Silenzio

Novella n°22 da “Era il mio paese”


Il giorno dei morti andavo al cimitero con mio padre. Lui seguiva sempre lo stesso ordine di visita, a ogni fermata si raccoglieva, pregava e poi mi narrava una storia legata a quella lapide e a quel defunto. Solo davanti ai miei nonni rimaneva in silenzio, poiché temeva di commuoversi al solo ricordo e non voleva farsi notare in lacrime da me.

Quelle che mi raccontava erano perlopiù storie di gente povera che tanto aveva sofferto e che solo ora aveva raggiunto la pace. Ma quella volta, appena arrivammo alle tombe di don Vicenzino e di don Peppe, due suoi amici del vecchio quartiere morti molti anni addietro, il suo atteggiamento cambiò come illuminato dal bagliore di un ricordo. Guardò le date di morte e le confrontò, dicendomi che voleva vedere chi dei due aveva avuto ragione.

Io non capivo di quale “ragione” si trattasse, ma lui anche stavolta mi illuminò subito.

Don Vicenzino arrivava sempre per primo, si metteva ben comodo alla sinistra del mastro e osservava il modo antico di quel lavoro così umile e così grande allo stesso tempo. Era un uomo di vita don Vicenzino, era stato per i campi di mezza Sicilia a raccogliere e a coltivare senza mai fermarsi per tutti i suoi ottanta anni, aveva cresciuto i figli e ora si riposava, ma in realtà spesso e volentieri ritornava alle sue terre e non mancava mai poi nelle grandi occasioni delle mietiture o della vendemmia, perché lui quei panni di saggio contadino in realtà non se li era mai tolti. Non aveva mai un attimo di tregua se non quando si sedeva accanto a quel banchetto del calzolaio, perché una cosa durante il corso degli anni, in realtà, gli era mancata: l’arte.

Si era dunque convinto che nelle sue mani crepate la capacità di fare qualcosa con intelletto non vi era mai stata, e quindi restava fisso per ore intere a rimirare il fluttuare rapido e preciso della lesina che trafiggeva il cuoio al fine di permettere allo spago di passare, rimaneva poi ammaliato dalla capacita di infilzare quei chiodini con estrema facilità, ma una cosa lo strabiliava di quel mestiere: la superba capacità di tagliare il cuoio o la gomma di una suola con millimetrica precisione muovendo l’intaglio su di una linea prima disegnata a matita e poi ripassata col trincetto.

Il mastro, questo, lo sapeva, ma se ne stava comunque quasi sempre zitto, fors’anche riverente verso la veneranda età di don Vicenzino, e solo raramente gli spiegava come si faceva a intagliare così bene. I discorsi, invece, cadevano su quello che diceva la radio, sempre lì, vicino al banchetto o su ciò che era accaduto in paese, e questo era quello che avveniva negli attimi precedenti all’arrivo di don Peppe.

Quest’ultimo arrivava sempre dopo, salutava e si accomodava sempre alla destra del mastro, nella sedia che già c’era per lui.

Era stato pastore per quasi tutti gli ottanta anni della sua vita, adesso i figli si occupavano del bestiame perché aveva avuto un qualche problema a una gamba e non poteva muoversi bene, ma il suo spirito e la sua scorza di uomo duro non si erano affatto affievoliti né con l’invalidità né con la vecchiaia.

Era sempre allegro e rude come si suole agli uomini che credono di non avere nulla da imparare, e per questo a volte quegli atteggiamenti sembravano compatire il povero mastro che aveva scelto il più umile dei mestieri, ma altre volte rimaneva ammirato da quell’arte che anche lui pensava in cuor suo di non avere mai avuto.

Il mastro anche questo sapeva, ma se ne rimaneva in silenzio perché da persona saggia qual’era comprendeva benissimo la verità: essere contadini o pastori e farlo con passione è già un arte e, come nessun artista sa di essere tale, così don Vicenzino e don Peppe credevano di essere stati persone normali, anzi mediocri nel loro mestiere e ora, a riposo, invidiavano quasi quel pezzo di cuoio tagliato così bene.

Era questa in realtà una discreta e sottile discriminazione che distingueva i “maestri artigiani” da allevatori e coltivatori, e la parola stessa “artigiano” ispirava di per sé una certa arte.

Sottigliezze… sì, è vero, ma c’era una cosa che i due anziani amici invidiavano più di ogni altra al mastro calzolaio: la sua imperturbabilità.

