Intervista a Marcello Nardis: tenore dal sangue blu

Cari lettori di NoCrimeOnlyArt, oggi abbiamo il piacere di intervistare il tenore Marcello Nardis, non solo un talentuoso cantante ma persona dotata di grande intelletto e in grado di esprimere la sua personalità in svariati campi musicali, mosca bianca nell’attuale panorama artistico.


Se fossi un pittore quale quadro ti piacerebbe dipingere?

Volendo seguire una suggestione proustiana, potrei rispondere che mi piacerebbe aver dipinto “il più bel quadro del mondo”  e cioè La veduta di Delft di Vermeer. Più concretamente, sono attratto dalla intuizione del non-colore, o meglio, del-colore-nel-colore materico di Rothko: a una certa età si comprende che la ‘sfumatura’,  lo ‘scolorare’ dall’ altro e/o nell’ altro può avere un significato maggiore che la definizione monocromatica, che risulta essere in sé autoreferenziale e in qualche modo presuntuosa. Tendere verso il profondo indefinito splendore. Non è mistica: è esperienza materiale.

Colore preferito?

Il blu Savoia.

Essere un cantante lirico oggi, cosa vuol dire? Che tipo di vita comporta e quali difficoltà?

Direi che, dando per scontate una preparazione musicale che deve essere sempre massima, una ottima salute fisica  generale, sia necessaria una sana capacità di adattamento ad ogni tipo di circostanza. Sul palcoscenico e fuori. Questo consente di mantenere una tensione creativa verso standard di rendimento richiesti, anche in termini di performance (non solo vocale), che sono sempre – e giustamente- più alti. Un elemento fondante, secondo la mia personale consuetudine, è individuare una specificità, un ambito di azione più o meno esclusivo, in cui poter agire e proporre il proprio meglio. E’ una magnifica e stimolante sfida quotidiana, con sé stessi oltreché con il resto di un mondo, quello dell’ opera, che ha le sue regole, così come le sue molte eccezioni. A fronte dei ritmi di produzione il tempo è sempre scarso: farne un uso meno che consapevole è da scellerati. La disciplina personale, insieme con una vera e propria ‘igiene’ nella gestione delle risorse, sono tratti irrinunciabili, non solo nella costruzione della vocalità in senso stretto, ma anche nei rapporti interpersonali. E’ importante sorvegliare la fase preparatoria, così come quella del suo mantenimento. E poi, più praticamente, è necessario allenarsi a non risentire di spostamenti continui, a trovare agio e riposo nei molti viaggi e, soprattutto, a perseguire ogni occasione di  ‘ossigenare’ la propria vita artistica con le sollecitazioni più disparate. In altre parole, stando alla mia esperienza, provare a considerare il canto una sorta di punto cospicuo di un percorso: non necessariamente il suo esclusivo traguardo finale.

Quali sono le tue linee guida nel canto, ma anche nella vita?

Credo di aver risposto già alla precedente domanda. Aggiungo che guardare con moderata diffidenza agli eccessi, di qualsivoglia natura, può essere una piacevole opportunità di crescita e di concentrazione in favore di più stimolanti e pertinaci priorità.

Cantante, ma anche pianista: cosa rara. Quanto ti ha aiutato la formazione da strumentista nell’ approccio al canto?

E’ stata, per me, fondamentale. La porta di accesso alla vocalità. Ho avuto sin da subito l’ occasione di accompagnare giovanissimo in classe i cantanti. La mediazione è stata quella liederistica, con Schumann, Schubert, e un po’ di Brahms. Da pianista, ho scoperto prospettive assai interessanti di ‘collaborazione’ cameristica tra lo strumento e la voce. A forza di proporre poi esempi improvvisati ai “miei” cantanti (io farei così questa nota…) ho poi finito col prendermi io stesso la piena responsabilità di provare a cantare. Dallo strumento ho imparato l’ organizzazione dello studio e il ‘rendimento’ come fatto svincolato da ogni qualsivoglia estemporaneità. E così è stato tutto molto naturale e anche un po’ casuale. Il fatto che abbia iniziato la mia avventura nel canto cimentandomi con la Dichterliebe prima ancora che con Vaccai, rimane un dettaglio circostanziale e non, ahimè, un dilettevole vezzo…

Sei un esperto del repertorio liederistico, quanto è importante per un giovane iniziare da questo tipo di repertorio?

