Alla ricerca della Firenze perduta

Intervista a Carlo Ciatti

Di Linda Lercari


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NC: Oggi abbiamo il piacere di conoscere un autore divertente e disincantato. Diamo il benvenuto a Carlo Ciatti. Salve, Carlo. Hai dato un’occhiata alla nostra rivista?

CC: Me ne ha parlato un amico. Leggendo la mission della rivista mi sono emozionato. Avevo trovato il manifesto programmatico che rispecchiava il mio pensiero.

NC: Il nostro scopo è quello di combattere le notizie di cronaca nera con altrettante d’arte. Cosa ne pensi? La bellezza può ancora essere un’arma valida contro il Male dilagante?

CC: Trovo coraggioso e rivoluzionario questo andare finalmente controcorrente rispetto al mostro mediatico a cui abbiamo affidato le nostre menti. Ci dicono sia cultura. Ma è quella dei nani e delle ballerine, con tutto il rispetto per entrambe le categorie.

NC: Carlo Ciatti scrittore, vuoi parlarci un po’ di te? Come nasce la tua passione? Perché scrittura e non pittura, per esempio?

CC: Nasco pittore, grafico per la precisione. Mi sono formato guardando i grandi maestri dell’incisione: Rembrandt, Durer, Goya, Piranesi, da cui ho rubato la tecnica ed il segno. Quello che ho imparato l’ho trasferito nel mio mondo artistico.

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Sono diventato scrittore per gioco. Spinto da un’amica che ha intravisto nelle mie capacità di comunicare un’opportunità di avere un pubblico più ampio di quello degli amici. Un nuovo modo di trasmettere il mio modo di vedere la vita. Da fiorentino. Dove tutto è importante e nulla viene preso sul serio.

NC: Nel 2016 per la Nardini Editore esce il tuo romanzo “La mano del Santo”. Giallo? Romanzo di varia umanità? Come potresti definirlo? mano-del-santo-1

CC: La collana dove è stato inserito raccoglie romanzi gialli. L’editore Nardini ha dovuto pensarci bene per la sua particolarità. Contiene una base noir ma attraversa altri generi utilizzando il grottesco della commedia all’italiana degli anni ’60. Se proprio dobbiamo definirlo direi “giallo ironico”.

NC: Santi e cassonetti. A cosa ti sei ispirato? Come è nata l’idea?

CC: Le mie storie prendono spunto da fatti reali, spesso vissuti in prima persona.

La cupola del Vaticano non fa ombra solo a Roma, ma a tutta l’Italia, alle nostre coscienze o incoscienze. Mi piace giocare con il sacro e il profano. Noi fiorentini siamo maestri in questo. E’ la nostra storia.

NC: Molti i riferimenti a persone famose di varia natura. Mi ha colpita la figura di Terzani, è un personaggio che ti piace in particolar modo?

CC: Terzani è il fratello maggiore della mia generazione. Quello che si è spinto più avanti per vedere quello che c’era dopo. Dalla politica alla spiritualità. Noi ragazzi, dietro a lui, impauriti e innamorati, abbiamo raccolto l’eredità.

NC: “Labbrate, Dio Bono”… Il dialetto fiorentino come il continuo immergersi nelle vie e negli usi della famosa città toscana rende il romanzo incredibilmente realistico e avvincente. Sembra quasi di sentire il profumo dei cibi e si respira l’aria dei vicoletti. Fino a che punto, inizialmente, eri intenzionato a spingerti nelle descrizioni? La cosa ti ha “preso la mano” – e mi si scusi il gioco di parole – oppure sei soddisfatto? Non temi che possa diventare un racconto dedicato solo a un certo genere di lettori?

CC: Amo raccontare le storie prendendo il lettore per mano, portandolo a vivere i luoghi dove avvengono i fatti. Può essere limitativo, ma spero di appassionare il lettore che non vive a Firenze fino a convincerlo a venire fino qua. Per scoprire i luoghi. Comunque sarebbe già un bel successo anche solo coinvolgere tutti i toscani.

NC: Un sorriso speciale me lo ha strappato la citazione di Alan Ford. Anche in questo caso è un romanzo che si rivolge soprattutto a lettori di una certa generazione?

CC: Alan Ford è un fumetto fondamentale nella storia dei comics italiani. Non ha uno spazio temporale. E’ eterno. Come Tex, Diabolik, Satanik, Corto Maltese. E’ per analogia il Fantozzi del cinema italiano. Sono personaggi che attraversano e sono citati da tutte le generazioni.

NC: Donne, zodiaco e amicizie. In qualche modo, leggendo, si respira la stessa atmosfera de “Il pendolo di Foucault” di Eco. I dialoghi, il rapporto fra le persone. E’ una cosa che ti ha mai fatto notare qualcun altro? Oppure sono la prima a dirtelo? Cosa ne pensi?

CC: Il riferimento mi fa arrossire e mi coglie impreparato. Ma è l’occasione per rileggerlo. Poi ne parliamo.

NC: Il tuo linguaggio narrativo è ironico e scanzonato. In qualche modo La mano del Santo ricorda “Alla ricerca dell’Arca Perduta”. Ho centrato il bersaglio?

CC: E’ il ritmo che ho utilizzato che si ritrova nella tua citazione.

La vita vissuta corre a perdifiato. L’amore, il dolore e la ricerca della spiritualità ci sorprende mentre ridiamo di noi stessi.

NC: Hai altri progetti in corso? Ci piacerebbe conoscere qualche anticipazione.

CC: Ho appena consegnato al mio editore le bozze del nuovo lavoro che avrà per titolo “ La morte inquieta” Anche questo è un noir ambientato a Firenze in cui uno dei protagonisti della Mano del Santo si trova ad indagare su un delitto irrisolto avvenuto nella Firenze pochi mesi prima dello scoppio della guerra.

NC: Siamo davvero curiosi di leggerlo! Intanto ti ringraziamo per il tempo che hai voluto dedicarci e per le risposte così interessanti. Siamo lieti di averti conosciuto e di aver partecipato con noi a questa “lotta” dell’arte. Un caro saluto da tutti noi.

CC: Ringrazio la vostra testata dello spazio che mi ha concesso ed invito i lettori a riflettere su quella che è l’arte condivisa. Uno spazio partecipato attivamente. Vivere per esempio questa rivista non solo come utenti ma come attori. Ognuno nel ruolo che di volta in volta si sente capace di ricoprire. Sempre con l’intenzione di condividere con gli altri il talento che è in noi. Sarà il modo migliore di andare a sostituire il rumore assordante che ci impedisce di parlare, pensare e, perchè no, sorridere.

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