Ancora l’Italia e la nascita del mito del tenore romantico

V parte

La voce piccola e poco timbrata degli inizi, si andava intanto trasformando in un’altra più scura e, soprattutto, più piena e squillante. Duprez, nella sua autobiografia, attribuisce le ragioni di questo mutamento all’abitudine di cantare a voce spiegata nelle vaste sale italiane. Ma certamente pesò, in modo determinante, il fatto che avesse iniziato a frequentare un repertorio intriso delle passioni più accese che, a contatto con il suo temperamento, fecero sì che la sua voce subisse un tale radicale cambiamento.

Né si deve, tuttavia, dimenticare l’influenza della tecnica e dei modi interpretativi di Domenico Donzelli (Bergamo 1790- Bologna 1873), il cui timbro scuro della voce insieme con l’incisività dei suoi recitativi avevano fatto scuola. A Donzelli mancava, tuttavia, il registro acuto. A questo proposito basti pensare che negli ultimi anni della sua carriera, riusciva a raggiungere a voce piena il sol 3 e col falsetto arrivava solo al do 4. Infatti Bellini che scrisse per questo tenore il ruolo di Pollione nella Norma(1831), privilegiò una tessitura bassissima da baritenore. 

Dopo la stagione fiorentina, Duprez andò a cogliere un altro significativo successo nella stagione di Carnevale di Trieste con la Muta di Porticidi Auber. Pare addirittura che, sull’onda di questo successo, i negozi della città avessero cominciato a vendere fazzoletti di seta recanti l’immagine di Duprez. 

Nella primavera del 1832 fu frettolosamente richiamato a Firenze da Lanari per sostituire nel ruolo di Percy dell’Anna Bolenadi Donizetti il grande tenore Giovanni David. L’opera, che aveva stentato a decollare, subì, grazie a Duprez, la spinta decisiva. Il tenore francese era, ancora una volta, riuscito a conferire al personaggio di Percy, altro ruolo chiave del tenorismo romantico, accenti così appassionati che il pubblico ne rimase letteralmente soggiogato. Questo ruolo divenne uno dei suoi cavalli di battaglia e durante il periodo italiano, Duprez lo interpretò frequentissimamente.

Gilbert-Louis Duprez ritratto insieme alla figlia Caroline (da Wikipedia, pubblico dominio)

Il 10 aprile dello stesso anno, intanto, Alexandrine aveva dato alla luce la loro seconda figlia. Caroline Ungher, la grande soprano-contralto austriaca, che era in quel periodo impegnata a fianco di Duprez, le fece da madrina e le impose il proprio nome. Lanari in quei giorni pensò di proporre ai coniugi Duprez uno di “quei contratti all’italiana, che legano un artista corpo ed anima all’impresario per un certo numero di anni, facendolo rinunciare, in nome di quest’impresario, ad ogni volontà propria e ad ogni iniziativa personale.” Il contratto venne firmato ed iniziò per Duprez un periodo veramente massacrante, durante il quale prese parte a circa venti stagioni teatrali, toccando moltissime città italiane.

Venivano effettuate stagioni teatrali, della durata di circa due mesi, in ogni periodo dell’anno. Si passava dalla stagione di Carnevale, che iniziava negli ultimi giorni di dicembre per concludersi in febbraio, alla stagione di Quaresima che investiva i mesi di marzo e di aprile. C’erano poi la stagione estiva e quella autunnale. A questo fittissimo calendario di appuntamenti, si aggiungeva in taluni casi, la cosiddetta stagione della Fiera che, ad esempio, in una certa città come Senigallia si svolgeva nel mese di luglio. Ogni stagione prevedeva la rappresentazione di almeno due opere. Fu in questo periodo che Duprez si formò quel bagaglio di esperienza che, come vedremo, si rivelerà utilissimo al momento del suo debutto all’Opéra di Parigi.

Gaetano Donizetti (da Wikipedia, pubblico dominio)

Questi anni furono caratterizzati da alcuni fatti estremamente significativi per la sua carriera. Il 17 marzo 1833 al Teatro della Pergola creò il ruolo di Ugo nella Parisinache Donizetti aveva composto proprio per lui. A questo proposito così scrive Duprez nell’autobiografia: “questo ruolo unisce la grazia e l’eleganza del genere leggero, nel quale mi ero esercitato all’inizio della mia carriera, alle qualità elevate dell’opera seria che mi riusciva bene dopo diciotto mesi.” L’anno successivo, il 1834, sempre alla Pergola , vide Duprez impegnato nella creazione di un altro ruolo tenorile donizettiano: Enrico II nella Rosmunda d’Inghilterra. Esisteva tra Duprez e Donizetti, una sincera e profonda amicizia che, unita alle grandi potenzialità espressive del tenore francese, non poteva certamente lasciare indifferente Donizetti quando componeva le sue opere.

