“Il filo nascosto” e “Quello che non so di lei”, ultime uscite cinematografiche

IL FILO NASCOSTO (Paul Thomas Anderson)

Mi viene difficile parlare di questo film perché i contenuti che mi si affollano in mente sono assolutamente disgiunti dalla materia trattata dalla pellicola. Ad ogni modo (a scanso di equivoci) la trama è la seguente: negli anni ’50 un sarto londinese di altissimo livello conosce una cameriera e tra di loro inizia una relazione. Lui è un uomo di mezza età, abitudinario, scorbutico e piuttosto noioso (nonostante il fascino che emana dalla sua persona e le buone maniere che esibisce); lei una ragazza volitiva e caparbia, anche se molto innamorata e devota a quest’uomo sostanzialmente insopportabile. Sviluppi inaspettati (per non spoilerare).
Il film, elegante e ben interpretato, diretto dalla ormai inconfondibile mano di P.T. Anderson (basti dare un occhio agli accostamenti di colore turchese-rosso, in tonalità che non possono non richiamare The Master), si dibatte un po’ stancamente per 125 minuti su 130. Mentre la pellicola si avviava a conclusione, iniziavo a chiedermi perché il regista (che amo molto, tra l’altro), avesse scelto una storia tutto sommato non irresistibile, e si fosse appiattito su uno stile un po’ scialbo, tipico di molta cinematografia inglese in costume (e che in genere mi annoia a morte). Pensavo comunque che, visto il materiale a disposizione del regista, lo stesso avesse fatto un buon lavoro formale (tecnicamente ineccepibile), specie se paragonato all’obbrobrio messo su da Sofia Coppola su un plot simile (…la casa-gineceo, i funghi, ecc. mi hanno fatto disgraziatamente tornare in mente l’inguardabile “L’Inganno”).
Gli ultimi cinque minuti (che non posso rivelare, ovviamente!) sono invece secondo me talmente geniali, risolutivi e spiazzanti da risollevare le sorti di un’opera un po’ soporifera.
E allora, le riflessioni che mi hanno assalito: può un solo gesto, un solo momento significativo, dare un senso a un’opera (…o alla vita? o a una relazione? a un’amicizia? a un amore?), altrimenti poco interessante, quasi indegna di essere vista/vissuta? Basta un attimo di genialità, di felicità, di beatitudine, valere il tempo di un film come di un’intera esistenza?
Mentre leggevo i titoli di coda, e ancora non comprendevo bene se essere entusiasta o deluso da “Il filo nascosto”, mi colpiva una piacevole sorpresa: colonna sonora firmata da Jonny Greenwood (il geniale chitarrista dei Radiohead).

QUELLO CHE NON SO DI LEI (Roman Polanski)

Mi pareva scortese non andare alla “festa” (traduci=nuova uscita) di un caro, vecchio e stimato amico come Roman Polanski. Quasi da ingrato: ma come?! Dopo essermi goduto quasi tutti i suoi film (ho controllato la filmografia…me ne manca uno solo..) dal Coltello nell’Acqua alla Venere in Pelliccia, passando per capolavori assoluti quali Repulsion, Cul de Sac, l’Inquilino del Terzo Piano, Chinatown, Macbeth, Rosemary’s Baby, e chi più ne ha più ne metta… non potevo non andarlo a trovare anche stavolta. Non mi sono presentato neppure a mani vuote (7,50 euro in fondo non sono pochi…), ho suonato il campanello, ho aspettato che mi aprisse… e, forse non se lo aspettava,

ma mi è parso titubante, quasi sorpreso. Anch’io ero in imbarazzo, perché non avevo nessuna voglia, in fondo, di vederlo (non so perché). Eppure conservavo un ricordo splendido del nostro ultimo incontro (la Venere in Pelliccia). Come purtroppo immaginavo, mi sono trovato di fronte a una storia poco interessante sul tema della scrittura, della creatività e del “doppio” (in materia Roman aveva fatto molto di meglio: The Ghost Writer, ad esempio, era stato un buon film). Immediato è il riferimento a Misery Non Deve Morire, ormai più che consolidata la tecnica dell'”asfissia da interni” (quasi un marchio di fabbrica del regista polacco), rodatissimo il sodalizio con la moglie, la sempre apprezzabile E. Seigner… Ma il film non suscita l’inquietudine tipica dei film più riusciti di Polanski, la trama non avvince più di tanto (è piuttosto banale, in fondo), i dialoghi non eccelsi. E mentre la Seigner resta un’attrice convincente, purtroppo Eva Green è molto più bella che brava. Che dire? Ho salutato educatamente e me ne sono tornato a casa, riflettendo sul fatto che non tutte le ciambelle riescono col buco, nemmeno ai più grandi.

Michele Orsitto

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