Natale

Novella n°38 dalla raccolta “Era il mio paese“


Il paese era un presepe vivente tutto l’anno. Nel resto del mondo si attendeva il Natale per ingegnarsi con grotte di cartapesta, cascate finte, fiumiciattoli di stagnola, mentre il paese brulicava di tutti questi elementi sempre. C’erano le grotte naturali, c’era la cascata del Catafurco, c’erano una miriadi di fiumi e fiumiciattoli, di sorgenti e di torrenti, c’erano gebbie, c’erano i pastori, gli asinelli, i buoi, i falegnami, i cantori, i bambini, i cani randagi, gli uomini randagi, i suonatori, i bevitori, i pini, gli abeti, gli agrifogli, i pentoloni, il fuoco, e da qualche parte c’era pure Dio.

Quando arrivava l’aria del Natale, però, queste cose si manifestavano tutte insieme. Dopo l’Immacolata si apriva improvvisamente il sipario su quella sacra rappresentazione che raggiungeva l’apice con la novena. Il vero Natale era infatti l’attesa. Il 25 dicembre, in se stesso, era noioso. Solita abbuffata e solita visita parenti, ma finiva lì. Il vero Natale era l’aria fredda e pungente, era il fumo delle caldarroste abbrustolite, era un tozzo di salsiccia alla brace che per mangiarla ti bruciacchiavi le mani, era un buon piatto di fave condito con l’olio nuovo e un salutare bicchiere di vino dalla Pina Bossa, tutte cose che non avevano eguali nel resto del mondo. Questi momenti erano belli e indimenticabili, perché erano veri e genuini, il paese passava un anno a sgobbare per un pezzo di pane tra mille difficoltà e aveva bisogno poi di ritrovarsi attorno a un fuoco, di chiacchierare, di svagarsi, di vivere il Natale nel cuore. Poi arrivava la novena, molto prima dell’alba, al freddo, quando tutto era ancora buio. Un tamburo e una ciaramella preannunciavano l’avvicinarsi della messa a Santa Caterina, e anche lì la scelta del luogo non sembrava casuale. La chiesa più remota e piccola del paese pareva una novella Betlemme, piccola e scordata come la città della Palestina che ebbe l’onore incommensurabile di dare i natali al Redentore. Per quei nove giorni era fulcro della vita religiosa del paese, sede della preghiera dell’attesa, dei canti dei fedeli, del suono delle ciaramelle che strabordava dalla chiesa stessa, incapace di contenere tutti i fedeli che, pur di partecipare a quegli istanti di fede e di gioia, si assiepavano anche al di fuori del portone. Il fiume di cristiani ammantato da cappotti e scialli convergeva silenziosamente da ogni angolo del paese. E se nevicava, poi, quale spettacolo migliore poteva esserci? La neve soffice e fresca rendeva i passi ancora più silenti e leggeri, ci si sentiva come quei poveri pastori di Betlemme, svegliati nella notte santa e inviati a rendere omaggio al nascituro. La sera ci incontravamo in qualche casa a giocare a sette e mezzo, a tombola, a zecchinetta e le incazzatorie salivano a mille. Ture Talpa tirava giù qualche santo dal cielo (magari voleva metterlo nel presepe), sua nonna Francisca avrebbe detto qualche rosario in più per il nipote blasfemo, e poi ci davamo di nuovo appuntamento all’indomani. Gesù sarebbe nato dunque da lì a poco e doveva essere idealmente riscaldato, per questo i quartieri facevano a gara a preparare il falò più bello. Partivamo armati di buona volontà a cercare zucca, e cioè legna, radiche di alberi, tronchi, che sarebbero serviti ad alzare la pira della notte di Natale. Eravamo incuranti del gelo decembrino, del maltempo e della fatica di trasportare in paese pesanti legnami. Costruivamo il “carrozzone”, uno zatterone di tavole, montandogli come ruote i cuscinetti dei freni. Poi ci lanciavamo a tutta velocità giù da Rafa carichi di tronchi, ci cappottavamo un paio di volte, ma alla fine giungevamo a destinazione, soddisfatti, soprattutto quando notavamo che il bottino natalizio cresceva di giorno in giorno. Capitava che nella notte qualcuno ci fotteva qualche tronco o qualche radica, e allora ci avvilivamo e speravamo che Gesù Bambino lo punisse per un gesto tanto triste. In fondo, il fuoco di Natale era destinato a lui ed era come se quella legna fosse stata rubata a lui. Ma quel Dio era anche il Dio dei ladri e li avrebbe perdonati come speravamo che perdonasse anche noi per le nostre manchevolezze. Era d’obbligo impegnarsi al massimo e non sfigurare nella ideale sfida tra quartieri; il fuoco di Natale doveva essere, per dirla alla francescana, bello, giocondo e forte. E poi doveva anche durare per tutta la notte, alimentato, ove necessario, perfino con scope e zerbini razziati fuori dalle case. Si cantava, si suonava la ciaramella e, soprattutto, si beveva. Così, dopo la veglia della notte di Natale alla Matrice stracolma di gente, era caratteristico il solito giro dei fuochi, un bicchiere di vino, un pezzo di salsiccia, due olive, un cozzo di pane e poi ci si ritirava nella case tra il luccichio delle luminarie e l’eco dei canti che ancora inebriavano l’aria di festa.

Il mondo faceva il presepe, noi eravamo nel presepe.

Quello sì che era Natale.

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