Il perdono

Novella n°37 dalla raccolta “Era il mio paese“


Caruso era ateo, o almeno, secondo lui, lo era. Essendo marxista-leninista non aveva un Dio, ma tanti idoli chiamati comunismo, proletariato, rivoluzione delle classi oppresse, Che Guevara, Russia, compagni, e aveva tanti demoni chiamati americani, capitalisti, industriali, Coca Cola, Democrazia Cristiana. Aveva quei due profeti e un sacco di amici “rossi” che lo avevano cresciuto con queste cose in testa, ma, a differenza dei suoi amici comunisti che di comunismo non ne sapevano niente, lui aveva abbastanza sale in zucca da porre degli argomenti mai banali.

Con la sua irruenza dialettica, riusciva a mettere in difficoltà chiunque attaccasse le sue teorie politiche che per lui erano indiscutibili, non perché lo fossero veramente (la storia lo ha dimostrato) ma perché lui, Caruso, era indiscutibile, o almeno, secondo lui, lo era.

La chiesa era uno dei suoi bersagli preferiti e diciamo pure che molti ecclesiastici non facevano nulla per fargli cambiare bersaglio, anzi.

Era un periodo particolare quello: c’erano preti pedofili, preti abbuffini, preti che avevano lasciato faraoniche eredità. Altri sacerdoti, usciti di pacca dal seminario, pretendevano di fare miracoli nel cuore di persone che chiedevano solo un tozzo di pane e un lavoro onesto. La spiritualità si era un po’ persa tra le mille esigenze di una piccola Sicilia che divorava l’anima di tutto e di tutti e che ancora cercava un Dio che non poteva essere solo quello delle vecchiette col velo nero che recitavano tre o quattro rosari al giorno nell’angolo di una strada polverosa.

Quel Dio di quella sua ormai lontana Prima Comunione, Caruso, lo aveva frettolosamente barattato con una bandiera rossa e con un bell’ideale di lotta epica dei poveri oppressi e sfruttati contro i ricchi borghesi. Nient’altro, questo bastava.

Nel suo mondo esistevano solo queste due forze antagoniste e lui aveva deciso di stare con i più deboli, e nessun Dio poteva aiutare nessuno, o se c’era un Dio da qualche parte, era, nella migliore delle ipotesi, sicuramente neutrale. Altrimenti, se era così buono come dicevano, perché non aiutava i compagni oppressi a rompere le catene della schiavitù come aveva liberato gli ebrei dalla cattività egiziana?

Per un fervente cattolico come me queste estreme posizioni non erano giustificabili e, siccome ero certo di non poter trovare compromessi né di poterli accettare, evitavo ogni discussione, era l’unico modo di fargli capire che forse si stava sbagliando o comunque che non mi trovava d’accordo. Lui mi conosceva e sapeva benissimo che non era il caso di addentrarsi in una discussione che ci avrebbe fatto solo polemizzare senza che nessuno di noi due cambiasse idea.

Avvenne un giorno che Caruso, però, fece un passo indietro, o meglio, ne fece uno verso di me: riconobbe il mio Dio.

Mi sembrò subito un atteggiamento strano e ambiguo. Infatti…

Iniziò subito con il porgermi la mano…

«Ammettiamo che esista veramente il tuo Dio e che sia così buono e giusto come dice il Vangelo che ascolti a messa la domenica, tu credi che mi salverà?»

Domanda da dieci milioni di dollari…

«Cosa vuoi dire?» risposi.

«Il tuo Vangelo dice che ha salvato una prostituta, un pubblicano, addirittura un ladrone crocifisso con lui, tutti questi “peccatori” lui li ha perdonati, giusto?»

«Giusto…»

«Quindi io posso vivere una vita da farabutto, assassino, ladro, impostore, e alla fine essere salvato in un colpo solo. Tu, invece, vivere, al contrario di me, una vita sana, leale e corretta ed essere giustamente premiato con il Paradiso di angeli e santi.»

