Recensione del film Hereditary (Ari Aster)

 

Sono stato attratto al cinema il 4 d’agosto da recensioni che parlavano di “Hereditary” come di un horror al livello di “The Witch”, ovvero di uno dei film più belli in assoluto degli ultimi anni. Di recente, infatti, l’abilità di alcuni registi ha fatto sì che i clichés e i canoni del genere horror, pur applicati rigorosamente, siano stati “piegati” a contenuti del tutto atipici: una bambina che diventa donna (The Witch), il cinema che riflette su sé stesso (Quella casa nel bosco), l’elaborazione del lutto (Babadook), la condizione femminile in medio oriente (A girl walks home alone at night), la questione razziale in USA (Scappa – Get Out). Gli altri “buoni” film di paura in circolazione, invece, hanno fatto la scelta opposta, forse ancora più difficile, data la ormai notevole consunzione del linguaggio horror: mantenere in pieno la tradizione “di genere” e potenziandola con mezzi tecnici, sceneggiature e cast veramente solidi, impeccabili. Mi viene in mente Sinister (davvero un film agghiacciante…nel senso buono), oppure Bed Time (sorretto da un plot quanto mai insolito e un’ottima recitazione).
Ebbene, Hereditary resta letteralmente “spaccato in due” tra queste due opzioni, ne viene quasi schiacciato.
All’inizio, infatti, vi è il tentativo di raccontare rapporti familiari malati, disfunzionali, di descrivere dall’insolito angolo visuale del linguaggio orrorifico le tensioni madri-figli/e. E questa è la prima parte del film (direi, tra l’altro, di gran lunga la più riuscita). Molto bella, in funzione di questi contenuti, la scelta di far costruire alla protagonista dei diorami in legno (quasi delle case di bambola) che rappresentano gli eventi reali che capitano alla sua famiglia, e quasi prodigiosa è la fotografia, che ritrae gli ambienti in maniera artificiale, come se la realtà stessa del film fosse un diorama.

Nella seconda parte, è rappresentata la classica trama horror fatta di fantasmi, cadaveri insepolti, demoni e rituali. E questa funziona meno, per diversi motivi. In primo luogo perché, da un certo punto in poi, il film cambia bruscamente e completamente di registro in maniera disarmonica. Alcuni personaggi, eventi e particolari mostrati all’inizio della pellicola si rivelano del tutto inutili o addirittura contraddittori rispetto ai contenuti successivi. Inoltre il livello tecnico della regia non si mantiene all’altezza, e molte scene della seconda parte non entusiasmano affatto.
Da ultimo, ritengo eccessivo il grado di tensione medio cui è sottoposto lo spettatore: un narratore di razza sa quando premere sull’acceleratore dei battiti cardiaci del suo pubblico, e quando stemperare la tensione. Il tutto per mantenere sempre viva l’attenzione, e soprattutto per non rendersi ridicolo. Se ci si fa caso, infatti, il meccanismo difensivo dello spettatore di fronte all’eccesso di tensione è il riso, ovvero il rifiuto del principio di realtà della materia narrata: credo che quando si ride di fronte a scene raccapriccianti,lo si faccia perché si riconosce che le stesse sono solo una finzione scenica, e lo si fa più facilmente quando la tensione diventa talmente alta da risultare insopportabile… può essere? 🙂
Che dire? Non sono pentito di aver assistito a Hereditary: ci sono buoni spunti, mestiere… ma il progetto complessivo resta un tentativo non riuscito. Credo comunque che il regista (l’esordiente Ari Aster), avrà modo di esprimere in futuro tutto il suo potenziale.

5 agosto 2018

Michele Orsitto

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