LA VERA MUSICA RIBELLE? LA MUSICA CLASSICA

Se guardiamo con attenzione alla storia della musica rock e pop, compresa la musica cantautoriale (italiana o straniera), ci accorgiamo di trovarci di fronte ad un fenomeno estremamente paradossale. La musica pop-rock è un prodotto che riscuote un successo planetario e parla a milioni di persone (più di qualsiasi altra forma contemporanea), a tal punto che i suoi più grandi esponenti sono ormai arrivati ad essere considerati tra i più importanti creatori di arte e cultura della nostra epoca. I giornalisti li intervistano estasiati (Andrea Scanzi, in molti suoi articoli, chiama addirittura “Dio” Roger Waters); molti artisti classici li fanno salire sui palchi al loro fianco (Pavarotti e i suoi “friends”, Bono, Zucchero, ecc.); molti di loro scrivono libri; ci sono documentari seri ed accurati girati dalle più importanti reti televisive pubbliche del mondo (la BBC sul Punk ha prodotto serie bellissime di interviste e di documentazione); i nostri massimi cantautori sono inclusi nelle antologie di poesia studiate nelle scuole; Bob Dylan ha addirittura ricevuto il Nobel per la letteratura, e così via.

Quando però poi andiamo a considerare le strutture armoniche e i testi di questo mondo musicale ci accorgiamo subito che ci troviamo di fronte ad una produzione che, per la maggior parte delle volte, è attraversata da una banalità piuttosto imbarazzante, fatta di pochi momenti di luce in un mare di cose trascurabili.

La famosa “opera rock” Tommy, degli Who, ad esempio, parla in sostanza di un giovane “giocatore di flipper”. Una sceneggiatura “pop”, di strada, in cui il ragazzo, precedentemente autistico, istituisce proprio un nuovo culto in cui i figli della sua generazione possono liberarsi attraverso il suo esempio di giocatore di flipper! Si parla di “opera rock”, ma siamo davvero sicuri che una cosa del genere possa essere anche lontanamente paragonata alla complessità filosofica, mistica e letteraria di un qualsiasi ciclo wagneriano che rappresenta davvero l’Opera nella tradizione europea?

I testi dei Beatles del periodo più evoluto (quando, dopo il loro viaggio in India, diventarono seguaci delle filosofie mistiche orientali) sono basati su di una serie di simboli incredibilmente senza senso compiuto (il tricheco “the warlus”, il “sottomarino giallo”, il diamante nel cielo, ecc.), ma nessuno si azzarderebbe a dire che il loro misticismo è ridicolo e che non ha nulla della potenza “dell’estasi” descritta, ad esempio, da uno Scriabin (nel suo noto “Poema dell’estasi”).

La famosa “Smoke on the water” dei Deep Purple, celeberrima per il suo giro di accordi, non è altro che la descrizione di una serata ad un concerto di Frank Zappa! In cosa consisterebbe l’interesse per un argomento del genere?

Per quel che riguarda le sonorità poi il problema principale è che la maggior parte della musica rock o pop è derivata (come tutti dicono e come ormai è accreditato) dal blues. E il blues, con tutto il rispetto per una musica popolare dalla storia nobile e dignitosa, è una modalità compositiva ripetitiva e poco variabile, fondata sempre sulle stesse prevedibili soluzioni armoniche (in genere un accordo di prima, di terza e di quinta).

Questa discendenza dal blues resistete almeno fino alla nascita della New Wave quando, soprattutto in Europa, ci si affrancò dall’internazionalismo di matrice americana e si cercarono nuove radici nella musica mediterranea, in quella celtica, addirittura nel mondo gotico-rinascimentale o nelle sonorità arabe. La stessa radice blues però, prima della fine degli anni ’70, era lì a modellare pesantemente in maniera monotona tutti i gruppi e i solisti più osannati (Rolling Stones, Hendrix, Janis Joplin, ecc.) e persino quei cantautori (soprattutto italiani) che privilegiavano “i testi” e quindi pensavano di poter mettere un qualsiasi “blues” al di sotto delle loro parole per creare una canzone.

Abbiamo avuto così, da molti anni a questa parte, sonorità estremamente uniformi ed omologate, spesso delle pure e semplici forme di “tappeto sonoro” per parole che grondavano soltanto un po’ di retorica o un’assenza totale di significato.

Sempre i Beatles, per esempio, quando nella loro copertina più programmatica, la copertina di “Sgt. Pepper”, il loro album più acclamato (e considerato da molti critici il più importante della storia del rock), decisero di inserire tutti i loro riferimenti “culturali”, non fecero altro che mettere insieme una serie di foto ritagliate che andavano da Carl Marx ad Alister Crowley (studioso satanista di scienze occulte). Inutile dire che, poi, nei testi dell’album, tutti questi “riferimenti” restarono sulla carta e ci si trovò di fronte, di nuovo, alle solite banalità verbali del tipo “cantare con l’aiuto degli amici”, “mi amerai quando avrò 64 anni”, ecc.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Si potrebbe benissimo andare poco più in là e cercare in qualche testo dei Pink Floyd qualcosa di più profondo di qualche strano volo pindarico. O chiedersi quali grandi significati ci siano, alla fine, nell’esaltata produzione di un David Byrne, in USA celebrato come un genio. Si resterebbe sempre comunque delusi.

Dall’altro lato, in un angolo nascosto al grande pubblico, in un’infinita serie di capolavori, c’è invece la musica classica del Novecento. Una produzione sterminata di composizioni che sfideranno l’eternità, gli autori delle quali, però, resteranno noti solo agli esperti.

