L’ora esatta della dignità

Novella n°30 dalla raccolta “Era il mio paese“


Don Calorio Sbimmico passava col mulo sempre alla stessa ora della mattina e del pomeriggio. Era un po’ come un orologio rotto che per due volte al giorno segna comunque l’ora esatta. Salutava stancamente con un cenno sminchiato della testa e noi aspettavamo che il ticchettio degli zoccoli del mulo si diradasse tra le case dei Pilieri per riprendere il nostro passatempo.

Quell’istante d’attesa ci dava un senso di noia perché a undici anni si inizia già a pensare a tante cose tutte insieme, non c’era tempo per l’abitudine, per quel mulo sderenato che ogni giorno scandiva i suoi passi frenando il nostro impeto.

Così un giorno cercammo sensazioni nuove. E se l’addetto del business era Fabio Frizzi, quello della materia “adrenalina pura” era lo Storto.

Fra di noi, senza ombra di dubbio, lo Storto era il più fantasioso, ma anche il più scapestrato. Aveva una “cattiva nomina”. Così si intende chi viene visto con occhio inquisitorio. In realtà non era un cattivo ragazzo, il suo cuore buono glielo impediva, era Storto di fama e basta. Faceva qualche marachella, né più né meno di noi, ma lui era ingenuo, si esponeva, ed era facile che venisse accusato. Insomma, pagava sempre lui un po’ per tutti.

Una mente furba e irrequieta gli proponeva a volte imprese rischiose e ardue, unendo al gioco la necessità. E quella volta aveva posato gli occhi su…

«Le uova di donna Cesarina», mi propose quasi entusiasmato.

«Cosa?» risposi, contrariato. «Vuoi che andiamo a rubare tre o quattro uova, rischiando per giunta di schiantarci dalla rupe o di essere scoperti facilmente? Tu sei pazzo!»

«Tu hai soltanto paura!» mi rinfacciò, sicuro.

Intanto era giunto Colapeppe, nostro amico di ventura totalmente opposto allo Storto, timoroso pure della sua ombra, sempre silenzioso, ma tanto ingenuo quanto fedele. La proposta delle uova non lo allettava di certo, era atterrito dal pensiero di essere scoperto, lo conoscevo bene. Per tre uova avrebbe fatto di tutto, ma era sempre stato bravo a prendere la serpe con le mani altrui.

Ma lo Storto non demordeva.

«Intanto state ad ascoltarmi prima di giudicare», riprese deciso. «Punto primo: le uova non sono solo tre o quattro, ma sono almeno sette o otto.»

«E come fai a esserne così sicuro, gliele raccogli tu a donna Cesarina?» ribattei ironicamente.

«La vedo passare sempre col panaro pieno! Non meno di otto uova ti dico!»

«Ho capito, ma che te ne fai delle uova?»

«Te le mangi!»

Pensai un po’, non volevo mai e poi mai passare per vigliacco, ma non potevo nemmeno correre il rischio di fare una figuraccia. Meglio vigliacco agli occhi dello Storto che ladro agli occhi della gente. Eppure lui sembrava così certo della riuscita…

Ero sicuro che avrebbe agito anche senza di me, tutto sarebbe andato liscio e io avrei solo fatto la figura del codardo. Questo, in realtà, mi premeva più delle uova che avremmo trovato.

«Punto secondo?» chiesi curioso.

E lui non esitò. «Punto secondo: ho un piano infallibile! Aspetteremo fino a quando donna Cesarina torna dalla bottega, lei la mattina va là a comprare qualcosa, ma in realtà va a spettegolare con sua comare Gelsomina. Se poi lei passa dal pollaio, addio, altrimenti al pollaio ci andiamo noi. Io passerò per primo, tu mi seguirai e tu, Colapeppe, starai più indietro a sistemare le uova che noi ti daremo. Seguendo le pecore di mio padre mi sono arrampicato su rupi peggiori di quella… per me sarà naturale, basterà formare una catena… uno passa le uova all’altro. Mi raccomando a te, Colapeppe, non dormire come sempre, appoggia le uova in modo che non rotolino giù!»

Dava già per scontato un comune assenso, aveva letto nei nostri occhi e non si era sbagliato.