Io credo che ogni cantante d’opera debba conoscere il repertorio liederistico, esattamente come quello oratoriale. Nella fase della formazione, ma non esclusivamente in quella, è importante cimentarsi con diverse scritture e promuovere differenti attenzioni. La cura necessaria dovuta alla parola poetica nel Lied, al ‘suono’ vocale, non può che giovare allo stesso repertorio operistico. Un Lied può essere una palestra privilegiata di apprendimento non solo espressivo, ma anche tecnico. Lo dico spesso: i Lieder non sono figli di secondo letto del teatro musicale. E’ necessario conoscere un repertorio, una ‘forma’ con cui si sono cimentati, nel tempo, fior di Compositori. Trovo assurdo, per esempio, – ed è una consuetudine tutta nostrana- non porsi nelle condizioni di approcciare un testo in lingua sin dall’inizio dello studio. Sono repertori che dovrebbero trovare sempre e comunque spazio nel curriculum personale di qualsiasi cantante, come fatto culturale, a prescindere dalla concreta possibilità (o voglia) di diventarne interprete.

Quali sono i tuoi punti di riferimento tecnici? Quali cantanti del passato sono il tuo faro?

Sono molti i cantanti del passato che restano dei punti di riferimento per me. Ma vorrei, una volta tanto, spendere una parola per la nostra ‘contemporaneità’. Penso infatti sia fuorviante valutare ossessivamente il presente come fossimo tutti inconsolabili orfani di una età dell’ oro del teatro musicale, ormai irrimediabilmente perduta. Certo, è vero che gli anni ‘50, ‘60 come per tante altre forme d’arte (pensiamo all’arte visuale, alla stessa cinematografia) sono stati per l’ opera forse irripetibili, per qualità e quantità. Leggendari, per molti aspetti. Tuttavia, fuori dai denti: penso che molti cantanti oggi cantino con una maggiore consapevolezza tecnica e stilistica di tanti ‘numi’ del passato. Non si può ignorare un quarantennio di studi musicologici, organologici, finanche filologici, che hanno proposto ( se non addirittura restituito) una prassi esecutiva e certo una consapevolezza stilistica di sicuro impensabile, salvo gloriose e fenomenali intuizioni, nel precedente passato. Perciò, personalmente, se proprio devo individuare dei fari, preferisco guardare le coste dai mari che navigo nel contemporaneo, tutti i giorni, nel mio e nel nostro presente, gioendo nel trovare assai più spesso di quanto tanti affezionati appassionati d’opera siano disposti ad ammettere, punti di riferimento assoluti che spesso diventano reali occasioni di condivisione e di apprendimento: la voce ‘viva’ di molti bravissimi colleghi di oggi. Non lasciamo che il passato ci dica chi siamo (o chi non riusciremo mai ad essere) ma, piuttosto, che sia fonte di ispirazione per ciò che dobbiamo tutti i giorni, salendo su un palcoscenico, provare a diventare.

Quanto conta la meritocrazia oggi in teatro?

Tanto, nella misura in cui permetta la permanenza di un artista per più di una stagione e in più di un Teatro.

Sei un artista che vanta collaborazioni musicali e registiche veramente ‘titolate’. Puoi descriverci l’ esperienza di lavorare con grandi Maestri?

E’ vero. Ho avuto la fortuna di collaborare con grandissimi Maestri, talvolta vere e proprie leggende: fantastici direttori, fenomenali pianisti, registi geniali. A chi sappia cogliere, ognuno lascia in dono qualcosa: un modo di porsi nei riguardi della partitura, una tensione alla valorizzazione delle proprie peculiarità, un semplice stimolo, una intuizione, uno spunto estemporaneo. Sono sensazioni che restano e creano una familiarità, una consuetudine. Penso a Bruno Canino, Antonio Ballista, Badura-Skoda, per dire dei pianisti, la meravigliosa chiarezza e la ‘semplice’,  ineguagliabile grandezza di Riccardo Muti (per tacere di tantissimi altri) e la eccezionalità di Damiano Michieletto, Francesco Micheli, Emma Dante, Alessandro Talevi e la coppia Ricci/Forte, una recente collaborazione per me, tanto per nominare i registi a me più vicini anche anagraficamente.

