Mario di Milano

Novella n°33 dalla raccolta “Era il mio paese“


Mario era di Milano. Ma la cosa che lo rendeva straordinariamente alieno ai nostri occhi fanciullini era che lo fosse a millecinquecento chilometri a sud… di Milano. Perché veniva in Sicilia da noi, a passare l’estate, e quando si spargeva la voce che Mario era arrivato, be’, quell’estate tanto agognata poteva cominciare. Sì, il caldo torrido, il sole che si stagliava fisso nel cielo irradiando la montagna, il mare laggiù, queste cose c’erano anche prima, ma era quando arrivava Mario che iniziava il nostro divertimento.

La via Pilieri si trasformava in un enorme villaggio olimpico, dove una infinità di giochi e di passatempi facevano trascorrere le giornate tra grida, schiamazzi, liti e pallonate. Mario di Milano cresceva in mezzo a noi, trasformandosi, per qualche mese, in uno di noi. E questa operazione gli riusciva sempre in modo impressionante perché, in verità, Mario di Milano aveva nelle vene sangue siciliano. Si vedeva, si capiva da quello spirito battagliero che non si dava mai per vinto, da quella sua insistenza a parlare con noi usando il nostro dialetto, i nostri soprannomi, le nostre imprecazioni, senza disdegnare, subito dopo, di litigare con lo zio Sergio in milanese stretto, facendo di noi, che li ascoltavamo, una platea inebetita. Già, perché in mezzo a noi, insieme a Mario arrivavano le sue zie, le sue cugine, la Stefi, che alla fine era sempre e di più una di noi anche lei, e poi c’era pure lo zio Sergio, appunto, e la zia Nunziatina, che per quell’estate, per quegli istanti di gioia, si trasformavano negli zii di tutti… non solo di Mario.

Lo zio Sergio, in particolare, giocava con noi, litigava per una palla che aveva toccato-non toccato la linea, si incazzava per una carta a briscola tirata senza pensare da un suo compagno, difendeva il Milan da noi ovviamente per lo più juventini e da Mario ovviamente interista. E poi, a metà mese, c’era un pomeriggio in cui spariva perché doveva guardare in televisione la Tre Valli Varesine. Chissà cos’era poi questa Tre Valli Varesine!

Gli amici di Milano portavano con loro qualcosa di strano, di arcano e misterioso: quella loro lingua, così affascinante, così musicale alle nostre orecchie. Eppure anche noi eravamo studenti, anche noi avevamo ottimi voti, ma quella lingua: “il Mario”, “la Stefi”, quanto erano musicali quegli articoli posti davanti al nome rispetto al nostro “u Caloriu”, “u Turi”, “u Alessiu”, e quanto era bello quel “ma dai, figa”… per noi, che quella parola strana non sapevamo nemmeno cosa fosse! Eppure come suonava bene quella lingua, anzi, per dirla alla nostra maniera: quella “parlata”! Era un’altra cosa, era aliena, era di Milano, appunto, e Milano, per noi, era il Nord, era tutto il Nord.

Eravamo solo piccoli fanciulli spregiudicati che passavano le loro vacanze tra le mura materne della via Pilieri, tra i rimbrotti infastiditi delle vecchiette a cui turbavamo il sonno pomeridiano a colpi di pallonate, tra la puzza dei muli che passavano di tanto in tanto costringendoci a fermare i nostri giochi, tra i colpi di martello di mio padre piegato sul suo lavoro, tra i sottani bui e pieni paglia dove giocavamo a nascondino, tra le risate divertite della zia Nunziatina, lei sì che era un po’ meno aliena, perché lei lì c’era nata e vissuta… e dunque era come noi.

Poi arrivavano le feste a coronare quella stagione spensierata e già il nostro cuore volgeva alla mestizia perché sapevamo che il momento del congedo si avvicinava, gli amici del Nord dovevano partire, e in quel preciso momento capivamo perché loro parlavano quella lingua così bella. Da loro, a Milano e dintorni, la scuola cominciava prima e finiva dopo, loro studiavano più di noi.

E così, quando la macchina dello zio Sergio carica di valigie e di tristezza svoltava laggiù dietro l’Orologio, il nostro piccolo cuore diventava improvvisamente incapace di racchiudere tutta la malinconia. Alla fine era bastata un’estate a farci capire che Mario non era un alieno, non era di Milano e non era nemmeno del Nord, ma stando in mezzo a noi, anche solo per una volta all’anno, per un’estate all’anno, lui era un ragazzo della via Pilieri. Mario di Milano era uno di noi.

 

 

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