Ci aggiornammo all’indomani, passai il resto di quella giornata preso da perplessità e timori, ma ormai era troppo tardi, ero pentito per aver ceduto così facilmente, potevo solo sperare che donna Cesarina ci precedesse nell’intento.

La mattina fui abbandonato presto dal sonno, ero molto agitato. Raggiunsi il posto dell’appuntamento, lo Storto mi aveva preceduto e aveva anche fatto diversi sopralluoghi.

«Donna Cesarina è già alla bottega e fra poco tornerà. Ma dov’è quell’idiota di… ah, eccolo!»

Era arrivato anche Colapeppe, che dalle occhiaie tradiva una nottata peggiore della mia.

«Ciao», sussurrò. «Siamo pronti?»

«Stai tranquillo, andrà tutto bene!»

Lo Storto cercava di rassicurare un po’ tutti, d’altronde questa era la sua missione.

Il momento tanto agognato arrivò.

Donna Cesarina avanzava lentamente, noi la seguivamo con lo sguardo, tirò dritto, e così facendo aveva perso le sue uova, lo capii dall’espressione soddisfatta dello Storto, e io, contemporaneamente, avevo perso le mie speranze di porre fine a tutto senza vincitori né vinti. Ora bisognava agire…

Imboccammo la stradina che portava al pollaio, curandoci di non essere visti.

«C’è sicuramente qualche buon sentiero», mormorai. «Come fa altrimenti donna Cesarina a recarsi dalle galline?»

Lo Storto, in testa alla furtiva masnada, procedeva sicuro, avanzò un poco a perlustrare la rupe ed esclamò soddisfatto: «Avevi ragione. C’è il sentiero».

Le galline, sorprese, saltavano confuse, crearono qualche impaccio, ma non riuscirono a salvare le loro uova. Una dopo l’altra, lo Storto le cavava fuori, me le passava e io le davo a un atterrito Colapeppe che le sistemava in terra. Dopo il nono uovo, ringraziammo le poverelle finalmente tranquille, prendemmo ognuno la parte che ci spettava, risalimmo il sentiero ricoperto da felci e ortiche e tornammo sulla strada uno alla volta. Io tirai dritto verso casa senza curarmi degli altri. Ero troppo indaffarato a guardarmi intorno, ma sembrava tutto tranquillo.

Anche Colapeppe tornò a casa. Si accorse da lontano che la sua vecchia nonna era seduta vicino alla porta intenta come sempre a filare. Colapeppe era così, un po’ timido, un po’ insipido, eppure passarle davanti e far finta di niente era per lui impresa ardua. La saggia nonna era lo scrigno dove riponeva i suoi segreti. Con lei svaniva la sua timidezza. Di sua madre, morta quando lui era piccolo, conservava solo vaghi ricordi. La nonna aveva sopperito nel suo cuore a tale mancanza. La salutò e cercò di tagliare corto, ma la donna lo fermò.

«Come mai tanta fretta?» domandò, curiosa.

«Ho fame», rispose il ragazzo dopo aver riposto le uova nella credenza. «Stamattina non ho mangiato niente, adesso ho giocato e sono stanco…»

Con lei, le bugie per passare avevano bisogno di particolari dettagliati.

«Va’ a lavarti, è quasi pronto.»

Dal distacco con cui aveva proferito quelle parole, Colapeppe capì che non l’aveva bevuta, eppure non lo aveva nemmeno guardato!

Dopo pranzo le sensazioni del piccolo ladruncolo si avverarono.

La nonna Concetta lo chiamò vicino alla sua sedia. «Dove hai preso le tre uova che ho trovato nella credenza?»

«Le ha raccolte la zia Tura oggi dalle nostre galline!» rispose il giovane, turbato.

«In settantasette anni non ho mai sentito che le uova figliano altre uova», fece lei, ironica. «Stamattina erano cinque e ora sono otto!»

«Be’, le ho trovate», ribatté il nipote sempre più debole.

«E non avevo neanche sentito che si trovano così per strada», replicò lei, quindi assunse quell’aria sua, tipica da prete confessore. «Allora? Mi vuoi raccontare la verità o devo dirtela io?»