Proprio Damiano Michieletto ha firmato la regia della Lustige Witwe di Léhar, recentemente andata in scena alla Fenice di Venezia. Come è lavorare con il regista d’opera italiano più richiesto nel mondo?

Damiano Michieletto ha il dono della leggerezza unito ad un senso reale e assai concreto del teatro. Oso dire che sia il ‘mio’ regista per eccellenza: amore a prima vista (ho più di un motivo per crederlo ricambiato…) per il suo modo di lavorare ‘nella’ musica e ‘con’ la musica e di intendere l’azione vocale come componente fondamentale ma ‘non’ esclusiva dell’ azione teatrale. Il grande regista è colui che sa valorizzare le peculiarità uniche e irripetibili degli artisti con cui collabora. Perciò si stabilisce con Damiano un dialogo costante anche ( e soprattutto)  fatto di non-detti, di intesa, con una complicità massima e nuda. Basta uno sguardo, un sorriso, un motto. Lui ispira, ovvero coglie e rilancia. E il cantante si sente motivato e sostenuto. Personalmente potrei agire in palcoscenico (ed ho agito!) ai limiti del verosimile. Senza alcuna reticenza o perplessità. Ricordo una Cenerentola a Salisburgo con Bartoli, inarrivabile per intelligenza, freschezza e candore, per non dire del ‘suo’ Falstaff, del Guillaume Tell o della recentissima Damnation de Faust all’ Opera di Roma. Ogni produzione con Damiano è sempre una scommessa vinta, che può non accontentare tutti, ma che ha in ogni caso la forza di imporsi come un ‘nuovo’ classico con cui, inevitabilmente, da quel momento confrontarsi.

Sei anche un didatta affermato. Quali errori comuni trovi nelle giovani leve del canto? Hai dei consigli da dare ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

Insegnare significa imparare molto e soprattutto mettere di continuo alla prova i propri personali convincimenti. E’ un banco di prova vitalissimo, da cui ricevere conferme e nuove prospettive: il solo fatto di confrontarsi con esigenze e problemi altrui diversi, timbri maschili, femminili, estensioni, tessiture differenti dalla propria, ti pone costantemente di fronte ad una consapevolezza costruttiva. E’ una bella opportunità quella di mettere a disposizione le proprie ‘ore di volo’ e vedere come l’intuito, la sensibilità dell’allievo sappia farne esperienza autonoma. Non mi sento di parlare di errori. Forse un aspetto che mi lascia perplesso è il grado di consapevolezza con cui si arriva a vivere quasi sempre troppo tardi il proprio percorso di studi, che spesso, ahimè, risente, in questo modo, dell’impossibilità di trasformarsi in una dimensione professionale vera e propria. Si arriva ‘lunghi’ il più delle volte, pagando lo scotto di essersi affidati a insegnanti magari inadeguati o non sufficientemente qualificati. Analogamente, trovo inaccettabile l’ approccio da ‘talent’ che molti giovani cantanti, spiace dirlo, soprattutto italiani, sviluppano nei confronti di quello che mai sarà il loro mestiere, per arroganza, mancanza assoluta di misura con il mondo reale. Pensare da ignavi che ogni cosa sia loro dovuta, in forza di relazioni o connivenze estemporanee e interessate è un tutto che costituisce l’equivoco più ingannevole in cui cadere.

 Cosa pensi della nostra mission?

Tutto il bene possibile. Parlare di arte, significa proporre la possibilità di superare il conflitto, l’ urto. Il grido diventa espressione, la ribellione stile. Dove c’è arte si produce una dimensione teorica, emotiva e relazionale che non lascia spazio alla violenza consumata. Semmai, la si racconta, la si addita, la si esorcizza.


www.marcellonardis.com

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *