Il muto esercito del bene (parte seconda)| Vita diffusa…

Colgo l’occasione della vicenda di un neo-popolare albero romano per ricordare che la vita, come la bellezza, è fragile e che forse la notizia sta nel non voler accettare che una pianta sia diversa da quel che è. Un essere vivente o parte di essa – parlando dal fusto in su. Le piante, poi, godono di uno status speciale fra i viventi.

E qui sta tutta la nota positiva della faccenda.

Molti di voi forse si stupiranno nel sapere che le piante sono creature che hanno “scelto” (evoluzionisticamente parlando) di non muoversi e pertanto di rinunciare a possedere “organi vitali” localizzati e variamente protetti come polmoni, cuore, fegato, stomaco o cervello; piuttosto le piante, che hanno scelto la vita sessile (ferma), hanno optato per una “vitalità diffusa” in modo che sia molto difficile lederle fisicamente – se non eliminando tutto l’apparato, o meglio l’essere nella sua interezza.

Questa vita distribuita modularmente fra foglie, tronco e radici ha qualcosa di straordinario e spesso mi trovo a preferirla – se mi permettete un tocco di personalismo su queste pagine – a quella degli umani. Egocentrici. La pianta ci mostra – se di egoismo vitale si tratta – un egoismo diffuso, compartecipato e sistemico, esteso dagli stomi ai microapparati radicali. Così come esistono piante che addirittura non necessitano di radici: come la Tillandsia, i muschi, o che vi rinunciano per parte consistente della loro vita, come la Salsola.

Finita la “lezione” di scienze non possiamo che guardare in forma poetica alle piante come a ottimi esempi di (r)esistenza collettiva, armonica, modulare e scalare. Vince la rete di semi, liane, foglie, stomi, vasi e apparati percettori e radicali. Vince il seme disperso, non il singolo animale. Una lezione che ci ripaga non solo degli alberi festivi da millenni adoperati come rituali di buona sorte e felicità, ma anche dell’illusione di un’immortalità personale.

Vi lascio quindi con auguri diffusi e distribuiti di Buone Feste, gioia e un arivederci al 2018 con due belle poesie sugli alberi.


ALBERI
(1913)

di Joyce Kilmer (trad. ita Furio DETTI)

Mai penso che vedrò
Una poesia amabile quanto un albero.

Una pianta la cui bocca affamata è rapida
a suggere il dolce seno di Natura;

Una pianta che guardi a Dio ogni giorno
e sollevi le braccia frondose per pregare;

Una pianta che d’Estate va a indossare
un nido di pettirossi fra i capelli;

Una sul cui petto neve sia giaciuta.
Cosa che con la pioggia ha intimità.

Le poesie son fatte dai pazzi come me
ma solo Dio può realizzare un albero.


PIOPPI
(1915)

di Edward Thomas (trad. ita Furio DETTI)

Tutto il giorno, tutta la notte, tranne d’inverno, con ogni clima
Sulla locanda il fabbro e lo spaccio
I pioppi agli incroci parlano fra loro
Della pioggia, finché le ultime foglie non sian cadute.

Fuori dalla forgia del fabbro viene il tinnire
Del martello, d’incudine e dima; fuor di locanda
Lo sferragliare, il mormorio, il ruggito, il canto a caso –
I rumori che ci son stati in questi cinquant’anni.

Il bisbigliar dei pioppi non è estinto
E sul buio vetro e sulla strada senza passi,
Vuoto come il cielo, con ogni altro suono
Senza cessare, chiama dall’attesa i suoi fantasmi.

Un fabbro silenzioso, una muta locanda non manca
Nel nudo plenilunio o nella folta oscurità,
In tempesta o in notte di usignoli,
Di mutare i crocicchi in stanze per spettri.

E potrebbe esser lo stesso se non ci fosse casa
Appresso, con ogni sorta di clima, uomo o tempo,
I pioppi scuoteranno le foglie e gli uomini udranno
Senza ascoltare ben più della mia rima.

Che soffi il vento, mentre io e costoro avrem vita
Non potremo esser diversi dal pioppo,
Che senza posa e senza motivo si lagna,
O così pensa l’uomo a cui piace un altro albero.

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