La tigre che è mancata

recensione su Hokusai dal British Museum (Docufilm)

di Linda Lercari

Per tre giorni verrà distribuito il docufilm sull’esposizione al British Museum delle opere di uno dei più grandi pittori giapponesi: Hokusai. In tutta Italia il 25 26 e 27 settembre in moltissime sale cinematografiche si potrà gustare un assaggio della mostra allestita in onore del celebre artista orientale.

Pratico il Kendo – l’arte marziale della via della spada – e sono sempre stata una grande appassionata dell’arte nipponica. Da bambina mio padre mi ha accompagnata spesso al Chiossone di Genova. Inoltre a Novembre dell’anno scorso HarperCollins ha pubblicato un mio romanzo sui samurai del periodo Kamakura: L’ombra di cenere.

Con queste premesse e forte dell’aver già ammirato una mostra nel 1999 a Milano dedicata a Hokusai mi sono accomodata in sala per assaporare la bellezza di dipinti che conoscevo e di altri meno noti. Purtroppo sono rimasta un poco delusa.

La pellicola inizia con le migliori premesse. Lo spazio museale aperto ad accogliere lo spettatore, la presentazione del direttore, tutto molto bello, sfavillante, ma freddo, distaccato. Si prosegue con le parole di Tim Clark, il curatore della mostra, e Roger Keyes, persone affascinanti e del tutto vocate allo studio metodico, quasi maniacale, di tele, stili, storia personale e artistica del maestro. I racconti viaggiano sul filo di immagini e si dipana il profilo già ben noto del pittore. L’aneddoto della gallina usata come attrezzo per dipingere fa sempre sorridere, ma non viene narrato quello della sfida del grande Daruma. Poco male. Si parla del “Mondo Fluttuante” ovvero degli ambienti di artisti e campioni di Sumo che l’artista frequentava per lavoro, ma sono solo accenni, senza soffermarsi a sufficienza su quella parte della sua vita che è stata così importante per consolidare fama e per fare della pittura una professione.

Solo il mio occhio attento ha notato le tavole erotiche lasciate volutamente sfocate all’obbiettivo della macchina da presa, mentre anche quella è stata una tappa del lavoro artistico. Si è descritto Houksai come attento osservatore della natura, delle persone e degli animali, ma non si è parlato tanto di molte delle creazioni diciamo più “prosaiche”, eppure di grande effetto e di indubbio stile.

Spesso, troppo spesso, la regia si è soffermata sugli stessi dipinti, sulle stesse figure. Certo, non avrei preteso una visita completa di tutta la mostra, ma qualche pittura in più l’avrei gradita.

Nonostante questo il docufilm arriva a metà in modo gradevole, evocativo, quasi sognante. Le frasi di Hokusai sono accompagnate da musica struggente e noi tutti spettatori possiamo immaginare quest’uomo piegato dall’età eppure alla continua ricerca della perfezione.

La seconda metà della pellicola è stridente, il contrasto è netto e si avverte sin troppo bene. Vengono ripetute le stesse cose senza aggiungere praticamente null’altro, ma anzi sottraendo bellezza a causa della ridondanza. Alcuni artisti chiamati a commentare vengono presentati adeguatamente, ma altri rimangono nell’anonimato che solo i titoli di coda ci aiutano a svelare.

Pecca non da poco sono anche i sottotitoli – il film è in lingua originale – bianchi su sfondo bianco, molto difficili da leggere.

Un punto che vorrebbe essere di forza ed è stato largamente pubblicizzato è il fatto di aver ripreso in 8K Ultra Hd. A mio avviso ha poco senso riprendere a così alta definizione quando si proietta su un grande schermo cinematografico. I particolari che possono interessare il critico d’arte si perdono, le figure risultano comunque sgranate e per lo spettatore medio è difficile percepire ogni singola e minuziosa pennellata che costitiuisce la forma delle scaglie del dragone del cielo.

Sono o non sono rimasta soddisfatta? Sì, il docufilm merita il prezzo del biglietto. E’ affascinante come Roger Keyes parla del suo studio durato per oltre cinquanta anni su Hokusai. La musica che accompagna le parole, le citazioni. Come prima “infarinatura” è una pellicola più che adeguata e affatto noiosa. I particolari e le spiegazioni sono davvero interessanti.

Unica vera nota dolente? La mancanza de “La vecchia tigre nella neve” un dipinto meraviglioso in cui tutta la morbida ferinità della belva, il suo incedere elegante e il folto della pelliccia rendono la figura qualcosa di magico, di irreale eppur legato alla natura in tutta la sua bellezza. La regia degna solo pochi istanti a quest’opera per poi soffermarsi su un’altra tigre e un dragone. Dipinti separati, ma destinati a venir esposti insieme. Belli, bellissi, ma poca cosa in confronto a quella fiera maestosa e felina che saltella senza peso sul manto nevoso. Un vero peccato e il mio invito a voi tutti a seguire la mostra non appena tornerà in Italia o ad acquistare un catalogo dove potrete ammirare quella e altre mille figure disegnate dal “Vecchio pazzo per il Disegno”

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