La signora Rosa

Novella n°31 dalla raccolta “Era il mio paese“


La signora Rosa era la mamma del quartiere, punto. Non c’era null’altro da dire o da aggiungere, niente da chiedersi, senza dubbio lei lo era, punto. Era grande, di corpo, di spirito e soprattutto di cuore. La sua casa era posta là in mezzo a controllare tutto e tutti, a dare conforto, gioia e serenità. E la sua casa non era fatta solo di cemento e di mattoni, ma era forgiata di uno spirito di amore, amore di una famiglia di Figli con la effe maiuscola, della Tilla (Tindara), che dopo mamma e papà era una delle prime parole che avevo detto da bambino, di un marito, don Peppe, traboccante d’affetto per tutto il mondo possibile e in ogni modo possibile, di nipoti, pronipoti, cugini, mezzi cugini che riempivano l’aria del quartiere di un affetto antico, di una complicità straordinaria, di una condivisione del poco o del tanto che c’era.

E come potevo io passare di là senza vederla, senza salutarla, senza entrare in quella casa a respirare l’aria di un affetto per me immenso, quasi incommensurabile, e non sentirmi sempre in difetto? Perché lei, la signora Rosa, era in tutto impagabile.

Una volta capitò che le ragazzine del quartiere si misero a prendermi in giro. Così, per gioco, e un po’ per schernire quella mia aria da ragazzino tranquillo e pacifico.

Mi tiravano sassi presi qua e là, e io le inseguivo per vendicarmi. Fu proprio mentre mi abbassavo a prendere una pietruzza che rimasi paralizzato… una serpe… lì ferma, immobile vicino alla mia mano. Ma la paura svanì subito… morta stecchita!

E fu così che dalla paura passai al tranello!

In un baleno presi il rettile dalla coda e lo nascosi dietro di me, mi avvicinai alle giovincelle e feci roteare la serpe sulle loro teste come una corda da cowboy. Il panico generale assalì le donzelle che scapparono terrificate. Non contento e con la serpe in mano, mi misi a inseguirle, galvanizzato dalla paura scorsa nei loro occhi, ma a un tratto mi dovetti fermare. Ero lì, nel mezzo del quartiere, e dovevo passare con quel macabro oggetto da una parte all’altra della strada, ma proprio lì le donne della via si erano messe al fresco a cucire. Che fare? Delle altre non me ne fregava nulla, ma c’era pure la signora Rosa, lei mi avrebbe rimproverato di certo e allora pensai bene di lanciare la serpe da una parte all’altra della via per poi passare indisturbato e riprenderla qualche metro più in là.

Peccato però che il lancio prese una direzione sbagliata, la serpe si avviluppò su un balcone e scivolò sulle gambe di Pina Fraccoca. Peggiore sfortuna non poteva capitarmi! La donna lanciò un urlo tremendo di paura, ebbe un mancamento, quasi svenne e fu soccorsa dalle altre a colpi di acqua e zucchero e schiaffi in faccia.

Nel frattempo io, terrorizzato, a velocità supersonica, fuggii verso la Forestale, mi gettai in mezzo alla campagna, scappai attraverso alberi, fango e recinzioni di filo spinato, scesi verso le Case Popolari, salii dalla campagna di don Santo, poi imboccai la strada per Rafa fino agli alberi di ciliegio dietro casa mia. Entrai di nascosto e mi misi a letto in cameretta col cuore che andava a colpi di trecento battiti al minuto.

Nel quartiere ancora allibito si aprì il processo a un imputato assente. Fortunatamente solo le ragazzine mi avevano visto, ma nessuna delle donne.

«È stato lui!» accusava la Fraccoca. «Vossia, signora Rosa, è inutile che continuate a difenderlo, ci sono qua cinque ragazze che lo hanno visto!»

«Ah sì?» ribatté la signora Rosa. «E dov’è? Tu lo vedi, Pina? Lo hai visto prima con la serpe in mano?»

«Voi lo avete visto?» continuò, riferendosi alle altre donne, che subito negarono con la testa.

«E allora? Perché accusi lui? Ti sta antipatico forse? Be’, non basta.»

«Sì, ma queste cinque ragazze…» ribatté la Pina.

«Lasciale stare ’ste galline!» la interruppe la signora Rosa. «Vedi come sono insipide? Non hanno altro da fare che prendere in giro le persone. È vero o non è vero che ogni volta che passano da qui schiamazzano, tirano sassi ai muri, imbrattano le strade?»

Le altre donne stavolta annuirono.

«E allora, Pinuzza, finiscila!»