Colapeppe fece un grande sforzo, si prodigò in un lungo respiro. «Le ho rubate a un pollaio.»

Ma donna Concetta lo sorprese ancora: «Be’, vorrà dire che donna Cesarina rimarrà delusa oggi!».

Le gambe arrossate dall’ortica e graffiate dalla roccia della rupe erano prove più che sufficienti per una donna astuta come lei, il nipote reo confesso ormai amareggiato chinò il volto purpureo dalla vergogna e per la prima volta nella vita si sentì un indegno.

Ma la nonna, avvisando subito il pentimento e l’amarezza del nipote, stese una mano cingendo il suo collo e lo avvicinò a lei. «Tu sai cos’è la dignità?»

Poneva sempre questo tipo di domande a capo delle sue paternali.

«La dignità», riprese, «è quella forza che ti fa rimanere in piedi anche quando c’è tanto vento che ti spira contro e non hai bisogno di tanti denari per averla né tantomeno di qualche uovo in più. La nostra famiglia vive del lavoro di tuo padre, di questa casa e delle uova delle nostre galline. Non abbiamo mai elemosinato nulla e grazie a Dio non è mai mancato nulla, per tutto questo la gente ci rispetta e ci apprezza. La dignità è un valore piccolo e grande allo stesso tempo, con un piccolo gesto la si può perdere o la si può acquistare, con grandi rinunzie la si può mantenere o la si può accrescere. C’è gente che non è riuscita a ottenerla con montagne d’oro. Noi siamo rimasti in piedi di fronte alle peggiori bufere senza mai avere necessità di fare quello che tu hai fatto stamattina, anche se so che lo hai fatto solo per gioco.»

La nonna di Colapeppe era brava a mutare grandi questioni in bazzecole, ma nello stesso tempo sapeva sempre dare risalto alle piccole cose, e quella piccola cosa doveva essere per lui d’esempio. Quelle parole dolorose, come tante gocce, riempirono il vaso colmo di pentimento fino a farlo traboccare.

«Vado a riportare le uova al pollaio!» annunciò il nipote.

La nonna, ora contenta, gli rispose: «Io terrò occupata donna Cesarina… se non è andata dalle sue galline di mattina è possibile che passi il pomeriggio. Conoscendola, troverà di certo qualcosa di cui sparlare!».

Colapeppe così aveva risolto i suoi tormenti, in un baleno sistemò con cura quelle uova fra le larghe tasche dei calzoni e con la stessa solerzia dimostrata in precedenza lasciò la nonna, stavolta soddisfatta.

Si recò guardingo al pollaio, raggirò la rupe attraverso il ripido sentiero e ripose le uova dove lo Storto le aveva cavate, tanto che le galline sembrarono sorprese.

Nonna Concetta, nel frattempo, aveva fatto il suo dovere, ed evidentemente anche troppo bene, visto che donna Cesarina si fermò a parlare con lei anche al ritorno.

«Queste maledette galline! Guarda donna Concetta, oggi mi hanno fatto solo tre uova!»

E la donna, che una parola la trovava sempre per tutti: «È il tempo d’aprile che fa queste sorprese, ma non diffidate, domani andrà meglio. Sai, la luna nuova all’inizio del mese fa trattenere le galline… è normale, fanno così anche le mie!».

«Ah, ecco!» rispose l’interlocutrice, sollevata. «Non sono solo le mie! Ti ringrazio per avermi tranquillizzato.» E, per dar segno di sapienza: «Anche se questo fatto della luna lo avevo già sentito in effetti!».

Se ne andò portandosi via anche le residue preoccupazioni di Colapeppe, che fece un occhiolino alla nonna ancora più riconoscente, poi l’amico mi venne a cercare al frutteto lì vicino.

Quello era il posto che prediligevo quando avevo voglia di rimanere solo, ma stavolta tanto solo non ero.

Distendendomi, infatti, sul tronco curvo del gelso bianco mi accorsi che qualcuno mi aveva preceduto tra le cime più alte di quell’albero. Dopo essermi ridestato scorsi l’inimitabile sagoma dello Storto. Che ci faceva là?

