Holly e Benji… e Ture Tappa

Novella n°26 dalla raccolta “Era il mio paese“


Il calcio non era solo il nostro sport preferito, ma era praticamente il nostro piccolo mondo. Per giocare a calcio serviva solo un pallone Super Tele o un Super Santos, e poi il resto lo faceva il mitico stadio Ducezio.

Il Ducezio, quello di una volta, si ergeva nella parte nuova del quartiere, in mezzo alle case che si arrampicavano verso la cima di Rafa.

Ogni lato dello stadio aveva a sua volta una piccola storia.

Il lato mare offriva uno splendido panorama, ma aveva le mura di cinta praticamente attaccate alla linea laterale, e se la palla usciva da lì era in grado di rotolare indisturbata fino all’uscita del paese.

Il lato Rafa era quello delle tribune e dell’ingresso principale del pubblico, vicino alla strada verso San Basilio. Era praticamente pieno di alveari, i suoi gradini erano stati erosi dal tempo e dalle intemperie, ma era lì che la gente tifava per la nostra squadra, ed era il mio preferito perché vedevo casa e mia mamma che mi chiamava quando era pronta la cena.

Il lato piazza, invece, era quello degli spogliatoi, dei vetri rotti e di don Peppe che gridava a squarciagola la sua gioia.

Infine, come ogni cosa, anche il Ducezio aveva il lato più comico: il lato don Santo.

Il lato don Santo aveva la rete alta che comunque non impediva alla palla di scavalcarla, un piccolo spogliatoio inutile e, appunto, don Santo.

Don Santo era semplicemente il proprietario del terreno attaccato al campo. Di indole tosta, non gradiva le nostre incursioni, anche se in realtà non è che poi se ne curasse così tanto.

Don Santo, infatti, sapeva che eravamo solo bambini che volevano recuperare il pallone e ci lasciava passare. Qualcuno, invece, aveva approfittato delle escursioni per cibarsi di qualche mela o qualche pera dei suoi alberi, e lui non l’aveva presa molto bene. Da allora si era creata un’aureola negativa mista di verità e leggenda che aveva cinto don Santo come un alone di pericolo. Per noi e per i nostri palloni.

Il calcio scorreva nelle nostre vene e riempiva i nostri pomeriggi soprattutto in estate, quando il sole illumina la Sicilia per quasi quattordici ore e sembra non tramontare mai.

Giocavamo quasi sempre a una porta o, come si diceva, a “porta romana”, con un portiere di turno sacrificato, con due squadre che inseguivano un pallone e con le nostre idee e regole sul calcio che avevamo sentito da quelli più grandi o dalla televisione. Già, c’era anche la tv a ingrandire quel nostro amore, non solo con le partite di campionato e di coppa, ma anche con un classico, unico e irripetibile cartone animato sul calcio: Holly e Benji, due fuoriclasse.

Importato dal lontano Giappone, aveva subito colpito i nostri cuori, riempiendoli di eroi della nostra stessa età che con forza e determinazione riuscivano a portare la loro squadra giovanile alla conquista del torneo scolastico nazionale.

Nulla di straordinario fino a qui, se non che il modo in cui venivano impostate e rappresentate le partite era del tutto straordinario, pieno di suspense fino al triplice fischio finale, ricco di partite che sembrava non finissero mai e di palloni scagliati a velocità supersonica capaci di rimanere sospesi nell’aria per mezza puntata. Insomma, Holly e Benji erano diventati i nostri eroi quotidiani. Finita la classica puntata delle quattro, ci ritrovavamo tutti al Ducezio, gasatissimi e intenzionati a imitare le gesta eroiche di un imbattibile portiere e di un cannoniere eccezionale capace di far gol da porta a porta facendo entrare in rete palla e portiere. Ci provavamo anche noi, ma al massimo il nostro tiro faceva venti metri. Chi, invece, voleva imitare il portierone nipponico si ritrovava colpito da pallonate inaudite e risate a crepapelle. Insomma, Holly, Benji, ma anche i loro avversari quali il potente Mark Lenders, il piccolo furetto Danny Mellow, lo sfortunato Julian Ross, gli acrobati gemelli Derrick, il karateka portiere volante Ed Warner, il roccioso difensore Yuma, il giramondo Tom Becker erano per noi eroi lontani e irraggiungibili. Però, tra di noi, bambini sognatori della via Pilieri, qualcuno che si avvicinava a quei nostri supremi e bravissimi coetanei in realtà c’era: Ture Tappa.

Al secolo Salvatore Fazio, era stato trasformato dalla storia abbastanza precocemente in Ture Talpa a causa di qualche piccolo problema di vista che lo aveva sempre tormentato. Poi, nel corso del tempo, Talpa era stato mutato in Tappa, più spontaneo, meno impegnativo e fors’anche più musicale. Di corporatura esile, era in possesso di un dribbling ubriacante e di un tiro formidabile capace veramente di far ovalizzare il pallone come solo Holly Hutton della New Team era in grado di fare. Ture Tappa era, comunque, un giocatore completo, sicuramente il migliore della nostra età, in grado di battersi anche con i più grandi, costringendoli, a volte, a magre figure. La sua più grande capacità rimaneva, però, il possesso palla. Secondo me, aveva trovato da qualche parte una colla speciale che gli faceva rimanere il pallone attaccato al piede anche per dieci minuti di fila, e noi lì a inseguirlo come tanti ubriachi incapaci minimamente di fermarlo, di ostacolarlo. Praticamente, quando la palla arrivava a lui, in un modo o nell’altro era destinata a entrare in rete.

Arrivati al Ducezio, facevamo la conta per formare le squadre, e io speravo sempre di capitare nella sua stessa formazione, almeno per essere sicuro di non dover correre troppo dietro alla palla. Confesso che non sono mai stato né un campione, né un eroe, ma si sa: non si può avere tutto dalla vita.

Ture Tappa era intelligente. Parliamo sempre di calcio, perché questa intelligenza calcistica dimenticava ogni mattina di portarla a scuola. Ma, ripeto, non si può avere tutto dalla vita e poi, in generale, calcio e scuola non sono mai andati troppo d’accordo, così lui era meno bravo a fare i compiti per casa, ma era formidabile nel leggere ogni situazione della partita. E se la sua squadra era sopra di un gol, teneva palla fino al tramonto e, appena l’ultimo raggio di sole aveva salutato i monti, la partita finiva e lui aveva vinto ancora come Holly, sempre imbattuto e sempre bravo a rimontare qualsiasi situazione negativa.

Così lui era il nostro campione: inespresso come inespressi sono stati negli anni tanti ragazzi colpevoli solo di essere figli di un meridione cattivo e ingiusto, incapace di valorizzare fenomeni “brasiliani” colpevoli solo di essere nati in Sicilia.

Il tempo decise di farci crescere e Ture Tappa, sì anche lui, conobbe la sconfitta a causa di un ginocchio traballante e di una carta d’identità che recitava nato da qualche parte in Sicilia e non a Milanello, a Varese, ad Appiano Gentile, a Bergamo, a Venaria Reale.

Eppure sono certo che lui, come me, non avrebbe mai cambiato un mondo come quello della nostra infanzia che ci ha visto crescere e diventare amici e non ci ha privato dei nostri sogni da bambino. E, fra i nostri sogni, il più frequente rimane quello delle nostre lunghe estati passate tra la poltrona di casa e la polvere del Ducezio, ad ammirare il calcio pulito di un tempo che non tornerà mai più, fatto di campioni veri e leali, il calcio bello di Holly e Benji… e Ture Tappa.

@Cristiano Parafioriti

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *