I garzoni della drogheria di Domenico Sava

Novella n°27 dalla raccolta “Era il mio paese“


Peppe Jack era pressoché un giovane di buone speranze.

Lo era, dunque, ma lo era, appunto, “pressoché” poiché essere di buone speranze in un paese di poche speranze rendeva un po’ tutto un pressoché.

Lui, in realtà, oltre a essere pressoché di buone speranze era pressappoco un sognatore, nel senso che quelle speranze le coltivava giorno per giorno lanciandosi con fede quasi religiosa nella difesa di ogni suo credo o di ogni sua idea contro i tanti pressappochisti inutili di un paese che, attanagliato dalla povertà, dallo svuotamento giovanile e dalle poche risorse era destinato inesorabilmente al declino e che di cose inutili non ne aveva assolutamente bisogno.

Lui lo sapeva perché era un ragazzo intelligente, di quelli utili al paese, ma purtroppo anche lui era convinto che, un giorno, si sarebbe dovuto svegliare dal sogno per gettarsi pressoché sicuramente nel mare gelido dell’opportunismo, del posto fisso, dello stipendio, del mutuo mensile, sacrificando i suoi sogni alle vita grama della media nazionale.

Fino a quel giorno, comunque, egli aveva deciso di vivere una giovinezza spensierata, fatta di convinzioni ereditate, ma di certo maturate poi col tempo, fatta di una militanza passionale nella Sinistra Giovanile, verso l’idea di un mondo più uguale, più sensibile a tematiche sociali, meno incline al consumismo e alla globalizzazione e più rivolto alle masse povere e diseredate che affollavano ogni angolo del mondo, ma della quale il mondo stesso sembrava non accorgersene.

Non era un comunista perché sapeva che quell’idea balorda di un universo pianificato e socialmente appiattito era stata sconfessata dalla storia ormai da tempo, il sangue sparso nel mondo a difesa di quella follia e la povertà che aveva seminato negli stati del socialismo reale erano ormai storicamente conclamati e troppo evidenti per cadere nell’errore di una cieca e inutile apologia… e di idee inutili neanche lui, come il paese, ne aveva assolutamente bisogno.

Anch’io ero pressappoco un sognatore, ma in quell’estate non cercavo sogni da realizzare. Come in tante estati ormai alle spalle, mi bastava solo un po’ di riposo fatto di sole, mare e tranquillità familiare.

Ci incontrammo così, quasi per caso, tra i meandri di quei giorni, accorgendosi di essere e di lottare dalla stessa parte, un po’ come due soldati superstiti di un esercito distrutto che, dopo un’avventurosa fuga, si incontrano in un posto sperduto del mondo accorgendosi di indossare la stessa uniforme di quella legione che li ha visti combattere e perdere insieme, ma che, fino ad allora, non li aveva fatti incontrare mai.

La nostra legione era fatta di tante cose, ma ricordo con affetto particolare la stupenda poesia di De Gregori, il frasario mitico del Che, qualche canzone dei Nomadi, tutte cose insomma un po’ di sinistra poiché era destino che tutta quell’estate divenisse anch’essa un po’ di sinistra.

E così avvenne…

“L’amico Francesco” (De Gregori, naturalmente) tenne un concerto in un paese vicino al nostro, e noi ci andammo carichi di bandiere del Che, dei sindacati, della pace, della Sinistra Giovanile naturalmente, quasi da sessantottini per poi accorgerci che eravamo i soli in tutto lo stadio ad aver fatto di quella festa di musica una specie di primo maggio inondato da bottiglie di vodka marca Vodka comprate a fiumi al discount e di frasi incomprensibili rubate dalle canzoni quali: “tutti giurarono e spergiurarono che non erano mai stati lì”, “fra la ragazza e la miniera apparentemente non c’è confine”, “agli amici d’un tempo manderà certamente una cartolina”. Ma l’amico Francesco era, per brevità, chiamato artista – come si definirà poi lui in un futuro album – e noi, per questo, lo amavamo.

Il concerto dei Nomadi, invece, lo vivemmo per un giorno intero, dalla mattina alla sera, sotto il palco inondandoli di richieste per farci cantare Hasta siempre Comandante di Carlos Puebla, ma per quella sera dovemmo limitarci a riascoltarla in auto al ritorno. Ma andava bene così.

Il mare di Capo d’Orlando, invece, era il rito di purificazione quasi quotidiano ove i nostri pensieri si potevano confrontare, dove potevamo collegare i nostri sogni simili e diversi allo stesso tempo per poi annegare tutto nell’azzurro unico di quel mare.

In realtà, forse a noi, di destra, di sinistra, di politica, non ce ne fregava proprio nulla, ma discutevamo spesso del nostro paese, sui suoi annosi problemi, sulla difficoltà di amministrare, sulla povertà; ci rattristavamo, ci sentivamo a volte inutili, incapaci di mettere i nostri talenti al servizio della nostra gente, perché avremmo rischiato certamente di essere schiacciati dalla vita che, con un’incredibile forza centrifuga, ci stava sempre più spingendo lontano dai nostri affetti, dalle nostre montagne, dal vico Pastori, da piazza Pio XII, dalla via Mortaretti, dalla drogheria di Domenico Sava che non avevamo mai visto, ma che era stata là una volta e di cui ora non restava che una sbiadita insegna su di un architrave in via Roma.

Forse quella bottega un tempo aveva avuto tante spezie, tanti clienti, un futuro roseo davanti. Poi, invece, era stata divorata dalla storia e dal tempo… e noi? Forse anche noi saremmo passati senza lasciare traccia, come tanti giovani pressoché di buone speranze mangiati vivi dal loro stesso mondo, anche noi avremmo avuto, di quel tempo, della nostra giovinezza, solo un piccolo ricordo. E nella via Roma, della nostra vita quell’estate passata spensieratamente, sarebbe stata solo una scritta sull’architrave di un tempo che non c’era più.

Almeno per un’estate, però, ci eravamo sentiti appagati di quei giorni e, speranzosi di un futuro migliore per tutti, come due garzoni illusi e sognatori della drogheria di Domenico Sava che avevano vissuto momenti prosperi e felici, pieni di clienti, di lavoro e di sogni, e che poi, un giorno, si erano risvegliati in un mondo che non era più.

Solo un’insegna sbiadita su di un architrave in via Roma.

©Cristiano Parafioriti

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