CVD – La fascinazione del mito.

(Perché così tanto interesse per una foto?)

Mi telefona Aleksandra: – Non ci crederai: ho pubblicato sulla mia pagina FB la fotografia di una piantagione di arance o mandarini e si è scatenato il finimondo. Vai a vedere… commenti entusiastici, likes come se piovesse, e migliaia, dico migliaia di condivisioni…

La curiosità è femmina, si sa, e mi induce a riconsiderare la fotografia in questione che pur avevo potuto vedere in notifica, ma, lo confesso, che non aveva suscitato in me particolari emozioni.

Scorro l’immagine e cerco di capire che cosa abbia indotto 1423 persone (anzi 1424, me compresa!) a darne riscontro con una emoticon e a lasciare ben 220 commenti senza contare le condivisioni, che sono arrivate al ragguardevole traguardo di 16.232 diverse acquisizioni.
Si tratta di un’inquadratura a lunghissimo campo, in diagonale, che ha un effetto quasi ipnotico nel ripetersi ossessivo di un soggetto sempre uguale: una pianta di agrumi (arance o forse mandarini, appunto) carica all’inverosimile dei globosi frutti dorati che spiccano in gloria fra il verde compatto delle foglie… solo questo, ancora e ancora, a perdita d’occhio, in righe ordinate e convergenti fino alla linea sfumata di un orizzonte contadino non particolarmente connotato… quindi?

Non è tanto l’immagine in sé, quanto quello che l’immagine richiama o rappresenta nell’immaginario di tutti noi.

Nel giardino delle Esperidi.

Narra il mito che nel favoloso occidente, oltre le Colonne d’Ercole, ci fosse un giardino incantato dove le Esperidi, figlie della Notte, coltivavano un albero carico di frutti d’oro, custodito giorno e notte da un drago insonne. Questo luogo leggendario popola molti dei racconti cantati dagli aedi dell’antichità: i pomi d’oro compaiono nei miti di Atalanta, di Ercole e di Giasone, segnano la discordia fra le dee che sarà la genesi della guerra di Troia e del travagliato viaggio di Ulisse… e hanno sempre un effetto irresistibile, capace di originare avventure meravigliose o terribili tragedie.

La favolistica medioevale riprende la storia dell’albero dai frutti prodigiosi e in molti castelli e palazzi rinascimentali si incontra il soggetto dell’albero con frutti dorati, al centro di cortili o su fontane e scaloni. Non a caso, in moltissime rappresentazioni pittoriche la cornucopia dell’abbondanza trabocca di arance e melograni, altri frutti fantastici che richiamano le fiabe e le leggende del passato, perciò non meraviglia se, al momento di denominare scientificamente i frutti di questa pianta sempreverde ( originaria della Cina, in realtà, ma si sa, Colombo non fu l’unico a confondere la bussola!) fu quasi ovvio scegliere il nome di esperidio, in memoria di quei frutti prodigiosi a cui nessuno sapeva resistere.

 Forse questa fotografia, nella sua assoluta dilatazione quasi onirica, ci riporta a quel leggendario giardino, e non a caso gli aranceti vengono chiamati ‘giardini’ in Sicilia, e, anche se solo con gli occhi, ciascuno di noi può rubare l’oro di questi frutti fatati e meravigliosi.

L’effetto ‘social’.

Tutta una suggestione letteraria, quindi?

Sì e no.

Siccome sopravvive in molti di noi quell’immaginario collettivo che accomuna fra loro certi miti ancestrali, di cui si ritrovano le tracce in culture diverse e molto distanti fra loro, la profusione delle arance suscita un’immediata reazione di sorpresa, il riconoscimento  e la riscoperta che , toh, guarda, le arance ( o mandarini che siano) non crescono nelle cassette del supermercato, ma vengono da questi luoghi straordinari e c’è chi accudisce le pianticelle, le trasforma in queste sculture viventi e si preoccupa di abbeverarle e pettinare le loro chiome verdeggianti fino a farne uno spettacolo d’arte, oltre che di sapienza contadina.

Mi spiego così i commenti entusiastici, le richieste di indicazioni per poterle vedere ‘di persona’ (magari immaginando i campi in cui crescono questi capolavori come una galleria di museo, senza il calore, la polvere e gli altri disagi che si accompagnano indissolubilmente alla vita agricola).

Subentrano anche considerazioni sociologiche sulla necessità di ‘comprare italiano’ a cui il rinato spirito nazionalista non si sottrae, lamentando l’onnipresenza di prodotti stranieri sui nostri mercati, a danno delle produzioni dei nostri frutticoltori, sottopagati pur dopo una simile dimostrazione di competenza agronomica.

Queste e molte altre istanze sovrascrivono i significati dell’immagine e ne spiegano, o forse giustificano, il successo del tutto inaspettato che va molto oltre quello di una fotografia ben riuscita.

 

Milena Nasi Benetti

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