Una sola vita non basta

I mille talenti di Simone Giusti


Non ancora sazi di #TempodiLibri, con l”inchiostro di stampa ancora fresco sulle dita già ci apprestiamo a leggere “Portland” di Simone Giusti. Un romanzo il cui genere conosciamo sicuramente meglio sul grande schermo e che pure Simone è riuscito a trasportare magistralmente su carta.

Sfogliando le pagine possiamo sentire il “clang” metallico degli speroni e in bocca mastichiamo come della terra. Nelle narici ci arriva persistente l’odore della polvere da sparo. Sì, siamo a Portland e l’anno è approssimativamente il 1880.

NC: Simone Giusti, scrittore, regista e… Ciao Simone vuoi presentarti al nostro pubblico? Di cosa ti occupi? So che hai molti talenti.

SG: Ciao Linda, ciao a tutti. Sì, adoro fare diverse cose, ma, anche se sono tante, hanno tutte un minimo comune denominatore: la comunicazione. Che ci piaccia o meno, siamo nati per comunicare; la maggior parte dei problemi del mondo dipendono dalla scarsa comunicazione o dalla manipolazione, che è una comunicazione del “lato oscuro”, e cioè volta non a offrire più punti di vista agli altri così da allargare le loro vedute, ma a dargliene uno soltanto per imprigionarli un’idea, un pensiero, una logica che sposino come la loro (e poi la tramandino), ma che loro non è. La mia “missione” è utilizzare la narrazione in ogni sua sfaccettatura (spot, video, romanzi, racconti, corsi di formazione e quant’altro) per offrire alle persone il maggior numero di punti di vista possibili. Perché la felicità è direttamente proporzionale all’ampiezza della tua visione.

NC: Conoscevi già NoCrime? La nostra mission? Pensi che l’arte possa combattere la bruttura del male quotidiano?

SG: Sì, conosco NoCrime e conosco la sua missione. E sono più che certo che l’arte possa non solo combattere, ma battere la bruttura del quotidiano; e ora ti spiego velocemente perché. Ci sono due modi per arrivare dentro le persone. Il primo è quello veloce e facile, e cioè: giocare sul senso di colpa, sulla paura, sul disagio e su tutti gli altri istinti di bassa vitalità (o possiamo chiamarla anche “vibrazione”) presenti nell’animo umano. Spesso è un metodo che va a dividere, a far nascere conflitti interiori, a far arrabbiare. È un metodo che non porta benefici sulla lunga distanza, è il metodo della manipolazione. Poi c’è l’altro modo, quello che punta su istinti alti (alta vibrazione) dell’animo umano, istinti di collaborazione, di armonia, di felicità. All’inizio ha più difficoltà a farsi strada, semplicemente perché non lavora sul cervello rettiliano (il più primitivo, in pratica il tronco dell’encefalo) dove si gestisce la “sopravvivenza”, ma lavora sulle parti più evolute come il cervello limbico e la neocorteccia, che però hanno attivazioni leggermente più lente rispetto al primo. È dunque facile lavorare sugli istinti primordiali, quelli del rettile, ma è ben più costruttivo e di lunga durata innescare risposte degli strati più evoluti del nostro cervello. La felicità è bellezza, la bellezza è arte. Dunque, sebbene le prime battaglie siano a favore dei manipolatori per motivi prettamente biologici, la vittoria è già in pugno dei persuasori: la bellezza vince sempre.

NC: Scrittura o regia? Storytelling o life coaching? Cosa ti attrae di più? O cambi a seconda dell’ispirazione?

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SG: Scrittura su regia e storytelling su life coaching. Ma non sono attività separate. Anzi. La narrativa comprende una parte di regia della storia, e la regia in senso stretto non è altro che suscitare le giuste emozioni nell’attore affinché trasmetta il messaggio che volevi dare con quella storia. Riguardo alle seconde, il mio storytelling è interconnesso col life coaching. Ogni storia ha un messaggio, quel messaggio esplode nel finale, ed è grazie a quell’esplosione che ogni scrittore può dare agli altri molto di più di quanto si possa fare in qualunque altro modo.

NC: e, fra queste, quella che ti richiede sforzo maggiore?

SG: La regia è la più faticosa. Il motivo è abbastanza semplice: gestione. Hai una troupe, hai attori, hai una serie pazzesca di variabili da gestire e non è detto che il risultato sia come quello che avevi in mente tu. Più variabili, più difficoltà.

