“Il sacrificio del Cervo Sacro” di Y. Lanthimos

The Killing of a Sacred Deer


Breve premessa: mentre scorrevano le immagini dolorose, gelide e deformate dell’ultimo film di Y. Lanthimos, mi risuonava in mente un verso dei Genesis: “I know what I like and I like what I know…”. Si ama quel che si riesce a comprendere, si apprezza ciò che in qualche modo ci è familiare: e non sono sicuro di essere riuscito (ad una prima visione) ad apprezzare e a comprendere tutto quello che “Il sacrificio del cervo sacro” voleva dirmi. Corollario: fino a che punto è lo spettatore a doversi avvicinare all’Arte, munirsi di solidi strumenti di lettura… e non invece l’Arte a dover essere fruibile per il pubblico? E’ la domanda, credo, che avvolge il giudizio su gran parte dell’Arte (specie figurativa) contemporanea, a volte così soggettiva, concettuale, complessa e colma di citazioni, da rendersi inaccessibile all’umanità.
Con questo difficile film, dopo averci regalato importanti riflessioni sull’elaborazione del lutto e il valore della finzione attoriale (Alps), nonché sul rapporto di coppia quale fondamento della società capitalista (the Lobster), Lanthimos (dopo il bell’esordio di Kynodontas) torna a parlare di famiglia.
Lo fa in un modo assai spiazzante, con una regia espressionista, luci fredde, lenti deformanti, proporzioni volutamente sbagliate, inquadrature sghembe (stanze riprese in diagonale), il concerto per violoncello di Ligeti, personaggi riflessi, troppo piccoli, annegati in camere infinite e dalle prospettive alterate…
Haneke e Kubrick senz’altro hanno fatto buona scuola.

La trama: un chirurgo ubriaco (Colin Farrell) sbaglia un’operazione e un uomo muore. Martin, il figlio adolescente del paziente deceduto entra nella vita della famiglia del chirurgo. Una famiglia corretta: ricca, educata, senza problemi. Ma paralizzata: nel modo di rapportarsi sessualmente dei genitori, nelle conversazioni familiari, nei sentimenti dei figli. E la paralisi, già in nuce presente (l’amico anestesista, Nicole Kidman immobile sul letto), diviene drammaticamente effettiva, e strumento di vendetta per l’errore paterno: i figli si paralizzano, e moriranno (così preconizza il vendicativo Martin) insieme alla madre, se Colin Farrell non ucciderà uno dei suoi familiari a sua scelta. E’ la Giustizia della tragedia greca che riecheggia nelle parole di Martin, e lo sviluppo che ne seguirà implica ambigui risvolti. Tanto che non sono così sicuro che la Forza che paralizza i personaggi sia governata da Martin, o dal Destino, o da chissà quale istanza soprannaturale: la paralisi della famiglia c’era già fin dall’inizio, la tristezza, la mancanza di entusiasmo, di vita, di senso… Sono gli stessi membri della famiglia che si paralizzano a vicenda, e mi pare che Martin stia solo ad osservare divertito il disfacimento di una realtà immobile.

Infiniti rimandi cinematografici (Eyes Wide Shut di S. Kubrick- la cena elegante – , The Lobster dello stesso Lanthimos- il finale nella tavola calda – ,Revolutionary Road di S. Mendes – la scena di sesso in auto -, Stoker di Park Chan-wook – le scene a tavola , le mestruazioni -, Nella Casa di F. Ozon – il personaggio di Martin -, L’Angelo Sterminatore di L. Bunuel – per la paralisi dell’alta borghesia -, sono i primi che mi vengono in mente), moltissimi temi accennati: la pubertà (peli, masturbazioni, prime mestruazioni), il rapporto tra sesso e morte, ecc.ecc… il film però, devo dirlo (per chiarezza), non mi ha convinto fino in fondo: non ho trovato del tutto riuscita la sceneggiatura (Anche se potentemente sostenuta da immagini di altissimo livello e originalità), ed il senso complessivo di molte scene mi ha lasciato perplesso… un talento del genere, credo che possa fare di meglio!

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