E poi me ne andai

Novella n°39 dalla raccolta “Era il mio paese“


Attraversai il lungo corridoio del Comando Generale come se stessi camminando sulle nuvole. Uscii, ero ancora incredulo. Guardai per un attimo ancora quel palazzo, la mia vita da qualche minuto era cambiata. Avevo un lavoro, sarei partito, arruolato. Indossare una divisa non era quello a cui aspiravo, ma era pur sempre un lavoro. Salutai Roma che ormai conoscevo bene a causa dell’andirivieni che da mesi facevo per affrontare le varie fasi concorsuali, presi il solito treno Trinacria Express delle 22.30 dalla stazione Termini e tornai al paese. Durante il viaggio non potei allontanare il pensiero dalle emozioni belle e terribili che si sarebbero incrociate da lì a breve: un lavoro sicuro, peraltro prestigioso, e di contro l’addio al paese, ai miei cari, ai miei amici.

La prima sera, dopo cena, scesi a piedi verso la piazza. Percorsi quel tragitto ripassandolo come si ripassa un libro di storia. Scesi dalla via Prato, passai davanti alla casa di Ture Talpa, gettai lo sguardo verso il sentiero che portava all’orto dove tante volte avevamo cenato in allegria, girai a sinistra per la via Libertà, passando per la casa di Peppe Sosa, per il posto della lanna davanti a Mela Marrana, scesi dai gradini lì di fronte, congiungendomi con la via Pilieri. Visitai la “casa vecchia”, quella dei miei avi, dove mio padre si recava ancora ogni mattina a riparare le scarpe, fissai quel pezzo di pavimento spaccato dal peso delle pesanti forme in ferro gettate in terra durante il lavoro, la casa di Nunzia Muta di cui sentivo ancora nel cuore l’affetto e in bocca il sapore del pane caldo che mi dava appena sfornato, vidi la casa ormai cadente della signorina Concetta che per prima mi aveva parlato di un certo Padre Pio da Pietralcina e che per farmi affezionare a quell’uomo santo mi regalava il giornalino La voce di Padre Pio, scesi quindi per la stretta vanella buia che portava alla casa di Mario da Milano e della Stefi, vuota, silenziosa, perché ormai loro al paese non venivano più nemmeno d’estate. E poi la casa di Fabio Frizzi che dominava la via Mercato, ancora viva delle sue sorelle e della laboriosa signora Rosa. Trapassai la via Orticelli fino allo spiazzo della vecchia casa di Ture S. che era il nostro campo di pallacanestro, di pallavolo, di golf, di bulla bulla… insomma, il nostro villaggio olimpico. E poi arrivai nella piazza Pio XII che dominava il paese e la vallata, quello era per definizione il “mandamento” di Salvo Lecce e del suo fido scudiero Peppe Liuzzo da Messina. Solo l’Orologio forse offriva un panorama migliore. Attraverso la via Pastori, raggiunsi la discesa del Valanco e pensai al mio grande amico Sandro, così umile e silenzioso, e al mio piccolo amico Peppe Jack, figlio illegittimo ma ben accetto della via Pilieri che sarebbe diventato grande un giorno. Abbracciai poi la piazza, la bella chiesa, il palazzo abbandonato all’incuria dell’uomo e del tempo.

Qualche mese dopo abbracciai mia mamma, mio padre, la mia piccola sorellina, pregando il Signore di mantenerli sempre così come io li vedevo in quel giorno e lo pregai di non farmi dimenticare quegli anni al paese, al mio paese, tra la mia gente, tra le mie radici, affinché avessi un giorno la possibilità di scrivere di quegli anni, di quei giorni ai Pilieri tra i miei amici, delle tante storie ascoltate e di quelle vissute. Pregai intensamente il nostro umile Crocifisso di darmi il dono del ricordo e della riconoscenza… piansi, poi mi asciugai le lacrime, rigettai un ultimo sguardo al castello lassù… e poi me ne andai.

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