Deframmentare l’archivio per Lunedì

La prefazione al megaLunedì del rientro di #menabo&versi

Rientrare dalle vacanze è uno di quei momenti di passaggio obbligati. Non vorrei deludervi raccontando già cosa penso leopardianamente di questi “buoni propositi” di un nuovo anno professionale e produttivo (fino alle prossime ferie). Preferisco dedicare questa nuova puntata della sin troppo latitante rubrica al tema dell’archivio e della moltitudine, e me ne scuso.

Durante l’estate sperimentiamo quella che è la giostra delle esistenze multiple. Ci scopriamo avventurieri, decompressi, liberi, meditativi, esploratori e introversi allo stesso tempo. Il tempo liberato dal lavoro diventa occasione di sperimentare nuove identità. Che sappiamo purtroppo essere temporanee.

Intanto il nostro archivio social si riempie di scatti e istantanee. Testimonianza non solo della nostra momentanea liberazione ma della nostra “Vita nova”. Gridiamo forte al mondo che abbiamo recuperato energia, o che almeno stiamo lottando provandoci. Archiviamo ricordi per sopravvivere al nulla, anzi li ammassiamo.

Dunque son debitore al profondo Leonardo Persia (ricambio con un link, se volete vedere la rivista a cui collabora: andate qui) per avermi fatto inciampare su una poesia di Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978), poeta argentino diventato nostro connazionale post mortem – una delle tante pubbliche inadempienze ufficiali alla cultura, giunte tardive. La poesia parla del salvataggio della memoria di fronte alla catastrofe.

AVVISO AI SAGGI di J. Rodolfo Wilcock

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.
Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.
Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.
Nascondete questo rotolo nelle grotte.

 

Dello stesso poeta, legato alla preziosità delle metafore visionarie, Vi propongo anche:

QUANDO TU, MIA POESIA di J. Rodolfo Wilcock

Quando tu, mia poesia, leggi poesia,
si oscura il cielo di una luce verde,
la gente sfugge la riva del mare
per un senso remoto di tempesta
o di contrasto tra gli elementi;
vampe si inalberano sui fili del tram
e un gran silenzio cala sulla città:
è la poesia che contempla se stessa.
Leggi parole di un tempo scomparso,
di un presente che crolla senza sosta
velocemente nell’informe passato,
leggi di re e corone, giardini e guerre,
tu che sei la corona di ogni impero
e il giardino del mondo conosciuto
e la guerra dei sensi della natura.
Leggi: “Chi crederà i miei versi in avvenire
se dico adesso tutto il tuo valore?”.
E accade in quel momento che quei versi
come una freccia scagliata nei secoli
raggiungano chi un giorno li ha ispirati.
E allora il buio verde si fa totale,
la gente si rintana, sopraffatta,
e in un silenzio come di terremoto
si alza la luna sui Castelli Romani
e lentamente volge tutto l’azzurro,
mentre tu, mia poesia, leggi poesia.

 

Sarà che mi ha influenzato la vista di un film dedicato all’ispirazione poetica – a mio umile parere un film mal-riuscito, La Settima Musa, di Jaume Balaguerò, ma lascio all’amico Michele Orsitto il piacere di recensirlo su queste pagine…; sarà che viviamo tutti il rientro come l’Apocalisse di un orrido megaLunedì, ma non riesco a trovare niente di meglio per riflettere sull’illusione dell’ego e dell’archivio per contrastare la moltitudine del caos e dei (pessimi) rientri post vacanze.

[foto di Furio Detti]

 

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