La mia maestra

Novella n°23 da “Era il mio paese”


Il primo giorno delle elementari era un lamento greco. Senza dubbio quella mano del genitore che per la prima volta lasciava il figlio era il fotogramma drammatico di quegli istanti. I bambini del paese avevano visto la scuola, fino ad allora, come un posto non loro, enorme ma ancora lontano, quasi irraggiungibile, ma quel giorno prima o poi arrivava per tutti, ineluttabile. Arrivò anche per me, dunque. Ero tranquillo, non piangevo, i tempi delle bizze all’asilo erano passati, quel corridoio lunghissimo, quelle aule quasi uguali, quelle tante facce conosciute, quel direttore con la D maiuscola, alto, elegante, gentile, colto, dall’atteggiamento garbato e paterno. Da subito mi sentii quasi in debito, un debito da saldare senza pianti né rimpianti. E poi, in quella tiepida mattina di settembre, arrivò lei, la mia maestra.

Era unica, in tutti sensi, era solo lei a tenerci a lezione, l’ora di religione era lasciata al patriottico padre Russo che ci metteva allegria con canti quali Campagnola bella e Va’ pensiero, ma per il resto lei era il nostro pane quotidiano. Puntuale come un orologio svizzero, sembrava uscita da qualche piccolo libro Cuore, tanto era gentile e cortese, ma anche severa e pronta a scrutare il nostro animo, i nostri pur piccoli pensieri, le nostre prime preoccupazioni di bambino. Sentivamo l’intercedere deciso dei suoi tacchi scalfire il corridoio, entrava in aula, tutti scattavamo in piedi e si iniziava con la preghiera. Incredibile se ci penso oggi, la preghiera! E poi, ogni tanto, era d’obbligo il controllo sulla pulizia delle mani. Se erano sporche o se le unghie si era trasformate in artigli, be’… si rischiava di fare qualche plateale figuraccia che sarebbe servita a futura memoria per gli incauti sporcaccioni.

La maestra, prima di sedersi, srotolava dal collo il suo variopinto foulard che frusciava nell’aria emanando per la classe un intenso profumo, uguale e unico anch’esso per cinque anni, che si espandeva nell’etere, rendendolo intriso di numeri, lettere, operazioni, temi, quaderni a righe e a quadri, colori… anzi pastelli, sussidiari e poi lui, L’albero delle storie, il libro delle letture da dove saltano fuori Angelo Silvio Novaro, Gianni Rodari, i fratelli Grimm, Esopo, tutti amici speciali di tanti racconti indimenticabili. La classe, naturalmente, ogni cinque anni mutava e lei doveva adattarsi alle epoche e alle cangianti generazioni, così nel tempo aveva avuto classi fatte da bambini scrupolosi, timidi, irreprensibili, che ancora venivano a trovarla in blocco per portarle un mazzo di fiori.

Noi guardavamo i precedenti alunni che venivano a renderle quel saluto quasi con invidia, sembravano essere così vicini alla loro maestra, così in confidenza, noi invece sapevamo che quella vicinanza, quella confidenza ce la dovevamo conquistare, ora per ora, giorno per giorno e forse in futuro noi saremmo stati al posto di quei pudichi ex allievi tanto riconoscenti verso la donna che li aveva cullati per cinque lunghi anni. Ma noi, che eravamo la classe dei Ture Scionto, dei Peppe Scalia, degli Antonio Pupù, dei Calogero Vitello, di Deborona così massiccia e vigorosa e di Merialbuccia così tenera che si spezzava con un grissino, che speranza potevamo avere di essere come quei pudichi alunni degli anni passati?

