Bar Ciccio

Novella n°24 dalla raccolta “Era il mio paese


Il Bar Ciccio era uno dei ventricoli della piazza. Era una parte del cuore di essa ed era un centro nevralgico, pulsante. Negli altri bar si facevano le stesse cose: si giocava a carte, si bestemmiava, si rideva, si sfottevano i battuti, si litigava e, soprattutto, si beveva. Ma al bar Ciccio fare queste cosa era diverso.

Ora, potrà sembrare parecchio strano che con quattro bar a distanza di trenta metri, proprio quel bar per me avesse una valenza particolare, ma era così, e non solo per me forse… ed era così perché il bar Ciccio era l’unico ad avere don Ciccio, naturalmente.

Lui, don Ciccio, appunto, aveva dato il nome al bar, ma in realtà a quel bar aveva dato tutto. Era parte delle mura che lo contenevano, era il legno del bancone, era la scatola dei mazzi di carte, era il rumore dei pezzi da cento lire che noi bambini scambiavamo per i videogiochi, era il fumo basso e denso della sala delle carte, era tutto, perché don Ciccio in quel bar ci aveva scommesso tutto.

Era sicuramente nato con quel mestiere nel sangue ed era talmente visibile questa sua passione che tutti erano affezionati a lui, alla sua intelligenza, alla sua educazione, ai suoi modi garbati e alla sua sottile ironia; insomma, tutti, piccoli e grandi, erano rapiti dalla sua professionalità e dal suo carisma, e avevano verso quell’omone buono un profondo rispetto.

Chi voleva apprendere quel mestiere andava da lui perché era gentile con i giovani volenterosi e a ognuno affibbiava un nomignolo legato all’altra sua grande passione: il calcio. Così nacquero Pippo “Rossi” e Rocco “Maradona”, due dei suoi più fedeli camerieri che, per esempio, avevano ricevuto quel soprannome in base al loro periodo di arrivo. In pratica era regola che l’apprendista prendesse il nome del calciatore più in voga del momento, del più forte, e per questo da qualche parte c’è stato anche qualche Platini o qualche Rumenigge.

Così mi capitò di imbattermi in questo instancabile omone, perché seguivo mio padre nella sua classica partitella serale di briscola e tressette con gli amici, e quando lui vinceva, era solito cedermi la consumazione che per me era sempre la stessa: succo di frutta alla pera. E poiché mio padre era talmente bravo da vincere la maggior parte delle partite, quei succhi di frutta li finivo quasi tutti io. Ero uno dei pochi bambini che seguiva così spesso il papà e che veniva “viziato” così tanto, e per questo lo sfottò destinato a me era: “troppo vizi… troppo vizi…”.

Era vero, mio padre mi viziava tanto con quei succhi di frutta, ma don Ciccio mi voleva bene, e la delusione maggiore da parte mia la ebbe intorno ai sei-sette anni, quando imboccai la fede bianconera.

Negli anni in cui la Juve di “le roi” Platini spadroneggiava in Italia e in Europa diventare bianconero era la regola, e gli amici della combriccola erano quasi tutti della stessa “razza”, fu quindi fin troppo facile per me appassionarmi a quei colori e iniziare l’infinita guerra con gli amici-rivali nerazzurri. Don Ciccio era uno dei massimi esponenti paesani della gloriosa ma decaduta Internazionale e, da allora, iniziò la nostra personalissima battaglia.

In quegli anni non c’era la pay per view, non c’era Sky, e l’unico bellissimo e attesissimo modo di vedere i gol della domenica appena sfornati era assieparsi nei bar e aspettare Novantesimo minuto, condotto dal mitico Paolo Valenti alle ore diciotto e dieci puntuali. E allora succedeva che io, che mal sopportavo quella sua tagliente ironia, sceglievo vigliaccamente un altro bar in caso di sconfitta della mia Juve e andavo invece a sedermi davanti al televisore posizionato sempre ben in alto del bar Ciccio se le cose erano andate male all’Inter.

Don Ciccio, a sua volta, impazziva per quel mio atteggiamento, ma mi attendeva sempre al varco, tanto sapeva che prima o poi in settimana al bar sarei tornato.

«Domenica non ti ho visto… come mai? Forse perché la Juve ha preso due scoppole?»