«Scusa, non volevo spaventarti», mi disse mentre scendeva. «Ma non sapevo dove nascondermi e allora sono venuto qui.»

«Nasconderti? E da chi?»

Si dimenò poi tra una siepe e tirò fuori un cesto di mele. «Guarda qua, le ho prese dall’albero di don Tano il Bardonaro, lui mi ha scoperto e ha cercato di acchiapparmi, ma per fortuna sono stato più veloce. Tieni, prendine una.»

Non avevo ancora agguantato il frutto che arrivò Colapeppe.

Ci raccontò tutto quello che aveva fatto poco prima, di come la nonna era riuscita a farlo pentire con le sue parole, delle tre uova restituite e della dignità ritrovata. Poi, un po’ balbettando, si rivolse al comune amico: «Se continui così, sarai sempre lo Storto agli occhi della gente… io ho scelto, ora decidi per te».

Lo Storto all’inizio ascoltava contrariato. Colapeppe per noi era l’ignaro, l’inutile. Come poteva darci lezioni! Ma quella volta notavamo nei suoi occhi un bagliore nuovo, forse stavolta aveva ragione lui. Colapeppe, come un orologio rotto che segna per due volte al giorno l’ora giusta, stavolta segnava il momento esatto.

Lo Storto incredibilmente si ravvide, chinò la testa e, senza tradire alcuna emozione, reagì nel modo più inimmaginabile, come sempre.

«Bene, andrò dal Bardonaro a restituire le mele come tu hai fatto con le uova! Volete seguirmi?»

«Ma così facendo potrai buscarti un paio di ceffoni?» replicai, stupito.

«Non posso di certo riattaccare queste mele ai rami. E poi, avendomi riconosciuto, lo dirà di certo a mio padre, e i ceffoni saranno molti più di un paio! Voglio anch’io quella cosa di cui ti ha parlato la nonna di Colapeppe. La… la…»

«La dignità!» lo aiutai.

«Ecco, sì! Proprio quella. Be’, peccato per queste mele. Andiamo, dai!»

Distolse lo sguardo da quel panaro e, tutti e tre, ci avviammo.

Il Bardonaro era ancora lì, chino sulla zappa. Aveva passato una vita a sellare cavalli. Rozzo nel fare e nel dire, non aveva trovato moglie e viveva con l’anziana madre, trascorreva meriggi interi a coltivare quei pochi metri, non aveva molti amici, ma non se ne curava tanto.

Appena si risollevò per asciugarsi il sudore, vide lo Storto da lontano, gli imprecò contro, ma poi, confuso, mutò d’aspetto perché capì che ci muovevamo verso di lui. L’amico mio gli porse le mele e lui si rese conto d’avere di fronte un ragazzino pentito.

«No, non me le dare», disse. «Sono troppo acerbe e non le mangio, prendile! Te le regalo… ma fai il bravo, mi raccomando!»

«Sì!» disse un irriconoscibile Storto. Poi, risollevato, voltò le spalle e ci raggiunse, visto che noi eravamo rimasti un po’ più indietro.

«Aspetta!» irruppe ancora il Bardonaro. «Volevo ancora dirti che quando ti va puoi venire a raccogliere le mele da solo. Mi fai anche un favore visto che quando marciscono mi sporcano l’orto e attirano le vespe.»

Ci congedammo da don Tano. Lo Storto, con quel gesto, aveva ottenuto tutte le mele che avrebbe desiderato in futuro, senza più rischiare di prendere ceffoni e senza passare per un ladro, e noi avevamo ritrovato così un amico ancora più sincero.

Io le mie uova le avevo mangiate, ma Colapeppe e lo Storto mi avevano dato una grande lezione.

Per le vie del quartiere Pilieri, tra le vecchie case di pietra, tra i pagliai, tra i sacchi di iuta, tra i passi cadenzati del mulo di don Calorio Sbimmico che segnava sempre la stessa ora come l’orologio rotto che dominava il paese, si diventava uomini semplicemente facendo i bambini.

Come quella volta, che per un gioco da tre uova, io, lo Storto e Colapeppe incontrammo la dignità.

 

©Cristiano Parafioriti

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