veste bianca affinché non toccasse per terra e con l’altra la pergamena ricordo. Sparì poi tra le insenature di pietra che le case facevano in testa alla salita. Per tutti noi la festa poteva cominciare, per lui era già finita!

Qualche anno dopo, finite le scuole, Peppesosa seguì la sua sorte a tempo pieno e salì definitivamente sui monti con il padre per aiutarlo nella conduzione della mandria fattasi nel frattempo più numerosa. Crebbe tra le bastonate di un genitore sempre malridotto dal bere e i soprusi della madre che per punirlo, quando era a casa, lo rinchiudeva in uno di quei sottani che anche i topi evitano, dove buio, umidità e aria putrida si spartivano equamente ogni tassello dell’ambiente. Lui gridava, noi lo sentivamo, i grandi lo sentivano, ma nessuno faceva nulla. E come si poteva fare qualcosa, poi?

Peppesosa crebbe, il padre non sopravvisse a se stesso e morì improvvisamente, da allora la madre iniziò a rispettarlo di più perché era lui ormai l’uomo di casa.

L’aurora divenne la sua compagna di viaggio che lo portava tra le cime dei Monti Nebrodi dove alloggiavano le sue mucche, uniche amiche sempre fedeli, il suo volto era sempre segnato dalla stanchezza, ma lui andava avanti con dignità e forse anche con quella sua grande ingenuità, perenne retaggio dell’essere un semplice, un umile, un povero in spirito, un mite.

Noi crescevamo, ragazzi del quartiere Pilieri, assieme a quella palla che Peppesosa aveva agognato e che aveva sempre visto da lontano, perché lui non era fatto per giocare. Noi, a sera, tornavamo a casa a consumare la calda cena che le nostre mamme avevano preparato e, dopo un po’ di televisione (a colori), andavamo a poggiare le nostre stanche membra su un comodo letto con la coperta di lana. Lui, invece, a sera, raccoglieva dentro il recinto i suoi armenti, ripuliva la brodaglia ormai raffreddata nella scodella e poi s’adagiava su della paglia, sotto le stelle, ed era questo il suo ultimo spettacolo (in bianco e nero) per quella giornata.

Il tempo di quella fanciullezza passava e anch’io crescevo e quel discorso della montagna diveniva sempre più attuale.

In Peppesosa io vedevo tanti di quei personaggi, eppure come potevo invidiarlo? Dove stava la sua ricompensa? Nei cieli?

Le belle parole di Gesù contrastavano con quello che io vedevo: un ragazzo trasandato in balìa di una sorte amara, come potevo pensarlo “beato”?

Spesso ne discutevo con Padre Enzo (Don Savio nel frattempo aveva scelto la via del Paradiso), e lui mi rammentava che “gli ultimi saranno i primi” e che “i migliori qui sono a volte i peggiori agli occhi di Dio” e che “i peggiori erano spesso quelli più vicini al suo cuore”.

Padre Enzo era un uomo e un ministro di Dio di quelli eccezionali! Sicuramente parlava con cuore infervorato di Dio e di fede, ma io ero solo un povero ragazzo di paese, come potevo credere al Dio delle beatitudini?

Un giorno, però, mi capitò di trovare la piazza in tumulto. Qualcosa era appena successo…

«Hanno portato Ciccio Mirteto all’ospedale d’urgenza», mi disse qualcuno.

Queste tristi notizie, in un piccolo paese, sono sempre notizie di popolo e ci si sente un po’ tutti coinvolti.

«Perché?» chiesi. «Che gli è successo?»

«Ha avuto un infarto mentre andava con la sua auto a prendere la madre in campagna, a Cannula.»

Cannula era una vallata incuneata tra i monti a quota mille metri. Era un posto sperduto ove solo appunto le persone anziane potevano ancora coltivarci qualcosa, e la madre di Ciccio Mirteto era una di queste.

«E come ha fatto ad arrivare in paese da lassù?» ribattei, sorpreso.

«Li ha trovati Peppesosa, che si trovava al pascolo con i suoi armenti, ha preso a braccia Ciccio e lo ha portato in paese di corsa… e poco fa l’ambulanza lo ha trasportato in ospedale… si salverà… così ha detto il dottore», annuì l’uomo della piazza. «Senza Peppesosa saremmo stati già pronti per le condoglianze, chiamalo scemo quel ragazzo!»

E così fu…

Ciccio Mirteto si salvò e Peppesosa divenne un piccolo eroe, ma ciò di certo non bastava a sfamarlo e continuò quindi a pascolare con le sue mucche.

Noi, ragazzi della via Pilieri, continuavamo a giocare e a scherzare, ma quell’episodio aveva creato in noi un inspiegabile vuoto, forse neanche da fanciulli quella palla che rotolava poteva essere tutto. Forse, tra di noi, la gara più grande di ogni cristiano era appena cominciata. Da allora in poi avremmo dovuto lottare per la nostra piccola grande beatitudine…

Peppesosa, invece, la sua beatitudine l’aveva conquistata, un giorno, quel giorno, su quei monti che erano ormai la sua casa, ma lui non lo sapeva perché non aveva letto delle beatitudini poiché non sapeva leggere, perché non sapeva giocare a palla, perché non aveva mai avuto una festa tutta per lui. La natura aveva voluto renderlo “ritardato” rispetto a noi, ma quel giorno, caricandosi un uomo morente sulle spalle e restituendolo alla vita, lui ci aveva raggiunto e superato lungo le vie del Signore. Lui, adesso, improvvisamente, non era più l’ultimo tra di noi e nessuno di noi ragazzi della via Pilieri forse lo diceva, ma Peppesosa ora era il migliore. Già… proprio lui, l’ultimo, in un attimo, in un giorno, quel Dio della montagna lo aveva trasformato nel migliore… nel migliore di noi.

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