Aveva avuto una vita difficile il mastro, rimasto orfano da ragazzo, era stato da sempre intento a lavorare e sgobbare per poter sfamare i suoi fratelli. Eppure le tante difficoltà affrontate lo avevano fatto un uomo ricco di tante virtù, avverso da sempre alla compassione altrui, onesto a sfregio del bisogno, umile al di là di quel lavoro.

Era molto più giovane dei due, ma dialogava alla pari e ragionava molto meglio, e anche questo loro lo sapevano.

Un giorno il tema della discussione fu innescato da don Peppe che, pungente com’era, si lanciò in una bella diatriba: «Compare Vicenzino, so che avete comprato al cimitero un loculo vicino al mio».

«Sì, compare, e come posso lasciarvi da solo.»

«Bene, me ne compiaccio, e ho notato una cosa importante che vi può interessare.»

«Dite pure, compare», rispose l’altro.

«Sapete, quella vanella stretta che passa proprio sotto casa vostra qui sotto, quella da dove si passa per andare in piazza, dico…»

«Sì, ho capito, quella dove l’acqua scende a fiumara quando piove… passo sempre da lì…»

«Appunto, appunto!» riprese beffardo don Peppe. «Proprio quella, dico!»

«E che ha quella viuzza? È troppo stretta per la vostra enorme panza da pecoraio che dovete trascinare? Temete di non passarci più dopo le abbuffate di Natale?» chiese ironico don Vicenzino.

«Bravo, avete capito, temo di non passarci più… ma non dopo Natale…»

«E quando?»

«E… voi avete la vostra età… un giorno toccherà che vi accompagni…»

«E dove dovreste accompagnarmi, compare?» chiese un ancora ignaro Vicenzino.

Il mastro aveva già compreso e accennò a un sorriso. Fu soltanto allora che don Vicenzino, improvvisamente rinsavito, comprese la burla e partì al contrattacco senza scomporsi: «Caro compare Peppe, avete proprio ragione, di certo in quella strettoia voi non ci passate, ma da tempo anche a me tormentava un pensiero… il giorno in cui io vi accompagnerò in quel posto a cui accennavate pocanzi, per fare uscire la vostra magnificenza dovranno passarla dalla finestra, perché se non ricordo male il vostro portone è stretto!».

Don Peppe incassò il colpo e ripartì: «Già! Forse avete proprio ragione, ma non vi crucciate troppo perché il problema non vi riguarderà poi così tanto, perché avrò io l’onore di accompagnarvi per queste anguste vie. E per non perdere nemmeno un passo del vostro glorioso corteo, mi metterò a dieta, parola d’onore!».

«Io di diete non ne ho bisogno, ma una cosa, compare mio, ve la posso assicurare… vi aiuterò con garbo a uscire dalla finestra quel giorno… mastro, tu anche mi aiuterai?» chiese don Vicenzino al muto spettatore impegnato in faccende molto più utili.

E il mastro, col suo cauto incedere, rispose: «Be’, per ora siamo tutti qua. Io posso solo promettervi di venirvi a trovare entrambi, almeno per il giorno dei morti, visto che avete comprato due loculi abbastanza vicini!».

I due compari scoppiarono in una bella risata, la sottile ironia del calzolaio aveva colpito ancora.

Chi dei due avrebbe accompagnato l’altro al cimitero non si poteva ancora prevedere, ma le parole del mastro erano di certo quelle più probabili… e anche questo i due compari lo sapevano.

Alla fine della storia anch’io riguardai con più attenzione le rispettive date di morte dei due compari. Erano morti a breve distanza l’uno dall’altro in modo da non rendere lo sgarbo troppo grave!

Mio padre mi disse che era stato don Vicenzino ad accompagnare don Peppe, che era riuscito comunque a passare dal portone e non dalla finestra… o forse mi raccontò che era stato don Peppe a seguire il “glorioso corteo” funerario di don Vicenzino riuscendo a passare dalla stretta vanella nonostante la sua panza. Non ricordo.

Di certo mio padre, il mastro, aveva avuto ragione, li aveva accompagnati entrambi al funerale.

Eppure ora che i due compari non c’erano più, li rimpiangeva, rimpiangeva le loro baggianate, le loro punzecchiature vicendevoli, la loro antica ironia. Così, piegato sul suo lavoro quotidiano, talvolta fissava lo sguardo su quelle sedie vuote, rimaste sempre lì e aspettava il giorno dei morti per incontrarli ancora e dimenticare, almeno in quel giorno, l’assordante frastuono di quell’immane silenzio che ora aleggiava nel vecchio quartiere.

Di muli, di urla, di schiamazzi fanciulleschi, di paglia, di baggianate, di carbonari, di rosari e di polvere questo rimaneva: due sedie vuote, una radio e tanto silenzio.

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