The Nun: la vocazione del Male (Corin Hardy), una bella scommessa un po’ persa

Dispiace essere così ingiusti, specialmente quando siete uno di quelli che alla fine di un altro horror come “Hereditary” non vi si teneva più fermi in sala, da tanto salmodiavate in coro con la parte malvagia del cast. Potrei dire quindi che The Nun è una scommessa che è stata bella da perdere, parafrasando Cayde 6, se sapete di chi parlo.

In effetti Corin Hardy continua con un prequel la saga di The Conjuring/Annabelle e confeziona un film con tutti gli ingredienti necessari: la Romania ospita un orribile convento in cui il Male più oscuro è trattenuto a stento e solo alcuni eroi sapranno scendere nelle viscere dell’Abisso per tentate un’ultima disperata resistenza. Ci sono tutti gli elementi? Anche troppi, o perlomeno tutti insieme. Qui infatti le atmosfere di rito di ogni horror soprannaturale che si rispetti sembrano compresse al pari delle portate di un “all can you eat”. Anche lasciando perdere l’obiezione «Già visto: “La Chiesa” (Soavi – Ferrini – Argento)», per chi è da anni un cinefilo della paura la cosa si fa troppo sentire. Se siete dei liceali ai vostri primi brividini, beh allora The Nun è un bel giro di giostra.

La metafora del tunnel degli orrori è in effetti la seconda cosa che viene in mente, dopo quella mangereccia, per parlare di un film recitato comunque dignitosamente da Demiàn Bichir e Taissa Farmiga, il primo nei panni di un sacerdote che pare uscito dalla penna di Marlowe e la seconda nel ruolo di una religiosa a metà fra Suor Maria di “Tutti insieme appassionatamente” e la bella Daphne Blake di Scooby Doo. Un po’ eroina un po’ bonacciona/sprovveduta. Il bello è che recita abbastanza bene e a volte, con quegli occhioni sgranati nel buio, fa persino più paura dell’arcidemone in questione: Valak il Profanatore.

Si ha l’impressione pertanto che il colpevole risieda se non nella regia, nella sceneggiatura (Gary Dauberman) e anche, se pure un po’ meno, nella storia (James Wan) perché nel Convento di Santa Carta in Romania si entra e si passa senza soluzione di continuità da un’efferatezza all’altra: suore incappucciate, tombe dei re, cadaveri semoventi, indemoniati che fanno gli zombi e zombi che fanno gli indemoniati, sangue permanente, sepolture, croci dappertutto che neanche un cimitero di guerra, croci in fiamme, croci rovesciate, Cristi decapitati, bimbi posseduti e religiose fanatiche. Con fuori, nella Romania anni Cinquanta – ma stranamente senza Comunisti –  l’immancabile arretrato popolaccio di Frankenstein Junior. E non lo dico per dileggiare, anzi: The Nun è un onesto e schietto compendio dell’orrore cinematografico. Mancano, per fortuna, solo i vampiri e questo va assolutamente nei meriti del regista se dovesse finire dinanzi al Tribunale di Dio per le sue opere. Il peggio, se vogliamo proprio trovarlo, è nei dialoghi, nel loro essere così scontati, prevedibili e gigioni, non solo quando le cose si fanno serie, ma anche e forse soprattutto quando il regista cerca l’americanata (anche quando gli viene davvero bene con l’uscita “Mi sembrava un’emergenza” del Francese – altro personaggio, ma il meno riuscito della vicenda. Troppo stereotipato persino per questa pellicola). Potremmo dire che nel gestire i personaggi si potevano curare meglio la motivazione, il vissuto, le scelte drammaturgiche, oltre alla logica che è seguita dai personaggi o alla credibilità di alcuni passaggi pratici. Per esempio il fatto che unsa suora si impicchi e non se ne debba occupare neanche un medico o coroner o poliziotto. Invece Padre Burke, Suor Irene e il “Francese” sono trattati un po’ come carne da macello, personaggi prêt-à-effaurocher, nati solo per essere gettati subito nel vivo dell’azione più cruda.

Insomma la regia fa quello che deve, con molto buone e a volte ottime trovate ambientali: l’insieme del luogo, maledetto per eccellenza, l’introduzione, la scelta di per sé precisa del colpo di scena, nel finale e in alcune sequenze che di certo resteranno nell’armamentario creativo del satanico su pellicola, premio fra tutte a nostro parere la prima notte passata da Suor Irene nella chiesa della Foresteria, ma anche le scene di dialogo con la Badessa nel sepolcreto. Prese in sé le immagini e le sequenze meritano il biglietto. Seriamente.

Il problema è tutto il pacco: perché non esiste una vera gestione del climax, non c’è un percorso dentro lo spaventoso, ma solo una specie di frenetica Hogwarts dell’incubo – non me ne voglia la splendida ambientazione, vera, del Castello dei Corvino di Hunedoara, enorme, ma incredibilmente rapido da percorrere – in cui i protagonisti inciampano letteralmente nell’abominio previsto in scaletta con modalità da catena di montaggio. Tutto sembra proprio come quei baracconi del Luna Park in cui devi per forza attraversare il campionario della paura, dall’Anticristo allo Zombi. Eccessivo non per intensità, ma per accumulazione, e alla fine un pochino indigesto per i palati più esigenti.

Tuttavia, se avete la voglia e lo spirito di tuffarvi nel classico diabolico e lasciate perdere psicologismi e lavori di cesello, o la ricerca di un crescendo da Oscar, The Nun è un film dignitoso per una serata di genere. Gli effetti speciali e l’atmosfera – inclusa la fotografia (Maxime Alexandre), l’ottima colonna sonora (Abel Korzeniowski) e gli splendidi titoli di coda illustrati – sono meritevoli e compensano la delusione che alcuni potrebbero provare. Queste visioni, fatte a pezzettini, sono comunque un cinema onestamente pauroso.

 

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