«No!» rispondevo io rabbuiato. «Ero a Tortorici da mia zia.»

Naturalmente non era vero, ma il gioco era questo, e io facevo la mia parte. La commedia finiva spesso a favore suo, perché dopo “le roi” Platini la mia Juve visse un momento a dir poco opaco a fine anni ’80, mentre l’Inter dei 58 punti rimbombava nelle mie orecchie e aveva le parole di don Ciccio, Serena, Mattheus, Fanna, Zenga, gioco finito, game over, etc… Queste ultime frasi riferite a me e alla Juve, naturalmente.

Avveniva qualche volta che lui si sentisse in colpa per come e per quanto mi aveva preso in giro e allora cercava di farsi perdonare con un cono nocciola, e qui l’effetto calmante era immediato perché la mia genuinità e la bontà di quel gelato erano due ottimi motivi per riappacificare le acque.

Voi vi chiederete perché questo gusto “nocciola”. Semplice, la “nocciola del Bar Ciccio” fa parte di quelle cose che caratterizzano il paese e che si possono contare sulle dita di una mano.

La nocciola di don Ciccio era eccezionale, un sapore inimitato e inimitabile, qualcosa di indimenticabile al palato, che andava bene da sola, con la panna, col gianduia, con la fragola, nel cono o solo in coppetta… non cambiava nulla… la nocciola di quel bar era una droga, uno di quei sapori che ti porti nella valigia del cuore e che non dimentichi più.

E poi era di don Ciccio, del suo lavoro, del suo amore, della sua passione, della foga con cui ruotava la pala di mescola del gelato, con cui girava e rigirava quel gusto prima di riporlo nel pozzetto del banco. Era uno spettacolo osservarlo all’opera, in ogni attimo del suo bar c’era lui e poi col tempo la moglie e la piccola Alessia, una famiglia al servizio di un paese, perché il bar Ciccio era il paese.

Poi in un freddo giorno d’autunno il Signore decise di non farsi mancare la nocciola di don Ciccio e lo nominò gelataio e barista del Paradiso e se lo prese così, senza avvisare, dopo un malore avvenuto mentre era al servizio dei suoi amici e concittadini al bar e dopo una breve agonia che non fece altro che aumentare il dolore dei suoi cari e di tutti noi.

Al primo durissimo anno di superiori aspettare l’autobus in piazza e vedere per più di una settimana le saracinesche chiuse per lutto fu una delle scene più dolorose della mia vita, un ricordo duro e indelebile. In un attimo avevo perso un nemico interista, un bar, un barista, la nocciola e un amico dal cuore grande, nerazzurro, è vero, ma grande, grandissimo e questo non era giusto, ma era andata così, le nostre preghiere non erano servite a nulla… don Ciccio non c’era più.

Persi anche la speranza di rivedere quel bar con gli stessi occhi con cui l’avevo visto fino ad allora. Come sarebbe stato il bar Ciccio senza don Ciccio?

Passarono gli anni, la famiglia mantenne quel bar in nome del suo creatore e di quello che aveva rappresentato per il paese, cercando con lavoro e sacrificio di eguagliare il passato. Io lasciai il paese chiedendomi sempre dove fosse andato a finire lo spirito di don Ciccio…

Eppure, ora che sono lontano, ogni volta che torno in paese e salgo quel gradino e varco quella porta, il tempo si ferma e in un attimo don Ciccio torna, anche se ora ai videogames dei bar non gioca più nessuno, anche se ora non c’è più la nebbia della sala carte perché nei locali pubblici non si fuma più, anche se ora c’è l’euro e i pezzi da cento lire non esistono più don Ciccio torna, torna nella mani di sua figlia che imbocca di gelato nocciola la mia piccola nipotina senza sapere che suo padre faceva così con me un quarto di secolo prima, don Ciccio torna nel rumore della macchina del lotto che prima non c’era, don Ciccio torna nelle cazzate di Pippo “Rossi” che da lì non se n’è mai andato e infine lui, quell’omone buono, torna sempre nel gelato nocciola e fra i ricordi più dolci del mio cuore e della mia infanzia, perché da queste ultime due cose, in realtà, don Ciccio e il Bar Ciccio non se ne sono andati mai.

 

 

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