Il compagno di carte

Novella n°28 dalla raccolta “Era il mio paese“


Io e Lecce eravamo gli unici due figli unici della via Pilieri; e questo non è un errore di ripetizione, né un arduo gioco di parole, era così perché io avevo un nome unico, lui aveva un cognome unico ed entrambi avevamo una sorella più piccola, ma quello che ci rendeva figli unici era l’assenza di un fratello maggiore, di uno capace di difenderti, di consigliarti e, quindi, all’interno del quartiere eravamo soli, figli unici appunto.

Ci eravamo trovati, piccolissimi, a una festa della mamma, l’uno accanto all’altro, e poi qualche tempo dopo alla scuola di musica l’uno accanto all’altro forse così, solo e sempre per caso, pronti a risalire insieme i gradini dalla piazza al quartiere e a ripetere a memoria le lezioni del metodo Pasquale Bona, sperando un giorno di diventare membri della prestigiosa banda del nostro paese.

Il quartiere era la nostra culla e la nostra casa, lì passavamo le nostre estati e ci ingegnavamo nel divertimento utilizzando quel poco che il nostro tempo ci dava: una palla e un mazzo di carte.

Il caldo soffocante delle estati siciliane a volte ci sfiniva e penetrava nel nostro corpo talmente a fondo che fiaccava la nostra voglia di calcio, quindi ci riversavamo negli anfratti delle vecchie case sempre coperti dall’ombra e, con un mazzo fatto da tante carte, quattro semi e poche regole semplici, passavamo le giornate.

I giochi più frequenti erano la briscola e il tressette, dove due coppie si scontravano a colpi di assi e di tre, di buongiochi, carichi, lisci, e tutto in funzione degli sfottò finali e delle arrabbiature degli sconfitti. Poi arrivava la sera e si tornava a casa, e all’indomani si ricominciava… un asso, un tre o una napoletana, magari…

E anche lì, tra le carte, io e Lecce eravamo compagni.

Compagni di carte non “si è”, poiché, in realtà, compagni di carte si diventa, e così noi lo eravamo diventati, come tutto il resto, un po’ per caso, ed eravamo forti, anzi fortissimi… imbattibili.

Lui era per me un libro aperto. Al tressette, che non ammette segnali né di parola né di gesto, io lo fissavo subito dopo che lui aveva letto le sue carte e capivo dagli occhi se aveva avuto dalla sorte qualche buon “pezzo”. In questo caso era tranquillo e rilassato, e giochicchiava col grosso orologio. Se le carte, invece, lo avevano penalizzato, rigettava lo sguardo nel vuoto e poi verso di me nella speranza che almeno io fossi stato fortunato. A briscola, dove tutto era concesso, invece, avevamo inventato una nostra sequela di segnali personalizzati che non ricalcavano quelli convenzionali, e ciò serviva a disorientare gli avversari; insomma per batterci bisognava essere molto fortunati e non commettere errori perché altrimenti si tornava a casa “con le orecchie abbassate”, come dicevamo noi.

Lecce, in realtà, era un compagno di vita che tutti avrebbero voluto al fianco, docile nel carattere, ma capace di esplodere come un vulcano se veniva troppo stuzzicato. Era soprattutto un ragazzo forgiato e nutrito dall’umiltà che traspirava dalle vecchie e stanche mura della piazza Pio XII, della via Mortaretti, della via Mercato, della via Pastori. Era figlio della mamma Pilieri ed era uno di quei figli di cui la mamma andava più orgogliosa, e noi, gli altri figli, lo sapevamo.

La sua umiltà e i suoi lunghi e, ahimè, caduchi capelli tenuti su col cerchietto, celavano però quella che forse era la sua dote maggiore: un’intelligenza cannibale e fuori dal comune.

Questa, forse, era una delle cose che ci legava di più. Eravamo forti a carte perché nella vita eravamo intelligenti, selvaggi e irrequieti. Ci nutrivamo di storia, di geografia, di sport, di arti e di sapere, cercavamo cose nuove, giochi nuovi, mondi nuovi da cui imparare qualcosa, e questo ci faceva crescere bene, perché c’era sempre qualcosa da imparare: la capitale di un nuovo Stato o di uno sperduto atollo dell’Oceania, un fatto storico di particolare rilievo ma poco conosciuto, il primo gol di un mondiale di calcio o l’ultimo “quadro” di un videogame del bar Ciccio.

Insomma, per noi due, figli unici della via Pilieri con due sorelle minori, la sorte non aveva preservato un fisico aitante o un talento da calciatore, ma ci aveva regalato la forza della mente e, giocando a carte, questa forza veniva fuori e cresceva.

A volte perdevamo anche noi, perché a carte, se la fortuna si incanalava nella direzione sbagliata, nessuna giocata poteva salvarti, e lui si arrabbiava e anche tanto.

Il momento della sconfitta, per quanto fosse doloroso, era quello che ci dava più ammaestramenti. In quegli attimi di futile sconforto capivamo che ci sarebbero stati momenti della vita in cui avremmo avuto bisogno solo di fortuna, attimi in cui i nostri sforzi sarebbero stati vani senza l’aiuto della dea bendata, ma sapevamo anche che quella nostra grande o piccola fortuna dovevamo conquistarcela giorno per giorno, attimo per attimo, libro su libro, metro per metro, perché eravamo fratelli nel cuore, ma figli unici nella realtà che si erano trovati per caso tra le vecchie case del quartiere dove tutto parlava al passato.

Poi un giorno Lecce lasciò la Piazza Pio XII e gli amici dei Pilieri per spostarsi in una nuova casa vicino al mare, in un nuovo paese. Lui scelse una scuola, io ne scelsi un’altra, ma ciò non bastò a cancellare la nostra amicizia che da queste nuove difficoltà venne fortificata; insieme ancora la mattina a far colazione, insieme nelle lunghe e fresche estati del paese, insieme tra la sabbia calda del mare unico di Capo d’Orlando, insieme durante le tradizionali cene all’Antica Filanda.

Poi un giorno Salvo Lecce lasciò la sua nuova casa per diventare un uomo, vestendo una grigia divisa che mal si addiceva al suo spirito allegro e focoso, e fu spedito tra le grigie nebbie di una Lombardia tanto diversa dal nostro mondo, ma pure lì io lo seguii e lo raggiunsi, pure lì il destino riunì quei due piccoli compagni di carte della via Pilieri.

E da tutto ciò ecco quello che abbiamo imparato: il tempo passa e le cose cambiano, si lasciano tempi belli e se ne trovano altri, si lasciano stagioni, si lasciano città e paesi, si lasciano impegni e pensieri, si lasciano gioie e si superano dolori, si lasciano indietro ricordi, amori e fors’anche amici, ma due compagni di carte non si lasciano mai.

@Cristiano Parafioriti

 

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