“Come trovai il DO di petto”

IV parte

La ghiotta occasione gli fu offerta da Lanari che da Venezia lo contattò affinché accettasse il ruolo di Arnoldo in occasione della prima italiana del Guglielmo Tell di Rossini che doveva avvenire nel settembre 1831 a Lucca e che avrebbe visto consumarsi un evento storico. Quando il Guglielmo Tellvenne presentato per la prima volta sulle scene parigine nel 1829 con Adolphe Nourrit nel ruolo di Arnoldo, riscosse un’accoglienza molto tiepida da parte del pubblico, abbondantemente al di sotto delle aspettative di Rossini. Già in occasione della terza replica, Nourrit aveva soppresso due arie del suo personaggio. Nel giro di pochi mesi l’opera scomparve dal repertorio dell’Opéra. Capitava che se ne rappresentassero solo dei frammenti o, talora, dei singoli atti durante serate di balletto.

Lanari, tuttavia, non si fece intimidire da questi fatti e volle coraggiosamente tentare il rilancio di quest’opera in Italia. Fece tradurre il libretto originale francese in italiano e incaricò Pietro Romani di rimaneggiare la partitura e trasportare il ruolo di Arnoldo per la voce di contralto. In un primo momento infatti, Lanari, a causa della penuria di tenori contraltini, di quei tenori, cioè, particolarmente dotati nel registro acuto, aveva pensato di adattare la parte alla voce di Rosmunda Pisaroni. Ma l’insuccesso di quest’ultima durante una stagione scaligera immediatamente precedente a quella lucchese, allarmò a tal punto l’alta amministrazione della città che non poté fare a meno di costringere Lanari a rinunciare alla Pisaroni ed a romperle il contratto. Fu allora che la scelta di Lanari per il ruolo di Arnoldo cadde su Duprez, il quale, tra l’altro, era già tra gli scritturati di quella stagione per cantare nella Semiramidee nel Barbiere di Sivigliadi Rossini.

Duprez era un tenore acutissimo, giungeva in falsettone anche fino al mi bemolle 4. Non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad affrontare il ruolo di Arnoldo che prevede come nota estrema il do 4. A me pare doveroso a questo punto, riportare il racconto offerto da Duprez nella sua autobiografia, a proposito del suo incontro con la partitura rossiniana dal quale scaturì un evento di portata storica: 

                      “Arrivammo a Lucca in serata con un temporale spaventoso. Ero arrivato in albergo da un quarto d’ora quando mi venne portata una copia del mio ruolo da parte di Lanari. Me ne impossessai immediatamente, spinto da una viva e legittima curiosità e, senza prendermi il tempo di aprire i bauli e di cambiarmi, io lo scorsi tutto con occhio avido. Questo è sempre stato il mio modo di procedere per tutta la durata della mia carriera: rendermi completamente conto dei miei ruoli tramite un muto esame prima di proferirne anche una sola nota. I sentimenti che mi penetravano via via che la musica e le situazioni del mio personaggio si sviluppavano nella mia mente, si imprimevano profondamente in me, tali e quali io dovevo renderli e comunicarli al pubblico quando mi fossi trovato a cantare di fronte a lui. In compenso quando questa prima lettura mi lasciava senza emozioni, io ero quasi del tutto sicuro di restare freddo e così anche il pubblico al momento dell’esecuzione. 

