L’essere Caruso

Novella n°32 dalla raccolta “Era il mio paese“


L’estate, per il paese, era linfa vitale. Il caldo avanzava dal mare e cercava di agguantare le case in pietra durante le ore del giorno, ma doveva cedere il passo alla frescura dopo il crepuscolo. La piazza, man mano che si avvicinavano le feste d’agosto, si riempiva di volti nuovi e di vecchie conoscenze. Insomma, fermentava, ribolliva di vita dopo un inverno intristito dalla rigide temperature e magari dai soliti vecchi problemi.

E in una di queste estati infuocate mi dovevo di certo trovare, visto che in quel periodo avevo costantemente optato per uno studio all’aperto. Gli esami universitari mi attanagliavano senza pausa, non avevo tregua dal caldo e dai libri… che strani nemici avevo scelto, così ricercati di solito e ora improvvisamente tanto abietti. Eppure, dovevo andare avanti.

La pineta di Rafa sapeva darmi buona parte di quello che cercavo, era sicuramente più fresca delle mura di casa, forse meno silenziosa, ma ero riuscito a raggiungere un accordo con la brezza che scivolava tra i rami: io l’avrei tollerata e lei mi avrebbe donato ventate di frescura. Certo, le fonti di distrazione non mancavano mai, ma dovevo adattarmi alla situazione.

E fonte di distrazione fu un giorno per me il rumore assordante di una moto fuoristrada che dal paese saliva gridando verso quel posto così ameno, quasi a contaminarlo di frastuono e di fumo. Quando i pini aprirono il sipario aggrappato a quella importuna ferraglia io riconobbi Caruso, uno di quegli elementi a cui io “avevo fatto la croce sopra”, come si dice qui da noi, trent’anni o poco più di malefatte, pazzie, irriverenze, difensore a detta di molti di un comunismo che di certo non c’era più o che forse non è mai esistito, a volte anarchico come ce ne sono in giro tanti per eredità o per sentito dire o, solo e soprattutto, per convenienza… questo era per me Caruso.

A un tratto, volontariamente, interruppe la sua avanzata, si guardò in giro non accorgendosi di me, forse perché ero troppo nascosto tra quel banco di legno, e iniziò a roteare con la moto su se stesso facendo da perno con la ruota anteriore. Dalla mia posizione, riuscii bene a distinguere un turbinio di ciottoli e fango che schizzavano da una parte all’altra della strada. Alzò pure una nuvola di polvere che poi, lentamente, ritornò al suolo. Subito pensai (e feci male) che quel caos mi avrebbe protetto dall’essere visto, ma nell’atto di ripartire lui riuscì a scovarmi con la coda dell’occhio, facendomi sentire come se fossi io quello che aveva qualcosa da nascondere. Mi fissò un attimo e portò l’indice destro al naso. Un gesto inequivocabile, dovevo stare muto su quello che avevo visto! Ripartì verso la parte più fitta del bosco, lasciandomi sdegnato per l’accaduto, ma senza paura, però, perché avevo ribrezzo per quei comportamenti omertosi che tanto male hanno fatto alla nostra terra.

Eppure un dubbio mi venne: era solo una vigliaccata a lui consona o c’era sotto qualcos’altro? Era dunque questo il suo modo di essere “rivoluzionario e anarchico” attraverso questi gesti folli? Di certo, però, qualsiasi risposta a questi meschini dubbi non avrebbe cambiato la mia opinione su quella persona, o almeno pensavo non potesse farlo.

Mi ridestai un attimo e mi accorsi che per troppo tempo quell’assurdità mi aveva distratto, distogliendo il mio sguardo e la mia concentrazione dai libri aperti dinnanzi a me e mi rituffai nelle fatiche sospese, ma evidentemente per il mio studio quello non doveva essere un giorno particolarmente fortunato.