Il punto più alto di questo fecondo sodalizio si raggiunse nel 1835 a Napoli, dove Duprez fu il primo interprete del ruolo di Edgardo nella Lucia di Lammermoor. Ecco cosa racconta Duprez a proposito della fase di gestazione di quest’opera: 

[…] Mille volte, nel corso del suo lavoro, [Donizetti] mi consultava per questo o per quel brano; così mi chiamava scherzosamente il suo “ciabattino” perché gli facevo cambiare o aggiungere ora un fraseggio, ora una battuta o una nota. Per esempio, a proposito della grande scena dell’ultimo atto con la quale si conclude l’opera […] io gli consigliai la ripresa del tema principale suonato dai violoncelli e inframezzato dai singhiozzi e dai lamenti di Edgardo. Fu così soddisfatto dell’idea che la mise subito in esecuzione e mi inviò questo grande brano, scritto di suo pugno, per chiedere la mia approvazione.

È chiaro che simili affermazioni, data l’estrema importanza e delicatezza della materia, vadano prese con le molle. Ci possiamo solo limitare a registrarle non esistendo prove certa della loro veridicità. Un fatto tuttavia è sicuro: il personaggio di Edgardo fu costruito su misura per Duprez. Il morbido lirismo e la cantabilità di certi pezzi – basti pensare al duetto conclusivo del primo atto “Verranno a te sull’aure”- fa appello al Duprez prima maniera. Ma convivono in questo ruolo momenti di grande irruenza e passionalità- ne fanno fede la scena e duetto con Enrico all’inizio del terzo atto, oppure la terribile scena della maledizione dove lo specifico modo di cantare “di forza”, che lo stesso Duprez aveva imposto, aveva la possibilità di realizzarsi nella maniera più compiuta. Inoltre questo ruolo testimonia della tendenza all’emarginazione del canto di agilità dalla vocalità tenorile che a questo punto, tra l’altro, poco si addiceva alla voce di Duprez. Donizetti, in una lettera a Giovanni Ricordi del 29 settembre 1835, scrisse che nel ruolo di Edgardo, Duprez era stato “portentoso”.

Nel marzo del 1836, Duprez, allo scadere del suo contratto con Lanari, decise di fare ritorno, dopo oltre sette anni, a Parigi. Quando vi arrivò trovò che molte cose erano cambiate.

La scuola di musica, nella quale aveva studiato, era stata soppressa nonostante il disappunto di molti uomini illustri con Rossini in testa. Alexande Choron era morto il 29 giugno 1835 a sessantadue anni, e Duprez nella sua autobiografia esprime un grande rimpianto per la sua scomparsa:

   “Due anni ancora e avrebbe avuto la gioia di vedermi all’Opéra! Certo non avrebbe mai previsto un tale destino per me, anche a dispetto del suo acume: perché spesso mi veniva ripetuto, quando ero giovane, che io potevo avere una voce graziosa e un bel temperamento sentimentale, ma che se solamente mi fossi provato a dare, in scena, una pugnalata, avrei fatto ridere tutti. […] io non ho mai smesso di rimpiangerlo.”

Il soggiorno parigino di Duprez fu breve e infruttuoso. Nonostante avesse avuto dei contatti importanti con Halévy e con Duponchel, direttore dell’Accademia Reale di Musica, tutte le sue speranze di vedersi spalancare le porte dell’Opéra andarono deluse. Così, solo dopo due mesi, ripartì alla volta dell’Italia lasciando a casa Alexandrine la quale era in attesa di un figlio.

Duprez si recò dapprima a Vicenza per la stagione estiva, da dove, attraverso uno scambio epistolare con Duponchel, riuscì a concludere le trattative per il suo sospirato debutto all’Opéra.

Fu durante la stagione vicentina, che Duprez intrecciò una relazione sentimentale con Teresa Moja, una soprano che faceva parte della compagnia in qualità di seconda donna. Da alcune lettere di Duprez a Lanari sappiamo che Teresa Moja rimase incinta. Duprez, tuttavia, non lasciò sola la donna e si impegnò a sostenerla finanziariamente. Egli fece in modo che Lanari le offrisse una scrittura per tutto il periodo della gravidanza, con l’impegno di pagare lui stesso il compenso della Moja, qualora quest’ultima non fosse stata in grado di cantare. Tutta la vicenda è completamente taciuta nell’autobiografia.

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