«Tutti quelli che hai citato, però, si sono convertiti al mio Dio, come lo chiami tu.»

«E Lui li ha perdonati.»

«E Lui li ha perdonati.»

«Ingiustissimo!» proferì quasi stizzito. «Se è veramente giusto, deve punire e basta.»

«Perché? Perdonare rientra nella sua misericordia e nella sua grandezza! Peccare è umano, perdonare e avere misericordia è divino!»

«Non c’è misericordia… non c’è perdono. Il perdono non esiste! È una costruzione che vi siete fatti voi, una vita da balordo, e alla fine mi pento e devo essere perdonato! Ma a che servono il bene e il male allora? Tanto, se è così, tutti saremo tanto furbi e bravi da pentirci e avere lo stesso posto dei buoni!»

«Pentirsi vuol dire cambiare vita, non solo con le parole, ma anche con il cuore e con l’anima, significa adoperarsi, agire, significa fare dentro di sé una di quelle rivoluzioni che voi predicate per il mondo, significa avere coraggio di dire “ho sbagliato”!»

«E quel ladrone che è morto accanto a lui? È morto in croce da ladrone, perché perdonare anche lui?»

«Perché quel ladrone in un attimo aveva capito quello che tanti nemmeno dopo duemila anni riescono a capire.»

«Non c’è perdono, il perdono non esiste!»

Questa ultima sua affermazione mi fece subito capire che i suoi argomenti erano finiti, era una occasione rara con Caruso, quasi unica, ne dovevo approfittare.»

Incalzai nella discussione accennandogli la parabola del figliol prodigo, ma lui la sapeva già e non volle che io continuassi.

«Io sarei dunque il figliol prodigo secondo te?» inveì interrompendomi.

«Non ho detto questo!»

«Lo volevi intendere, però!»

«Ti sbagli, amico mio», risposi sempre più acceso. «Ti sbagli, perché il figliol prodigo alla fine torna dal padre, tu ancora offendi la tua intelligenza dietro questa falce e martello che credi vogliano dire lavoro, proletariato, lotta all’oppressione, dietro questi pseudo-comunisti che predicano tanta uguaglianza e solidarietà ma che in realtà rinnegano Dio o, come lo chiami tu, il mio Dio, e la povertà stessa. E tu questo lo sai!»

Ci fu un attimo di silenzio.

Forse poche volte si era visto attaccato così, accennò a un sorriso e mi disse: «Be’, se è come dici tu, il tuo Dio salverà il mondo dal comunismo e dai comunisti».

«No! Il nostro Dio vuole che tu mantenga la bandiera rossa alzata nel tuo cuore e su cui sventolino veramente parole come pace e fratellanza, il nostro Dio vuole che tu tolga quella bandiera dai tuoi occhi…»

«E tornare indietro come il figlio prodigo, magari?»

Forse scherzava, ma anche lui si era accorto di avermi detto una grande cosa.

Da allora il suo atteggiamento cambiò, divenne amico del nostro parroco e imparò che la Chiesa non era un nemico. Due piccoli, impercettibili passi, ma per chi lo conosceva bene quello che era avvenuto aveva dello straordinario.

Continuò a non andare a messa perché, mi disse chiaramente, odiava l’ipocrisia di chi ci andava solo perché da qualche parte c’era scritto che non santificare il dì di festa era peccato.

Inoltre tutta questa storia gli aveva insegnato un termine nuovo: “fariseo”, parola che utilizzò per attaccare “i capitalisti e i comunisti arricchiti e imborghesiti”. Almeno così mi disse.

Certo, Caruso non divenne un “figliol prodigo” ma rimase sempre un gran figlio… di buona donna.

Forse si era ravveduto sulla teoria del “non c’è perdono”, ma nella nostra classica, puntuale e insostituibile partita a scopa mi batteva sempre dicendo: «In cielo forse saremo perdonati, ma qui amico mio ho ragione io, quando è scopa è scopa! Tira una carta e non sbagliare, nelle carte sì… se sgarri, non c’è perdono!»

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