Se prima era stato il roboante motore di quella moto a distrarmi, adesso risalivano dalla strada le roboanti bestemmie di don Sauro Cialla. Uomo anziano di età e di testa, conosceva bene l’arte di preparare le vare dei santi in occasione delle processioni paesane; lo ricordavo bene, sempre lì pronto a dirigere le operazioni, spartire immaginette, raccogliere offerte assieme agli altri della “commissione”, parola che da sola riusciva a incutere timore in quanto unica vera sede di tutte le tradizioni religiose secolari, fatta da anziani del popolo e inaccessibile ai più giovani. Don Cialla era dunque tutto questo… e cioè nulla di particolare.

Venerare i santi e poi bestemmiarli alla prima occasione può sembrare cosa normale per chi paganeggia per trecentosessanta giorni all’anno e si risveglia poi per le feste principali fulminato sulla via di Damasco da un fede tanto veloce a venire e altrettanto rapida nel ripartire. Forse, quindi, quell’ira blasfema turbava più i destinatari che me. Di don Sauro, in paese, ce ne erano purtroppo tanti!

La situazione invece mi incuriosiva perché avevo intuito, senza tanti sforzi, verso chi o almeno verso cosa era indirizzata quella rabbia. Infatti a grandi passi il vegliardo si portò su quella parte di strada, teatro, poco prima, della “danza” di Caruso, mettendoci molto meno tempo di quest’ultimo a scovarmi.

«Hai visto chi è stato?» chiese con voce turbata.

«A far cosa?» risposi, incuriosito.

Egli decise poi di avvicinarsi per poter meglio parlare dell’accaduto.

«È incredibile!» brontolò. «Questa sarà almeno la quinta o la sesta volta che succede un fatto del genere! Mi faccio una deviazione con fango e pietruzze giusto per far passare l’acqua da una cunetta all’altra, tagliando la strada. Sai, ho qualche filo di pomodori più giù e solo così riesco a irrigarlo. Poi viene sempre un bastar… gli morisse adesso il padre, che mi spacca tutta la traccia e non riesco mai a beccarlo… ma prima o poi deve accadere che lo becco! Ma tu non hai visto niente, sicuro?»

Odiavo l’omertà, ma quel fare aggressivo e pretestuoso, quella rabbia, quella manifesta presunzione mi spinsero a tacere.

«No! Sono appena salito su dal paese per studiare. Sa, con questo caldo…»

Non mi fece terminare la frase che subito se ne riandò, accompagnandosi con lo stesso brontolio con cui era venuto.

Non mi sentii in colpa per aver taciuto, non so perché, ma in quell’istante fu così. Mi rimase solo un dubbio: perché?

Sapevo che prima o poi Caruso sarebbe risceso per la stessa strada e anche stavolta fui buon profeta.

Il frastuono assordante della moto adesso veniva dal bosco. Si avvicinò, posò il mezzo ai bordi della pineta e si diresse verso di me.

«È venuto quel vecchio rincoglionito?» mi chiese già certo della mia risposta.

«Sì», ribattei con voce tremante. Ero infatti rimasto colpito dalla naturalezza con cui si era posto.

«Ha detto qualcosa?»

«Be’, si è leggermente incazzato perché gli hai distrutto la corsia.»

Mi interruppe mutando d’aspetto.

«Si arrabbia pure! Ma tu hai capito cosa fa questo rimbambito! Vieni ti faccio vedere.»

Ci spostammo sul “luogo del delitto”.

«Vedi», riprese Caruso. «Costruisce una corsia con pietre e fango in mezzo alla strada. Forse non mi sono spiegato bene: in mezzo alla strada! Poi passo io con la moto e magari, a causa di questo macello, scivolo a terra, sbatto la testa sul selciato e muoio. Dimmi tu, di chi è la colpa?»

Lo guardai fisso, volevo capire.

«Non rispondi? Be’, te lo dico io: la colpa è e sarà sempre e comunque di Caruso, perché Caruso è quello che corre come un pazzo, perché Caruso è quello scapestrato, perché Caruso è quello maleducato, eccetera eccetera. Dimmi tu ora, quante di queste cose tu hai pensato su di me prima di oggi pur senza conoscermi? Se non tutte di certo tante! Amico, qui davanti a te oggi c’è il signor Caruso, diplomato quando molti arrancavano alle elementari, studente di filosofia, marxista-leninista di concetto e di comportamento, arguto conoscitore di donne e di ogni tipo di droga.»