Questa volta quello che provai fu indicibile. All’ammirazione che mi ispirava questa grande e bella musica, si univa un autentico spavento per la responsabilità che stavo per accollarmi. Il primo recitativo, il duetto al primo atto con il suo delizioso fraseggio: “O Mathilde! …”, poi il duetto d’amore al secondo atto rientravano, è vero, nella natura dei miei mezzi vocali e non mi preoccupavano; ma quello che seguiva, a quel grido straziante: “Mon père, tu m’as dû maudire!” all’ultimo periodo della grande aria, soppressa a Parigi e ristabilita per la partitura italiana, a questo “Suivez-moi” guerriero, che terminava con una nota che io non avevo mai provato a raggiungere, io tenorino di ieri, appena messo al corrente delle abitudini drammatiche da una sola opera seria, mi si rizzarono i capelli in testa! Lo capii subito: questi accenti virili, queste grida sublimi, resi con mezzi mediocri, non erano altro che un effetto mancato e pertanto ridicolo. C’era bisogno, per mettersi all’altezza di tutta questa volontà, di tutte le forze morali e fisiche di colui che se ne faceva interprete… Eh! Diamine, mi gridai alla fine, scoppierò forse, ma ci arriverò.

Ecco come ho trovato questo “do” di petto che mi è valso a Parigi tanto successo, troppo forse, perché in fin dei conti, che cos’è un suono se non un mezzo per esprimere un pensiero? Che cos’è una nota senza il sentimento a cui ella dà colore e da cui è animata?”

Dunque il do di petto nacque d’istinto, animato dalla passione romantica del personaggio di Arnoldo alla cui definizione Duprez aveva dato il suo decisivo apporto operando una precisa scelta interpretativa. Duprez, infatti, fornì una lettura irresistibilmente appassionata del ruolo, accentuandone lo slancio eroico che nell’interpretazione di Nourrit era certamente rimasta in ombra. Per quanto riguarda più specificatamente l’introduzione del do di petto, c’è da dire che, fino a questa data, le note superiori al si 3 venivano regolarmente eseguite di testa cioè in falsetto. Rubini era un grande maestro nell’uso del registro di testa col quale riusciva addirittura a toccare il sol 4. Tuttavia, le note eseguite di petto, a piena voce, avevano un aspetto timbrico dirompente e riuscivano a conferire al personaggio accenti drammatici estremamente incisivi. L’invenzione del do di petto da parte di Duprez, non solo riuscì nel giro di pochi anni a condizionare i cantanti, ma pure i compositori si dovettero adeguare alla novità. Cosicché la tessitura tenorile venne ad avere come nota estrema il do 4, che doveva essere rigorosamente eseguito di petto. 

Il Teatro del Giglio di Lucca (Wikipedia, by I, Sailko)


Le rappresentazioni del Gugliemo Tellal Teatro del Giglio di Lucca, ottennero un grandissimo successo. Fu quello, per Duprez, un periodo di grande serenità. Aveva finalmente raggiunto una piena consapevolezza dei propri mezzi vocali e riuscì a trovare il tempo per concedersi qualche distrazione:

        “Ripresi la mia grande passione per la pesca con la lenza […] A Lucca, il mio ospite o padrone di casa era un onesto orefice consacrata alla mia stessa passione. Nelle notti senza luna, noi due ci dirigevamo, dopo la rappresentazione, verso il canale che conduce all’Arno, poi saliti su una piccola barca, con un ragazzo che ci aiutava, armati entrambi di una forca, facevamo la pesca al luccio, pesca alla luce delle fiaccole. Quando la pesca era fortunata, rientravamo a casa trionfanti, svegliavamo le nostre mogli, friggevamo il pesce e lo mangiavamo allegramente.”

Intanto era iniziato il fecondo rapporto di amicizia con Lanari al quale restò professionalmente legato, in modo pressoché ininterrotto, fino alla primavera del 1837. Subito dopo la stagione lucchese, Duprez fu infatti scritturato da Lanari per la stagione autunnale al Teatro della Pergola di Firenze dove fu accolto con grandi onori. Carlotta Corazza, la compagna di Lanari da quando quest’ultimo si era separato dalla prima moglie, Clementina Domeniconi, non appena lo sentì cantare durante una prova, si lasciò andare ad esclamazioni così entusiaste che Lanari pensò bene di azzittirla con un bel paio di schiaffi perché si doveva usare “molta moderazione negli elogi da accordare agli artisti”. Anche a Firenze Duprez ottenne dei grandissimi consensi con il Guglielmo Tell.

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