Ma la maestra era lì per tutti: sia per i volenterosi, sia per gli scansafatiche o lavativi come li chiamava lei, sia per i buoni, bravi e puliti, sia quelli sporchi e cattivi… anzi monelli, perché si era capito da subito che aveva forgiato il suo metodo non nell’insegnare ma nell’ammaestrare, che è cosa ben diversa. C’erano tanti insegnanti in quella scuola, ma lei era una maestra, ed erano pochi quelli che, come lei, ammaestravano alla vita completando, in quelle ore passate sui banchi, l’educazione che ogni genitore impartiva fra le mura domestiche con una serietà e una devozione quasi religiosa. A volte sembrava quasi che lei non fosse lì come impiegata dello Stato, come una professionista dell’insegnamento o solo perché a fine mese riceveva uno stipendio, ma sembrava per tutti chiaro e naturale vederla come un pezzo della scuola, nata con lei e parte di un disegno più grande: regalare al paese una linfa vitale fatta di giovani speranze per il futuro. Capitavano naturalmente anche i momenti di severità. La punizione era sempre poi un atto solenne! Lei, infatti, non si abbassava al facile scontato utilizzo di verghe ben temperate, né di ceffoni a mano larga o di rimproveri da omelia della notte di Pasqua, ma preferiva la più lancinante di tutte le mortificazioni: il castigo dietro la lavagna.

Rimanere rigorosamente a capo chino all’angolo della classe dietro lavagna per una buona mezz’oretta era una sensazione indescrivibile di vergogna mista a delusione per ognuno di noi. Ogni momento di questo supplizio era terribilmente efficace: la fase iniziale del rimprovero e della contestazione del fatto era una sentenza di cassazione… inappellabile, ingiustificabile, perché se si giungeva al castigo, be’… le prove erano state schiaccianti e inequivocabili, alias compiti non fatti per palese negligenza, rimproveri di altri insegnanti, risse in classe o atti di violenza fra compagni colti in flagrante; tutti addebiti insomma non discutibili. La fase due era poi quella del giudizio e del castigo, allora in quel caso le reazioni invece erano strettamente personali. C’era chi scoppiava a piangere, chi faceva l’indifferente, che faceva lo “gnorri”, quasi a voler dire “c’è un errore, io non c’entro”, e poi c’era la categoria dei ravveduti, quelli cioè che mostravano subito il pentimento colorandosi in viso di un rosso vergogna pronti a scontare la pena con decoroso contegno, e questo, per esempio, era il mio caso. L’ultima fase era quella del “fine castigo”, quando cioè la voce leggiadra della maestra pronunciava la fatidica frase “puoi tornare a posto”. Allora accadeva che quel breve tragitto di ritorno al proprio posto era forse l’umiliazione più grande, sentivi gli occhi appiccicosi dei tuoi compagni addosso, voraci e curiosi, quasi vogliosi di rubarti un sentimento, una reazione, un’emozione. Quando la mezz’ora di castigo insomma finiva, era una vera e propria liberazione, ma era stata anche un grande ammaestramento. Qualche insegnante si serviva di urla, schiaffoni o altro per punire l’alunno colpevole. La maestra si serviva invece del silenzio, dell’indifferenza di una buona mezz’ora passata dietro la lavagna. Questo ammaestrava al peso dell’essere considerati nella vita e nel mondo una nullità, un niente, perché in tutte le scuole del mondo non c’è mai stato nulla dietro la lavagna. Così si cresceva, il suo gesso per cinque anni ha arato la lavagna sempre con un tratto gentile e delicato. Le sue vocali e le sue consonanti apparivano a noi come opere d’arte. Ricordo ancora l’acca fatta con l’ormai superato “Il” barrato. Bellissima! La maestra riusciva a rendere quella consonante muta quasi più musicale di una chiave di violino, trasformava ogni accento in un’onda perfetta, ogni apostrofo in una lacrima triste, dava sentimento alle mute consonanti facendo strusciare le esse e frusciare le effe.

Questa era una magia, e solo chi è veramente straordinario può fare delle vere magie, perché per far tintinnare le T, dondolare le D, volare le V, bastava anche un buon insegnante, ma solo lei era in grado di trasformare quella acca così strana e silenziosa nella più dolce delle consonanti. E questa stupenda illusione riusciva ogni volta perché in ogni giorno di quei cinque anni lei non è stata solo un’insegnante, ma è stata semplicemente una maestra di vita.

 

 

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