Una onnipotente Ermonela Jaho infiamma il cuore della Royal Opera House di Londra

Recensione della recita del 21 gennaio 2019, Londra – Royal Opera House

Ancora Traviata. Ancora Ermonela Jaho. Dopo Parigi, Londra. Ancora a seguire il percorso di un’artista che non conosce soste e sciorina interpretazioni sempre più travolgenti. Una cifra interpretativa, la sua, assolutamente personale, non confrontabile con quella di altre grandi del passato e del presente. Costruisce e scolpisce un personaggio che è e resterà indelebilmente il suo. La sua chiave interpretativa è fatta di classe, sentimento, senso acutissimo del dolore e della sua percezione e che si concretizza in un canto raffinatissimo giocato con dei pianissimi e dei filati di struggente bellezza, accompagnato dall’eleganza dei movimenti di un corpo che sembra costantemente attraversato dalla musica e che vibra con essa.

La naturalezza con la quale affronta la cabaletta del primo atto, dominata e posseduta dalla prima all’ultima nota, la frequentazione della Jaho in epoche passate del repertorio belcantista si sente in tutta evidenza, rapisce letteralmente la sala che vola sulle ali del suo canto. C’è, poi, il suo muoversi sulla scena con il carisma dell’attrice consumata, ma forse la Jaho è più di un’attrice, è il personaggio che prende vita e forma. E prima ancora l’aria, mesta, elegiaca, scavata e strappata al profondo dell’anima. Un’illusione effimera, una mestizia che lascia presagire ciò che sarà e di cui Violetta è consapevole e ne ha un maledetto timore. Sì perché Violetta è dolore fin dalla prima scena, anche quando si invortica nelle folleggianti volute del Sempre libera, che sono talmente estreme nella loro apparente esplosione di gioia, ma che tradiscono in realtà la volontà di fuggire dal dolore e dal male che le si annida nel cuore. Ebbene, la Jaho riesce a farci sentire questo: e Verdi, se potesse vederla e ascoltarla, ne godrebbe assai.

Naturalmente questa dimensione tragica del personaggio esplode in tutta la sua devastante potenza negli atti successivi, il duetto con Germont padre è un progressivo sprofondare in uno sconforto senza pari, contrappuntato qua e là dalle rabbiose reazioni della Jaho alle richieste perentorie e insistenti dell’uomo. E poi, l’arrivo alla festa di Flora, con Violetta piegata sotto il peso di una scelta che la rende afflitta oltre ogni dire, e un Alfredo, Alfredo che strazia l’alma.

Ermonela Jaho, nel terzo atto, rappresenta la morte, partecipa dello strazio e del precipitare del suo personaggio con una forza che lascia letteralmente storditi e turbati: è veramente lo strazio sì terribil che sconvolge Alfredo.

La affianca lo splendido Alfredo di Charles Castronovo, giovane, disinvolto, con un bel timbro brunito senza esitazioni e l’altrettanto efficace Giorgio Germont di Igor Golovatenko, autoritario e perentorio dalla voce assai potente. Bene i ruoli secondari. 

Antonello Manacorda dirige con diligenza e con perizia, senza strafare, la straordinaria orchestra della Royal Opera.

L’allestimento è quello storico di Richard Eyre, ripreso da Andrew Sinclair, fastoso e “hollywoodiano” nel primo atto e nella seconda scena del secondo atto: non osa, però illustra bene e coinvolge. Bene il gioco scenico tra i personaggi.

Pubblico delle grandi occasioni con teatro sold-out e presenza in sala di Placido Domingo che interpreterà il ruolo di Giorgio Germont in alcune delle prossime recite. 

Segnalo l’opportunità di andarsi a vedere al cinema la diretta della recita del 30 gennaio prossimo anzi, la consiglio caldissimamente. 

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