Salicaria

Novella n°34 dalla raccolta “Era il mio paese“


C’era poi lassù in paese, nascosto dal guardo indiscreto, un posto, un luogo non comune, dove i fuochi dell’Etna lontana bruciavano il cielo e le sue ceneri spinte dallo scirocco planavano leggere a inargentare le rupi e l’asfalto discontinuo e strappato della strada che l’attraversava.

Lì, a Salicaria, il tempo si fermava, il paese finiva ma non c’era più povertà, né desolazione, né tristezza, né grida, né dolore. Solo una strada sfasciata attraversata sporadicamente da qualche mulo stanco che tornava dalla campagna. L’odore di Salicaria permeava le narici e alitava al cuore sensazioni buone. Era tenue, delicato, misto di violette e menta, di polvere, d’erba, di ortica, d’infinito. C’era la valle laggiù e forse anche il fiume, c’era la murazzata di San Francesco, c’era la discesa di Santa Nicola, c’era una fontana d’acqua fresca, c’era un viandante. La sera, poi, il rito della passeggiata era espiazione, era purificazione e liberazione dalle fatiche quotidiane. Le lucciole illuminavano il cammino, e solo il battere cadenzato dei passi alterava il silenzio. C’era Longi là in basso che sembrava una stella di luce aggrappata alla montagna e c’era il vociare dei Misirri, impercettibile, impalpabile.

Soltanto il cane bastardo di don Calorio Tudisco latrava. Era triste, forse si sentiva solo, e allora abbaiava alle genti lontane e poi, man mano che gli si avvicinavano, si calmava, sgusciava via, poi tornava mestamente e ti fissava dilatando le sue pupille nere e accese come il carbone, talvolta piangeva. Mi portavo, nascosto tra le tasche, un pezzo di pane, glielo tiravo oltre la rete, lo addentava al volo e poi se ne ritornava silente nel casotto. Chissà che pensava il cane di don Calorio Tudisco!

C’erano le more a Salicaria, di quelle piccole, bastarde anch’esse, che per prenderle dovevi scorticarti le mani. Erano aspre, ma anche vere, sincere, genuine.

Purtroppo, a Salicaria, c’era l’uomo, bastardo anch’esso, pieno d’incuria e di vigliaccheria, capace di deturparla con una strada indegna, con muri gettati qua e là, con scheletri di case sporgenti, con inutili pali di cemento piantati senza senso, con carcasse d’auto abbandonate. E la luna piangeva, lassù a Salicaria, nelle dolci sere d’estate, come abbrumata dai fumi dell’Etna, ma ugualmente luminava la vallata e copriva di mistero quei luoghi, quei noccioleti, quegli orti arrabattati fra i dirupi, quella pietra viva e rossastra di Santa Nicola.

Poi una sera misi il mio tozzo di pane in tasca e andai lì, a portarlo al cane bastardo di don Calorio Tudisco. Ma non c’era più, non latrava, non piangeva. “È morto”, mi dissero, “era vecchio”. Ma io, che sapevo che a Salicaria il tempo si fermava, non potevo credere a quella baggianata. La natura è più furba di quello che l’uomo crede. Lanciai il pane tra i noccioleti, perché un cane, pur bastardo, che viveva in luogo senza tempo, non poteva morire, perché anch’esso era senza tempo.

E Salicaria, da allora, rimase con me, fresca, profumata, misteriosa, senza un tozzo di pane in tasca per un cane bastardo immortale che latra ora nel vento.

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