NC: tornando a Portland. Un racconto frenetico che si svolge in una singola notte. Una corsa contro il tempo per salvare… No, non voglio raccontare troppo. Posso solo dire che il romanzo mi è piaciuto molto e l’ho trovato scorrevole e adrenalinico. Come ti è venuta l’idea?

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SG: L’ispirazione è un fenomeno pazzesco che tutti siamo in grado di suscitare. Basta abituarsi al sentire, mettere da parte la logica e tornare alla percezione, che si manifesta con l’intuizione. Ecco, Portland è nato per merito di un’intuizione combinata alle sincronicità. Le sincronicità in merito sono: un periodo in cui leggevo molti libri sul West combinato con la visione di un documentario sui sotterranei di Portland. Questi due fattori uniti insieme in una sera di pioggia in cui mi sentivo più ombroso (terzo fattore) mi fecero nascere il bisogno di scrivere questa storia, una storia dove nella trama è nascosto un messaggio in cui credo davvero tanto.

NC: C’è una morale, c’è sempre una morale. Per me la più importante è quella di non giudicare le persone più sfortunate. La storia della prostituta è emblematica.

SG: Come anticipato prima, sì, c’è una morale, è impossibile scrivere senza. Anche gli scrittori che non si rendono conto di dare messaggi, li danno con le loro storie. Non posso svelare la morale sennò il castello della metafora mi crolla (anche perché la metafora si solidifica nelle ultime righe), ma parlandomi del giudizio ci sei andata molto vicina. Diciamo che è una morale sul giudizio, ma va un po’ più in là, perché la prima lavora a livello conscio, la seconda lavora dentro, ti senti cambiato ma non sai perché. Per quanto riguarda la prostituta, è un tema centrale su cui ho costruito un monologo e un booktrailer dal titolo “Schiava”. Le metafore funzionano al massimo quando si rovescia il punto di vista (vedi Blade Runner), ed è quello che ho fatto con “Schiava”.

NC: Devo complimentarmi anche per la copertina, è d’impatto e la scelta dei colori è perfetta. Merito della casa editrice o hai “detto la tua”?

SG: Tutto merito della casa editrice. Sono sempre aperto a nuove idee (punti di vista esterni ai miei) che permettono di leggere la realtà in modo del tutto diverso e nuovo, addirittura inaspettato. Sono molto intransigente sui meccanismi della comunicazione nella storia, sullo stile e soprattutto sulla solidificazione della metafora: basta cambiare una parola che tutto il castello viene giù. Mentre sulla copertina ho dato carta bianca. Volevo che fosse un grafico a tirar fuori la copertina in base alla mia storia. E sono soddisfatto perché mi ha dato qualcosa che non avrai mai immaginato prima. Ha allargato le mie vedute. Ottimo.

NC: ma “Portland” non è un romanzo a due dimensioni, bensì a tre. Sbaglio o sto sentendo delle note nell’aria? Invito i lettori a gustarsi questo: https://www.youtube.com/watch?v=J6dUbQkgd5w

SG: Non stai sbagliando affatto. Il nostro cervello è molto più rapido nell’assimilazione di immagini che di concetti o parole, per questo ha bisogno di una scrittura evocativa, ma senza mai intaccare la scorrevolezza. Per scrittura evocativa si intende il dover far vedere, sentire, toccare la storia. Per questo ho scritto Portland sentendomi nei cunicoli (l’aria umida, il fetore di marcio, il buio, il sapore metallico in bocca, eccetera), sentendomi le frustate sulla schiena, lo scoppiettare delle fiamme nelle orecchie, il calcio ruvido della Colt in mano. Nei miei romanzi voglio che i lettori facciano un viaggio sensoriale, voglio che provino le emozioni dei protagonisti, voglio che si sentano là.

NC: Ovviamente questo non è il tuo unico romanzo, ma ci piacerebbe che ci raccontassi qual è quello a cui ti senti più legato.

SG: Domanda a cui è durissimo dare una risposta. Li adoro tutti perché ognuno di loro rappresenta un passaggio della mia vita, rappresenta un messaggio che volevo dare, rappresenta me stesso e la mia visione del mondo in quel momento lì. Adoro “Guerre corporative” perché è il più anni Ottanta, quello coi personaggi che sembrano un fumetto, quello che parla di ciò che accade nel mondo sotto i nostri occhi, ma che non vediamo per via della dilagante disinformazione, quello che vedrei benissimo trasformato in un film d’azione. E poi adoro la saga di Jimbo perché con quella (a fine anno uscirà il terzo e ultimo della serie) sto tracciando un percorso evolutivo dalla sopravvivenza alla felicità.

NC: Progetti per il futuro? Un romanzo o un film? Cosa hai in serbo per noi?

