Lo sguardo (montanaro) dell’artista

Cosa fa l’artista?

Come un pittore lascia il suo segno sul suo capolavoro e nel tempo, ..come uno scultore trae anime a movimento da rocce immobili,.. come un musicista trova armonie segrete commuovendo gli sguardi…

Eppure… una domanda mi ritorna sempre; nell’angolino della mente bussa piano, ma regolarmente e non mi lascia stare: PERCHE’ ?

Cos’è che muove mani, animi, menti, corpi, pensieri a fare dell’ARTE, tutta, un modus vivendi?

Sì, perché l’arte è anzitutto MOVIMENTO, un andare-verso, un proiettarsi in avanti. Uno sporgersi verso qualcosa che si è intravisto, che si intuisce e che si pensa valga la pena di scoprire e conoscere.

È la stessa passione che Ulisse metteva nel dispiegare le sue vele, la stessa forza che Michelangelo impiegava nel tratteggiare la delicatezza della sua “Pietà”, la stessa curiosità che Galileo metteva nell’osservare le stelle, la stessa inquietudine che Caravaggio rovesciava nei suoi colori, la stessa potenza che Mozart riportava nelle sue opere, lo stesso dubbio che Kant dispiegava nella sua indagine filosofica, la stessa fede che Dante disegnava nelle sue cantiche.

È quindi un andare, un incedere, a volte più lento, a volte più veloce, ma mai statico. Anche quando l’artista ha la sensazione di essere fermo, di non avanzare, di aver smarrito la strada, anche allora lui è in movimento: i suoi pensieri corrono, la sua anima si aggroviglia, i suoi ricordi bussano incessantemente e i desideri urlano un gran dolore..o un grande amore.

Il suo è un cammino faticoso, pieno di insidie, di falsi dèi, di illusioni, un cammino in salita, dove la fatica e lo sforzo reggono un peso quasi sovraumano: quello del corpo unito allo spirito e al tempo che egli vive.

È un percorso che nasconde sorprese disarmanti, doni mai sognati, orizzonti insperati. L’artista non è mai solo, ma solamente SOLITARIO. Ciò significa che la sua strada è disseminata di incontri, di sguardi e voci che, come lui, agognano la felicità, sperano la pace e pregano il sereno. Volti che lo accompagnano, che condividono tratti di fatiche e di gioie, che porgono una mano, un sorso di ristoro, e che ricevono scintille di rivelazione dalle sue mani. Sguardi di intesa e gratitudine scorrono sul sentiero dell’artista, che mai per noia, mai per orgoglio, mai per arroganza, a volte necessita del silenzio. Gli occorre come l’acqua per dissetarsi, come l’aria per respirare. Il silenzio per trovarvi il suono, il suo. Il silenzio per guardare lontano. Il silenzio per ascoltare la vita.

La sua strada non è sempre chiara, distinta e cristallina. Ma essa lo attrae con una forza soprannaturale, lo attira a sé e ad essa non può sottrarsi. Ama la fatica e la desidera: ogni opera lo abbraccia e lo sostiene e, dimentico immediatamente della fatica, rinnova in sé la forza, grazie a tutta la novità che vede e genera intorno a sé. Si trova pronto a ri-cominciare. Sempre.

 

Egli “uccide” se stesso ogni volta che prende un pezzo di sé e lo incastona nella sua opera, ogni volta che  guarda uno spazio e vi immagina, già, il percorso da svolgere per arrivare alla meta immaginata, ogni volta che sospira vedendo riflesso il suo sguardo negli occhi di chi lo ama. Egli “perde” un pezzetto di sé, ma lo ritrova rinnovato ogni volta che la sua arte si spinge oltre, ogni volta che il cielo ne riflette la bellezza, ogni volta che,  camminando su questo sentiero, ritrova se stesso.

Egli è in continuo movimento, e più avanza verso ciò che lo attrae, più affonda nella profondità di se stesso. E lì, sulla vertigine dell’anima, piange.

È un pianto ristoratore, un pianto di “fatica usata”, un pianto di stanchezza e di felicità, un pianto di ammirazione… ma soprattutto un pianto di grazie. La sua opera non è nient’altro che il riflesso di qualcosa di più grande, che risuona nell’io di ciascuno di noi, se solo lo si ascoltasse.

Ognuno di noi è quindi artista della propria anima, scultore e musicista del proprio cammino, pittore dei propri desideri  e delle proprie paure, danzatore di musiche che preannunciano la grandiosità della Vita, di quella Vita  che ci è da sempre  donata. 

Ecco l’artista: colui che scopre, nella sua piccolezza, la grandezza dell’ Altro. Ha uno  sguardo-bambino, perché il cuore non smetta mai di stupirsi. 

Ora, ditemi.

Ripercorrete un attimo questo dispiegarsi della figura dell’artista  e ragionate: non è forse, in tutto e per tutto lo sguardo dell’uomo che si pone di fronte alla montagna?

Già. Allora forse, l’artista è di certo montanaro, almeno nel cuore.

Chiara Crepaldi

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