C.V.D. Da Narciso a Zuckerberg, passando per Van Gogh

Il mito di Narciso

Viviamo in una società ossessionata dall’apparenza, dalla chirurgia estetica fine a se stessa, dai disturbi dismorfofobici per i quali uno si vede realmente come realmente non è, dalla mania della forma fisica intesa come adesione ad un’idea di corpo che non è quello naturale, ma che viene deformato (di volta in volta allungato, ristretto, gonfiato in certi distretti piuttosto che in certi altri) a seconda dell’estetica imperante.

Se prescindiamo dalle implicazioni patologiche di questo martellamento iconico che ci perseguita in ogni forma mediatica, ci rimane comunque un amplissimo campo di indagine nelle rappresentazioni del sé e dell’altro, che testimonia come l’immagine del corpo sia un soggetto centrale per noi umani del terzo millennio. Niente di nuovo, dopotutto, se già nei miti dell’antica Grecia la leggenda narra di Narciso così preso di sé da finire annegato, metaforicamente e anche materialmente, nel riflesso della propria immagine.

La pratica del ‘selfie’

In tempi classici l’autoritratto era un soggetto non raro, ma nemmeno troppo frequente. Abbiamo alcuni pittori che indulsero a ripetute rappresentazioni del proprio volto ed altri di cui ignoriamo del tutto le fattezze; molte volte l’opera era solo uno studio per raffinare la propria tecnica, altre una sorta di analisi psicologica, alla ricerca di qualche insondabile spiegazione del proprio disagio interiore, come negli autoritratti più noti di Vincent Van Gogh.

Ai giorni nostri si assiste ad un proliferare di autorappresentazioni, battezzate col neologismo di ‘selfie’, a cui è difficile dare un’effettiva giustificazione. Il narcisismo di mitologica memoria ne ha forse in gran parte la responsabilità, l’espansione dei social network ha collaborato potentemente ma, fatto salvo qualche esempio più o meno memorabile, il resto di questi scatti realizzati con i moderni smartphone resta veramente solo uno spreco di memoria digitale.

L’arte del ritratto

Ho scelto questo ritratto dalle molte fotografie di Galina Chirikova, fotografa russa della quale abbiamo già pubblicato alcune magistrali nature morte, per cercare di esemplificare cosa distingue, almeno secondo me, un ‘ritratto’ da un ‘selfie’… e non me ne vogliano i patiti di questa pratica.

Intanto apprezzo la scelta felice del bianco e nero per la fotografia intitolata dall’autrice “Grandaddy”, che possiamo tradurre con un affettuoso “Nonnino”, diminutivo che di per sé connota l’amorevole intenzione comunicativa del fotografo, fissando il primo di quei criteri che distinguono il ritratto dalla fototessera o dall’autoscatto di cui oggi si fa uso smodato.

Il volto in primo piano è delineato dalla luce naturale con una precisione calligrafica che disegna i contorni di questa bella faccia di vecchio, dai vivacissimi occhi scuri e dal sorriso ironico appena accennato, poco più di una smorfia annidata tra l’angolo della bocca sottile e la piega d’espressione fra il naso e la guancia.

Un viso ‘paesaggio’, ritmato dalle macchie sparse sulla pelle e in cui le sottili linee delle rughe sulla fronte raccontano l’abitudine ad alzare e corrugare le folte sopracciglia, per osservare il mondo senza stupirsi, ma con la curiosità che contraddistingue le persone innamorate della vita in tutte le sue fasi. I capelli radi incorniciano una fronte spaziosa, resa ancor più vasta dall’avanzata calvizie, con una sorta di argentea aureola di quella che si diceva un tempo una canizie venerabile. Questi particolari ci suggeriscono il legame affettivo tra il personaggio e chi ha colto questa arguta espressione sul viso del nonno, includendo lo spettatore nel cerchio intimo di sentimenti suggeriti con grazia discreta.

Vi sono altri elementi, più formali, che fanno di questa fotografia un documento non insignificante che fissa un momento della vita del soggetto e ce la tramanda, a distanza di tempo e spazio, con un’immediatezza che non avrebbe bisogno di commenti verbali:   l’ambientazione domestica, oserei dire dimessa, con i soli particolari delle lampade a suggerire una vecchiaia lucida e attiva di studio o di lavoro ; il convergere delle linee nelle doghe della parete retrostante che convogliano lo sguardo verso la luce della finestra, dando profondità prospettica allo sfondo e, non superflua, la disinvolta maglietta che ci racconta in qualche modo di un nonno al passo con i tempi: un nonno rock, direi, usando una sintesi un po’ abusata per definire un certo atteggiamento dinamico verso la vita. Mi chiedo se potremmo capire altrettanto di loro, guardando le foto dei protagonisti delle migliaia di selfie che affollano le pagine Facebook di mezzo mondo.

 

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