Don Quijote (Terry Gilliam)

Mentre legavo la bici davanti al cinema Odeon, pensavo a molte cose… In qualche modo ero emozionato. Mi sono messo nei panni di un uomo che insegue un sogno da 25 anni: Terry Gilliam ha in mente un film su Don Quijote da una vita, e, tra mille vicissitudini (problemi di produzione, di cast, di condizioni meteorologiche, ecc..), non era mai riuscito a realizzarlo…fino ad oggi. Il che fa di Terry Gilliam stesso, in fondo, un Don Quijote, che si inserisce meravigliosamente bene all’interno del suo stesso film.
In questo senso l’operazione meta-cinematografica è perfettamente riuscita: se ancor prima di entrare in sala, lo spettatore è portato a riflettere sull’importanza di perseverare a coltivare i propri sogni, a lottare contro i mulini a vento sempre e comunque, senza esitare, senza riconoscere la prosaicità dell’esistere…. allora la scommessa del progetto è già vinta in partenza.
D’altronde, un opposto presentimento mi ingombrava la mente: l’impressione che sarei rimasto deluso, che le aspettative erano troppo vaste perché le si potesse mantenere, che il materiale offerto in visione non sarebbe stato all’altezza… che il sogno avrebbe sovrastato la sua realizzazione.E anche su questo tema, ancor prima di varcare la soglia del cinema, avrei potuto riflettere per ore e ore… ma, invece, nel buio della sala ci sono entrato, e l’inizio del film ha messo fine alle (o alimentato le?) mie congetture.
Ebbene, nonostante sia conscio che a molti la pellicola non sia piaciuta, confesso di esserne rimasto entusiasta.
Terry Gilliam è uno di quei rari artisti che, sebbene produca un’estetica a me del tutto estranea e lontanissima dal mio gusto, mi conquista (quasi) sempre.
E questo lavoro sbilenco (a partire dalle inquadrature, con il piano della telecamera spesso sghembo rispetto all’orizzonte), sgangherato, esuberante, straripante, non fa eccezione: sono rimasto incollato alla poltrona, sedotto e affascinato da tanta potenza visiva e narrativa, pur nell’esagerazione, nella (direi) programmatica imperfezione del lavoro.
Paradossalmente ritengo che il punto forte di questo Don Quijote sia la sceneggiatura:continuamente la storia si incastra tra presente, passato, sogno, narrazione storica, film dentro il film, finzione e realtà… se ci pensiamo bene, questo modus operandi è uno dei maggiori motivi di interesse anche del capolavoro di Cervantes, oltre che del cinema dell’ex Monty Python. Ed il pregio della sceneggiatura, in cotanto turbinio di piani narrativi, consiste proprio nella scioltezza, nella naturalezza con cui si passa da un livello della narrazione all’altro, nella nonchalance, nella Leggerezza (come l’avrebbe definita Italo Calvino).
Questa Leggerezza (i detrattori forse potrebbero chiamarla faciloneria) vale a distinguere nettamente il lavoro di “intarsio” narrativo di Gilliam dagli illustri suoi predecessori. Ad esempio, Rosencrantz e Guildenstern sono Morti (di Tom Stoppard – da Amleto), è un capolavoro di esattezza, in cui ogni singola sillaba pronunciata è funzionale ad un Tutto impeccabile; Vanja sulla 42sima Strada (di L. Malle – da zio Vanja di Cechov) è altrettanto calibrato, meditato… e così molte altre opere che hanno tentato operazioni del genere. Ma se ci pensiamo bene, come si sarebbe potuto rendere altrettanto efficacemente il Don Quijote, se non abbracciando in toto l’irrazionalità del suo protagonista? Quasi stolidamente, scioccamente, senza riserve, a briglia sciolta?
Lascio la domanda aperta a chi avrà voglia di rischiarne la visione.
Un’ultimo rilievo: non ho mai amato troppo Jonathan Pryce….. ma in questa prova è addirittura miracoloso…una recitazione di livello sopraffino.

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