FOXTROT (Samuel Maoz)

Ogni volta che ci si trova di fronte al genio, al capolavoro, a un’opera di bellezza e coerenza sconvolgenti, si dovrebbe evitare di parlarne: se non altro per non rischiare, spiegando, argomentando, cavillando, di intaccare tanto splendore.
E in effetti, era veramente da molto molto tempo che non assistevo alla proiezione di un’opera tanto valida, significativa, solida come Foxtrot. Ultimamente ho perso tempo dietro a lavori banali, irrisolti, commerciali, stantii, oppure quasi buoni, quasi riusciti, promettenti ma non compiuti… Invece, senza mezzi termini, credo che Foxtrot sia un’opera quasi perfetta (e dico “quasi” solo per pudore: per me, perfetta, la è).
Una volta ogni 2-3 anni mi alzo dalla poltrona con la sensazione di aver goduto di un’opera di grande arte: e oggi è uno di quei giorni fortunati.
Il film inizia con uno stile che mi ha ricordato molto quello di un altro lavoro recentemente premiato a Venezia, ovvero Miss Violence, dell’ottimo regista greco A. Avranas. Qualcuno definì questo stile quasi “entomologico”, nel senso che l’osservazione dei personaggi (spesso inquadrati dall’alto, da lontano, oppure per mezzo di particolari del corpo assai circoscritti), avviene quasi con spirito scientifico, asettico, come se il regista-etologo si proponesse di studiare il comportamento e le reazioni di una specie animale lontana dall’umana… quasi come insetti, appunto.
Ed è uno stile che, secondo me, trae le proprie radici dalle intenzioni artistiche di registi come M. Haneke…ma tiremm’innanz.
Quindi: un appartamento a Tel Aviv, un uomo e una donna che ricevono la peggiore notizia della loro vita. Il loro figlio maschio, attualmente sotto le armi, è stato ucciso in missione.
Dall’osservazione minuziosa delle reazioni dei protagonisti, scaturisce una trama tutt’affatto imprevedibile, con repentini cambi di tono, di scenario e di stile (abbandonato improvvisamente quello iniziale cui facevo poc’anzi riferimento), una sceneggiatura di prodigiosa pregnanza, ed una consapevolezza veramente fuori dal comune. Insomma, pare proprio che il regista e lo sceneggiatore fossero ben consci e sicuri della forza delle immagini e dei dialoghi (tutto sommato abbastanza rarefatti) che andavano a proporre… e questa forza, questo senso del destino e dell’ineluttabilità degli eventi, fa sì che ora (probabilmente) intuisca perché ho trovato questo film un capolavoro: perché non si coglie la differenza tra il Regista, l’Artista, ed il Fato, il Destino.. questi due concetti (Arte e Tempo) sono assolutamente coincidenti, perché la Necessità dell’opera è così assoluta da non concedere alcuna possibilità di deviazione alle figure, ai colori, agli eventi, alle parole…

Il tutto, senza che vada perso il gusto (tutto ebraico), pur in un film veramente drammatico, per l’aneddoto di spirito, il calembour.
Splendido tra l’altro il continuo, ambiguo riferimento ad una volontà divina, la cui esistenza viene alternativamente smentita e riaffermata, così dando la dimensione di dubbio e di incertezza che è tipica della condizione umana. Ad un certo punto uno dei personaggi dice “noi siamo atei”, parlando della famiglia protagonista del film… ma pare essere continuamente contraddetto dal senso del mistico che pervade la mente dei personaggi: e, d’altro canto, questo sentimento religioso sembra confondersi e tramutarsi in un laico e terribile senso di colpa… e la riflessione che deriva da questa possibile confusione è assolutamente affascinante: quando Dio diventa Io il peso delle proprie azioni e delle proprie colpe (vere o presunte che siano) diviene insostenibile.
Parlare di riferimenti (a parte Haneke per i primi minuti), potrebbe essere superfluo… ma qua e là in me ha riecheggiato qualche sensazione già provata nella visione dei (meravigliosi, peraltro) film del regista turco N.B. Ceylan…
Senza spoilerare (solo chi ha visto il film credo possa capire), all’ultima scena mi è venuto in mente: la morte ci passa davanti ogni giorno, e spesso non ha il volto che ci si aspetterebbe…
Buona visione!

Michele Orsitto

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