Un affare di famiglia (Hirokazu Kore’eda)

Conoscevo un paio di film di Hirokazu Kore’eda (Father and Son e Little Sister), entrambi ottimi, molto omogenei tra di loro, per trama, stile e tematiche. Il “pallino” del regista giapponese (almeno per quanto concerne i film sopra citati e quello appena uscito) sono i rapporti familiari, ed in particolare il vero significato da attribuirsi alla genitorialità, che viene mostrata e analizzata in situazioni del tutto peculiari… tutto sembra ruotare intorno a una domanda: contano davvero tanto i rapporti di sangue, oppure sono più importanti i rapporti affettivi? O meglio: è genitore chi ci ha messo al mondo oppure chi ci ha cresciuto ed amato? La questione, se ci pensiamo bene, è di stretta attualità, dal momento che si sta ripensando la categoria della “famiglia” sotto diversi profili, da quello medico-biologico a quello socio-giuridico (famiglia con due genitori dello stesso sesso, utero in affitto, ecc..). Chi ritiene che il significato della parola “famiglia” debba essere aggiornato e corretto fonda, credo, il proprio assunto, proprio sul formidabile argomento dell’amore: i bambini hanno bisogno di amore e di affetto, e solo chi dona loro amore e affetto può dirsi genitore.

Questa pare essere la tesi di “Un affare di famiglia”, novella Palma d’Oro a Cannes: si narra infatti di una famiglia veramente sui generis, povera ma a suo modo felice (anche se ampiamente imperfetta… si pensi solo che i bambini vengono educati a rubare), in cui ciascun membro trova la solidarietà, l’affetto e l’umanità dell’altro, e di cui piano piano si scoprono le vere relazioni di sangue. La trama si suddivide in due parti ben distinte: una prima, in cui si descrive la quotidianità dei sei protagonisti nella casa (o meglio, baracca) in cui convivono; la seconda, più breve, in cui si disvelano relazioni e parentele, e in cui (molte) cose cambieranno.
Hirokazu Kore’eda ha la rara dote di riuscire a descrivere l’amore familiare con una tenerezza infinita, ma senza risultare mieloso o scontato. Credo sia un’impresa veramente difficile, che merita senz’altro i riconoscimenti che sta raccogliendo.
L’altro grande talento del regista del sol levante è altrettanto sconvolgente (Ken Loach, qualche italiano dei ’60-’70 e pochi altri lo posseggono): il film ha una tesi ben precisa che vuole dimostrare, e rappresenta una critica sociale assolutamente nitida e riconoscibile…. ma riesce sempre a mantenere un livello artistico assai elevato. Mirabile dictu! Mirabile visu!

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