Uno dei capolavori della musica classica del Novecento è, a mio parere, la cantata “Saint Nicolas” di Benjamin Britten. Un’opera obliqua e dissonante, misteriosa ed arcana, per coro e piccola orchestra “da chiesa”. Dico da chiesa perché, anche se molti non lo sanno, una delle sue “arie” è divenuta parte integrante del rito cattolico e si ascolta spesso nei cori da messa.

La costruzione, l’accumulazione di cultura, di conoscenze, di profonda precisione nell’orchestrazione che richiede un’opera come questa, o come la terza di Gorecki (detta “La sinfonia dei canti lamentosi”) o come il magico secondo movimento della “Sinfonia dei Salmi” di Igor Stravisnky, non possono neanche lontanamente essere paragonati ai ritmi estenuanti, continui e monotoni di chi, nel rock, sforna canzoni in 4/4. Eppure sempre più critici, sempre più riviste, reclamano un’equiparazione dei due generi e una salita del “rock” all’Olimpo delle arti, parificandolo, di fatto, alla musica classica. Per chi conosce le loro argomentazioni, fanno questo, per lo più, portando in campo l’esempio di Frank Zappa, il quale fu elogiato dal grande compositore Boulez, evidentemente in una serata storta.

Cerchiamo di essere radicali, per una volta. Neanche le composizioni di Zappa hanno un valore o un senso “classico”. Sono caotiche e disordinate, tutto qui. La musica classica è un’altra cosa. La musica classica è innanzitutto un lento e profondo procedere della cultura ed ha lo stesso spessore che hanno le grandi composizioni letterarie, filosofiche o i grandi modelli scientifici, con i quali spesso infatti dialoga. La musica rock (quando non si spinge addirittura più in là e non reclama il proprio diritto all’esaltazione ideologica di contenuti “visionari” derivati dall’uso delle droghe) ci parla per lo più di argomenti semplici che non esigono una “cultura” di fondo per essere compresi. Gli stessi argomenti da luogo comune che sempre più ascoltiamo nelle reti televisive, nelle assurde discussioni dei talk show, nel discorso quotidiano inutile e formale.

Negli anni ’60 forse poteva esserci ancora qualche dubbio e si poteva forse pensare che la “ribellione” passasse per l’istinto, la forza espressiva, la liberazione sregolata dei sentimenti, il caos, il divertimento, le droghe. E la musica rock incarnava tutto questo. Ma era solo la “copertina” di un libro che all’interno presentava contenuti poveri, per nulla diversi in spessore dal quel “senso comune” che voleva combattere. Era una finta opposizione. Oggi, in un mondo che tollera e blandisce l’ignoranza, che ci spinge ad una quotidianità fatta di relazioni pubbliche basate sul commento rapido, sull’opinione praticata con leggerezza, sull’idea che non si forma e che non viene più strutturata, ci stiamo sempre più accorgendo che la vera ribellione passa proprio per la cultura, la conoscenza, lo spessore interiore, lo studio, lo sforzo lento e continuo.

Per questo la musica classica, la musica “culturale” per eccellenza, è la vera musica ribelle. E al pop-rock, e alle sue banalità superficiali, spetta invece la palma della musica “conservatrice”.

©Alessandro Cacciotti

2 pensieri riguardo “LA VERA MUSICA RIBELLE? LA MUSICA CLASSICA

  • 26 gennaio 2018 in 12:55 am
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    Cacciotti,
    non so come ringraziarLa per questo articolo terribilmente coraggioso. Lei non ha idea, ma se NCOA fosse una rivista popolare [per i neo-orwelliani “mainstream” o “cult”], cosa che per fortuna ancora non è, lei sarebbe linciato da centinaia di commenti di sedicenti esperti di musica.

    Il sottoscritto non è che una persona che ricorda solo la sua colonna sonora della vita – classica fino ai 12 anni, poi metal. E tanto basta. Col metal non sento ragioni, musicalmente e tecnicamente è quello che è; ma qui parlano i ricordi e l’affetto, non la seria critica musicale. ConfessandoLe comunque che quando me ne andrò un giorno vorrei andarmene sull’aria di tre canzoni a accompagnarmi – Pachelbel (il popolarissimo Canone), una canzone dei Tri Yann e una canzone metal. Sul piano obiettivo, tuttavia e in merito alla solidità creativa e artistica devo dirLe che correrò a ascoltare i brani che elenca.

    Perché ha ragione daa vendere. E va fatto sapere in giro.

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    • 9 febbraio 2018 in 8:12 am
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      Grazie infinite.
      Anche la mia colonna sonora è (ancora oggi!!) fatta di musica di tutti i tipi: e la new wave e la musica “indie” anni ’80, ad esempio, sono nel mio cuore e lo saranno sempre (come il metal è nel Suo; tra l’altro il metal ha una sua componente tecnica molto interessante… 🙂 ) .
      Come Lei ha colto il mio era un discorso necessario, legato forse ad una sfera più obiettiva e meno “sentimentale”, che cerca, nel suo piccolo (e con tutti i miei enormi limiti) di aprire un dialogo sul piano culturale. Un dialogo che spero ci porti ad approfondire a capire sempre di più e ad amare in maniera sempre maggiore la musica classica. Ma anche, forse, a saper discernere con più senso critico tutto il resto.
      Mi fa veramente piacere che abbia apprezzato il mio articolo.
      La ringrazio. Buona giornata.

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