La lanna e lo scuro

Novella n°36 dalla raccolta “Era il mio paese“


I pali della luce parevano come tanti spilli piantati sulla montagna. Si aggrappavano quasi rimanendo in bilico per chilometri e chilometri. Una volta giunti al paese, si ramificavano inerpicandosi su per i Pilieri, un po’ per la salita del Valanco, un po’ sfidando la rupe dietro il palazzo, un po’ per le Case Popolari. Portavano la corrente, così necessaria e indispensabile per le vicissitudini quotidiane, e a noi portavano soprattutto luce a quella lampadina sopra Mela Marrana o a quella sulla via Mercato, o sulla casa di Mario di Milano o al palo dell’Orologio. Insomma, la luce delle lampadine ci dava il gioco serale. Lo scuro, infatti, ci privava del divertimento, non si vedeva la palla, non si vedevano le carte, non ci si vedeva fra di noi a mucciatella o alla lanna, e la luna a volte non bastava. Purtroppo, però, capitava che un tiro sbilenco col pallone o soltanto il logorio del tempo facessero spegnere qualche lampadina, e quando ciò accadeva, era peggio di una sera di pioggia, ci dovevamo spostare, manco alla lanna ci si poteva svagare, poiché anche se si chiamava “lanna” noi ci giocavamo con quelle bottiglie di plastica trasparenti di Coca-Cola da un litro e mezzo che non si vedevano bene al buio. E chi vedeva chi poi? Il buio nascondeva tutti, appunto.

La lanna, infatti, era di gran lunga il gioco della sera, era un rito, bastava che fossimo lì in cinque o sei, si decideva il posto, si cercava nella spazzatura la preziosa bottiglia e il resto era fatto. E se lo scuro ci fregava un posto, allora dovevamo cambiare zona per qualche giorno. Poi a salvarci arrivava l’omino grassottello dell’Enel, col fiorino bianco dell’Enel, con la tuta blu dell’Enel, che stendeva quel lungo braccio meccanico sul palo e con maestria sostituiva la lampadina rotta o solamente fulminata, facendoci tornare allegri. Ma lo scuro, purtroppo, non ci dava tregua perché a volte, anche col sereno, la luce se ne andava. Così, tutt’a un tratto, rimanevamo immobili, si chiamava ritirata e aspettavamo seduti in terra che la corrente fosse ripristinata. Passavamo intere sere a volte, assecondando l’andirivieni della luce. Ma era così, che ci potevamo fare? Ci incazzavamo, Ture Talpa mollava qualche bestemmia, sua nonna Francisca diceva qualche rosario in più per il nipote blasfemo e poi tutto tornava alla normalità. Lo Storto tirava la lanna ridendo, Alessio spariva nel nulla imboscandosi in una delle sue quindici case dei Pilieri, Ture S. si lamentava col suo solito “carusi, ma unni minchia siti” e Peppe Sosa stava lì a spaccarsi dal ridere, perché noi non lo facevamo giocare. Lui ci guardava dal balcone o seduto sulla scala di casa, se il posto della lanna era lì davanti casa sua. Se eravamo all’Orologio, invece, si vedeva il mare, perché nei paesi della costa la luce non mancava, e se era passato da poco il tramonto, un filo di sole comunque filtrava, mostrandoci le belle isole galleggianti sull’acqua, pochi indimenticabili istanti di quel fugace spettacolo di colori e di natura. La lanna era sì un gioco, ma come ogni nostro gioco aveva una sua morale. Chi si “calava” di certo era stato sfortunato alla conta iniziale, sarebbe capitato nella vita il colpo di sfortuna e bisognava saper tenere duro e lottare. Ma chi tirava la lanna doveva, a sua volta, stare molto attento! La preziosa bottiglia, infatti, doveva essere calciata bene e, soprattutto, non doveva finire sotto qualche auto se il posto scelto era quello sotto casa di Mela Marrana o, se eravamo vicino al campo sportivo Ducezio, non poteva andare a finire nel campo. In tal caso, chi aveva calciato la bottiglia con tanta imperizia si doveva calare, pagando la sua irruenza, perché nella vita non bisogna mai approfittare troppo della buona sorte, perché tutto può mutare in un solo istante. E poi c’era l’amico salvatore, colui che era rimasto per ultimo a essere trovato e che aveva ancora possibilità di tirare la lanna e liberare tutti gli altri amici. Doveva salvare gli altri, e più si ingegnava nel riuscire a liberare gli amici calciando la lanna e facendo rinascondere tutti, più sarebbe poi stato osannato diventando l’eroe della serata. Quale migliore lezione sull’amicizia poteva esserci? Dare il massimo per i propri amici!

A scompaginare i piani serali poteva essere solo la tempesta, arrivava sempre con qualche folata di vento che strapazzava le foglie, ma poi si trasformava in un crescendo rossiniano. Assaliva la montagna, urlava, scuonternava gli ombrelli e costringeva tutti alla ritirata. Al riparo delle case, se arrivava lo scuro e la luce se ne andava, la voce della tempesta si udiva chiaramente, si ammutolivano la televisione, il frigorifero, ma anche quel quasi impercettibile cicalio delle lampadine. Alla fine rimaneva solo il caldo crepitio della stufa a legna. I lampi illuminavano la stanza trapanando le fessure delle tapparelle e poi i tuoni roboanti scuotevano le mura. Quello scuro sì che faceva paura! Allora mio padre saliva sulla sedia e cavava da sopra la credenza la candela che, per non sbagliare, era sempre lì, allo stesso posto da sempre. E quella piccola luce che brillava nelle tenebre, pari a una speranza sempre accesa, faceva passare una sera di tempesta solo distraendoti con la flebile danza della fiammella o con lo sciogliersi della cera che lacrimava dalla candela. Il gioco era stato interrotto per quella sera, ma saremmo tornati l’indomani, magari con le stelle a calciare la lanna e le nostre preoccupazioni, e della tempesta passata sarebbe rimasta solo quella piccola luce accesa nel cuore, flebile, piangente, eppure capace per una sera di vincere lo scuro.

 

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