«No! Io sono sicura che è stato quello là. Mi guarda sempre con quell’aria di sfida, passa sempre tisu tisu, il signorino.»

«Ti saluta quando passa?» chiese il mio difensore.

«Sì, a stento», annuì una Pina sempre più costernata.

«Be’, allora meglio lui che queste false caprettine che si divertono a beccare le persone anziane… e accusare gli assenti», disse la signora Rosa, voltandosi a guardarle.

«Andate via!» gridò subito dopo.

Le ragazzine, ammutolite, si allontanarono con aria contrariata.

«E allora?» disse un Pina ora furibonda. «Chi è stato, se non il vostro principino? Lui non c’era, ma non c’era nemmeno nessun altro?»

«E allora, Pinuzza, non è stato nessuno!» chiosò la signora Rosa.

«Come? Nessuno? E la serpe è volata qua, tra le mie gambe così, per virtù dello Spirito Santo?»

«Sarà caduta morta dal tetto, chennesò!»

«Mah!» chiuse la Pina sempre più nera e sconsolata. «Ma una prova devo averla. Vado a casa sua e vediamo.»

«Allora vengo pure io… andiamo!»

Io ero lì, tremante sul letto, al buio della mia stanza, quando sentii dei passi lenti e pesanti salire le scale.

“La signora Rosa e Pina Fraccoca… a casa mia… è finita!”, pensai. “Quasi quasi confesso, me la cavo con due scappellotti e qualche attenuante generica, e magari mi servirà da lezione per la prossima volta.” Ma alla fine decisi comunque di ascoltare il dibattito.

Dopo i saluti di rito la signora Rosa prese mia mamma, preoccupata nel vedere il turbamento e la rabbia che Pina mal nascondeva, e iniziò: «Mariuzza, è successa una cosa spiacevole, hanno buttato una serpe morta addosso a Pina Fraccoca… così… forse per una ragazzata. Ecco, ora noi siamo qui perché quelle quattro gallinelle di ragazze che c’erano hanno accusato tuo figlio del misfatto, anche se lì non c’era e nessuno lo ha visto. Tu sai dov’è?».

Pina Fraccoca non parlava, sembrava un toro imbufalito pronto a caricare, ma mia mamma, con la sua proverbiale calma, venne in cameretta e mi trovò immerso nel più finto dei sonni. E allora, tornando in cucina, spinta dal suo senso protettivo, capì che una piccola bugia sarebbe ulteriormente servita.

«Sì, signora Rosa, oggi pomeriggio non è stato bene ed è a letto in camera sua. Se volete lo sveglio e…»

«No, no, non ce n’è di bisogno», rispose la donna, troncandola. «Abbiamo già disturbato abbastanza, era solo che Pinuzza si era convinta del contrario, non si dava pace e allora siamo venute qua. Abbiamo fatto bene, così si leva ogni dubbio… vero, Pina?»

«Sì, sì, ma sai, Mariuzza, quelle ragazzine avevano detto…»

«Ancora con quelle galline? Basta, lui è malaticcio, è rimasto a casa, ora dorme di là, quindi non può essere stato. Era questo che volevi sapere, quindi punto! Andiamocene e… scusaci, Mariuzza.»

La signora Rosa si tirò via Pina Fraccoca, ma prima incrociò un ultima volta lo sguardo di mia mamma, spostandolo verso il pavimento dove le impronte delle mie scarpe luride di corsa e di fango avevano lasciato una traccia che dalla porta del retro portava fino alla mia camera. La donna si mise davanti a far strada e coprì le prove con la sua mole, poi le due imboccarono le scale d’uscita.

Ero salvo!

Confessai il tutto a mia mamma ovviamente, lei mi fece promettere di non fare più simili marachelle e mi rassicurò anche dicendomi che la signora Rosa mi aveva difeso non solo perché mi voleva bene, ma perché forse aveva capito, senza nemmeno sapere esattamente come erano andate le cose, che io non potevo aver lanciato volontariamente la serpe addosso alla Pina, che c’era qualcosa sotto, che quelle gallinelle maligne forse mi avevano provocato e schernito all’eccesso… e che forse quel lancio fallito era diretto verso di loro.

All’indomani, passata la tempesta, passai a casa della signora Rosa per ringraziarla.

Lei era lì ad attendermi sul divano, mi sorrise, mi diede il solito biscotto col succo di frutta e, senza darmi la possibilità di raccontare o di spiegare, con la sua solita aria materna e bonaria, mi disse solo: «La prossima volta levati almeno le scarpe prima di entrare!».

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