Lo guardai perplesso… e lui se ne accorse.

«Non ti turbare, ormai ho smesso, ma sai quanti giovani, anni fa, venivano di nascosto da me a farsi una canna? E io ero sempre disponibile senza mai chiedere soldi. Poi le loro mamme, ignare, mi chiamavano drogato solo perché avevo il coraggio di fare certe cose alla luce del sole. Oggi invece mi tocca sopportare le lamentele di questo vecchio rimbambito! Sappi che… il primo uomo che recinse un terreno e dichiarò c’est à moi e trovò persone tanto semplici da prestargli fede, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, assassini, miserie e orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pioli e colmando la fossa, avesse gridato ai suoi simili “non ascoltate questo impostore, se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra di nessuno, siete perduti”? Non essere sorpreso se l’ignorante Caruso ti dice queste cose, saresti meno sorpreso se ti rivelo che in realtà, a dire ciò fu, ben due secoli e mezzo fa, il signor Jean Jacques Rousseau nel suo Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini. La proprietà privata è un furto! Questo tizio si erge a padrone della strada, dell’acqua, della pineta. Altri come lui si ergono a padroni di terre, acqua e aria in ogni parte del mondo. Questo è ingiusto! Molti invece credono ingiusto e sbagliato solo Caruso per il solo fatto di essere Caruso!»

Io seguivo l’avanzare di quel monologo sempre più attento, poiché, a poco a poco, vedevo crollare molte mie convinzioni su quella persona. Forse quelle sue idee erano un po’ confuse e disordinate, tirate giù da qualche libro di scuola o mutuate da qualche manifesto sessantottino, sicuramente erano passate visto l’imperioso crescere del capitalismo e del consumismo e il crollo altrettanto vertiginoso del comunismo reale, ma restavano comunque delle idee e io dovevo rispettarle. In merito alla famosa vicenda, poi, nulla da dire. Don Sauro Cialla commetteva un abuso, mettendo inoltre a repentaglio l’incolumità di chi passava per quella strada. Questa mia opinione decisi di palesargliela.

«Su questa questione mi trovi d’accordo», dissi, indicando la strada. «Ma perché non ti sei mai posto diversamente?»

«E come?» mi interrogò, curioso.

«Vai a dirlo direttamente a lui, cercando di fargli capire il pericolo.»

«Cosa? Ragazzo non hai capito che dovrebbe essere lui a venire da me e chiedere scusa! Questa gente non capirà mai, mettono i chiodi al Crocefisso per le feste d’agosto e si sentono perfetti, cattolici, infallibili.»

Io sorrisi a quella risposta e, dopo un momento di silenzio, lui si ridestò.

«Ora ti lascio studiare, il professor Caruso ti ha già dato oggi troppe lezioni.»

Ripulì un po’ quei jeans impolverati e montò sulla ferraglia, poi imboccò la strada verso il paese lasciando dietro di sé il solito importuno frastuono.

Io rimasi ancora un po’, giusto così, per assaporare l’aurea tenue del tramonto.

Mi lasciai ancora ferire dai raggi soffusi che avevano sconfitto la schiera dei pini.

Tutto ciò creava in me un senso di immenso e di pienezza, e poi quell’odore unico di creato di cui io non mi sentivo mai pago fra quelle amenità. Ero certo che prima o poi don Sauro Cialla avrebbe beccato Caruso, o meglio… il professor Caruso, come si era poco prima definito, e, nonostante tutte le ragioni del mondo, alla fine quest’ultimo ne sarebbe ancora uscito come un maleducato, uno scapestrato e un irriverente. Questo era da sempre stato il suo destino: crearsi una sua storia, sparare qualche minchiata infarcita comunque di buone idee e, soprattutto, non smettere mai per niente e per nessuno di essere Caruso, essere sempre e comunque nell’occhio del ciclone… e rimanerci volentieri!

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