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SG: Oltre al completamento della trilogia di Jimbo, ho in mente di scrivere il manuale dei corsi di Storytelling che tengo. Sono sempre stato un curioso, non mi sono mai fermato a ciò che è, ho sempre cercato di scendere fino in fondo, alle radici della questione. Questa natura, unita all’interdisciplinarità che è fondamentale per non rinchiudersi nella propria torre di certezze, mi ha portato a scoprire i meccanismi cerebrali e biologici della narrazione. Questa cosa mi ha permesso di creare un corso di narrazione che supera gli elenchi di cosa si deve fare per arrivare al nocciolo centrale così da non formare replicanti di tecniche ma creatori di storie. La cosa più fantastica è ospitare copywriter e scrittori che alla fine del corso mi rivelano di esser venuti un po’ titubanti, perché hanno fatto master su master e si sono laureati su quella materia lì, ma che vanno via con gli occhi pieni d’entusiasmo dicendomi di aver visto la narrazione come mai nessuno gliel’aveva raccontata finora, e soprattutto di aver scoperto dei meccanismi di creazione e d’ispirazione capaci di risolvergli i problemi quotidiani. C’è cosa più fantastica? Ebbene, ora voglio mettere tutti i segreti dello storytelling, del socialtelling, del digitaltelling e dello speechstory (i corsi che tengo) dentro un manuale per dare a tutti coloro che sentono di voler comunicare con la scrittura qualcosa che possa facilitare il loro cammino.

NC: Arte a tutto tondo! C’è qualcosa che “non sai fare”? Una forma d’arte che ti piacerebbe apprendere?

SG: Ho sempre avuto un debole per il disegno. Da piccolo ero bravo. Raccontavo con le immagini. Oggi direi che facevo Visual Storytelling. L’unico mio rimpianto è di non esser andato a un liceo artistico. Ma in fondo non è un male, perché visto che non so disegnare sono “costretto” a collaborare con disegnatori, e c’è qualcosa di più entusiasmante che condividere e cooperare?

NC: Forse una vita non basta per far tutto, ma possiamo affermare che tu ti dai da fare, senza dubbio! Eppure sono certa che non tralasci la meditazione, hai qualche tecnica da suggerirci?

SG: Sono molto contemplativo. Non passa giorno che non mi ritagli un’ora (anche due) di passeggiata in solitario nella natura. Ottimi sono gli alberi perché danno tanta energia, ma va bene tutto, dal mare alla montagna, dai fiumi a tutto ciò che si vuole, basta che ci sia la natura, il silenzio e noi. Lì si deve spegnere il cellulare e abituarsi a vivere nel qui e ora. Per staccare i pensieri ci possiamo concentrare sulla respirazione, e poi sui paesaggi che incontriamo. Per questo è utile cambiare spesso, per non dare al cervello meccaniche già conosciute. Camminare, respirare e contemplare. È anche un ottimo modo per “scaricare” spunti per storie. E se uno resta in casa, be’, può scegliere (non decidere con la mente razionale, ma scegliere con l’intuizione) la musica rilassante tra le miriadi che sono caricate su youtube (le meditazioni theta sono ottime), sedersi, chiudere gli occhi e respirare. Il passato non esiste più, il futuro non c’è ancora. Esiste solo il qui e ora. Per almeno due ore al giorno dobbiamo vivere davvero.

NC: la mente e il suo potenziale! Con gli occhi del futuro dove vedi Simone Giusti da qui a dieci anni?

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SG: 23 anni fa uscivo da Ragioneria, e non mi sarei mai aspettato che mi sarei ritrovato dopo tanti anni di nuovo in quella scuola a parlare davanti a 250 persone della potenza del messaggio nelle storie. Non me lo sarei mai immaginato ma ora so che è normale che sia così. Con questo ti voglio dire che: la mente costruisce proiezioni in base a ciò che già conosce, e se non vuoi ripetere il passato devi lasciare alla vita l’opportunità di scorrere sui flussi della tua creazione. Frase un po’ ostica? La spiego. Non mi immagino nelle concretizzazioni materiali da qui a dieci anni (perché sbaglierei), so solo che farò ciò che sono e prenderò ciò che la vita mi darà affinché possa completare la mia missione: essere me stesso.

NC: e noi siamo curiosi e appassionati! Attendiamo tue notizie e ti seguiremo in questa grande avventura che è la vita. Ciao, un caro saluto da tutti noi.

SG: Un mega saluto a tutti voi. E… leggete, perché è fantastico vivere più vite in una volta sola.

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