Un marchese da due soldi

Novella n°21 tratta dalla raccolta “Era il mio paese”


La mattinata era passata quasi con un po’ di rimpianto, ma il pensiero di una immensa estate alle porte già mi pervadeva l’animo: era arrivata l’ora tanto agognata.

Mentre tornavo a casa, mi concentravo quasi a distillare ben benino quei momenti, mi voltavo a destra e a sinistra, guardavo e memorizzavo ogni attimo di quel mio percorso, tutta la salita e la stanchezza erano improvvisamente assimilati a scenografia di un traguardo ormai raggiunto, l’ultimo giorno di scuola era appena finito.

Arrivato a casa non stavo più nella pelle, ero quasi agitato, non avevo fame, ma solo voglia di uscire per non iniziare già da subito a perdere tempo per divertirmi… non potevo permettermelo!

Quell’estate, però, le partitelle a calcio tra le vie polverose del nostro quartiere, interrotte dal via vai di muli e massaie e le gare a nascondino nei pagliai o nei sottani, erano d’improvviso divenute meno attraenti della nuova moda: la bicicletta.

La corsa all’acquisto dell’indispensabile mezzo era divenuta frenetica, io cercavo di istruirmi provando e riprovando quella di qualche generoso amico, nell’attesa di trovare il coraggio per chiedere a mio padre di comprarmela.

Chiedere qualcosa a mio padre era sempre per me impresa ardua, lui era sempre generoso e mi accontentava in tutto, ma io avevo dentro di me larghi rimorsi anche a elemosinare pochi soldi per il gelato perché avevo sotto gli occhi i grandi sacrifici che lui compiva ogni giorno per portare a casa un tozzo di pane.

Riparava scarpe dall’alba al tramonto senza tregua, infilato con le gambe sotto un banchetto antichissimo, incurante del freddo e del caldo, ma soprattutto di chi lo guardava spesso con atteggiamenti compassionevoli, e quando la mattina mi svegliavo lui era già a lavoro da un pezzo.

Lo raggiungevo, certo di trovare metà di quel panino che aveva risparmiato per la mia colazione e sapevo già che, dopo pochi minuti accanto a lui, lo avrei tradito per qualche amico che mi avrebbe indotto al gioco lasciandolo solo tra le sue scarpe e i suoi trincetti.

Abbandonarlo sino a mezzodì per una partita a palla con gli amici era forse normale per un bambino che aveva finito la scuola e quindi il suo lavoro, e io ero un bambino, ma anche da bambino non potevo sopportare tutto questo.

Una sera, quindi, mi decisi: quella bicicletta dovevo guadagnarmela! Dalla mattina dopo sarei rimasto ad aiutare mio padre, sacrificando il mio divertimento e i miei amici.

Quella notte mi coricai agguerrito e all’indomani raggiunsi mio padre al lavoro, mangiai il mio solito mezzo panino, ma stavolta rifiutai di andare con gli altri a giocare.

I miei amici si allontanarono meravigliati, mio padre non fece una grinza e mi convinsi che era questo quello che anche lui voleva.

Per qualche minuto cercai di rendermi utile eseguendo i suoi ordini, credendo inoltre di essere stato anche bravo a nascondere la mia frenetica voglia di andare con gli altri, sentivo i rimbalzi del pallone e le urla di divertimento, ma io dovevo resistere. Finché…

«Hai litigato con gli altri?» mi chiese mio padre.

«No!» risposi prontamente.

«E allora perché non vai a giocare a palla?»

«Preferisco aiutarti», risposi a denti stretti.

«Lo hai fatto! Adesso puoi andare con i tuoi amici.»

«Ma come, se sono qui da soli tre quarti d’ora!»

Mio padre sorrise, stupito da questa mia improvvisa smania di lavoro. Sapeva che ero solito temporeggiare nei momenti di bisogno.

«Ho capito, ti servono dei soldi.»

«No», risposi, sapendo di essere vicino al dunque.

«Dai, dimmi cosa ti serve», chiuse mio padre, bonario.

«Voglio comprarmi la bicicletta», dissi tutto d’un fiato e finalmente liberato.

«Cosa vuol dire comprarmi?»

«Che voglio pagarmela da solo!» ribadii, deciso.

«Bene, ottima idea… e con quali soldi?»

«Con i tuoi…»

«Lo sapevo.»

«Non hai capito. Volevo dire: con quelli che accumulerò lavorando come tuo garzone.»

«Ecco, ora ci siamo. Quindi hai deciso di farmi da aiutante e con la paga comprarti la bicicletta, dico bene?» questionò mio padre.

«Esatto! Ho calcolato che se mi dai duemila lire a mattina in un mese e venti giorni potrò comprarmi la bici che don Saro ha esposto in vetrina.»

«Sono contento per te», annuì mio padre, «ma posso solo darti mille lire a mattina.»

«Cosa? Ma non è giusto… sono troppo pochi… così la bici potrò comprarla solo a settembre, quando riinizierà la scuola, che me ne farei! E poi sono sempre tuo figlio, ricordi?»

«No, hai detto che vuoi essere il mio garzone e io ti pagherò da tale! Posso al massimo arrivare a mille e duecento lire», ribadì mio padre quasi divertito.

«Be’, facciamo almeno millesettecento lire», trattai io.

«Mille e cinque», rilanciò lui.

«Va bene, accetto!» conclusi.

Mi arresi, dunque. Calcolai che avrei passato due terzi delle mattine di quell’estate a lavorare con mio padre per pagarmi la bici, buttai l’occhio verso i miei amici sempre più divertiti e bastò poco a fiaccare i miei ultimi entusiasmi, ma ormai avevo concluso l’accordo, non potevo più tornare indietro!

Iniziai dunque il mio servizio assolutamente con malumore, ma certo di avere ancora forte dentro di me il desiderio di quella bicicletta, passai qualche ora avanti e indietro per il banchetto di mio padre a raccogliere chiodini o cuoio, poi mio padre mi spedì dalla signora del tabacchino a consegnare un paio di scarpe già riparate. Per me si presentava una bella prova, dovevo infatti passare davanti ai miei amici che non avrebbero esitato a sfottermi.

Non mi ero affatto sbagliato…

«Prima ci fermavamo al passaggio delle mule… adesso sei tu il mulo carico di scarpe…» disse qualcuno, ma io tirai diritto resistendo alla tentazione di saltargli addosso.

Arrivai alla meta e consegnai il lavoro alla vecchia tabaccaia.

«Ti ringrazio, gioia», mi disse radiosa, «mi hai risparmiato un bel tratto di strada, sai alla mia età è dura muoversi.»

Mi rivoltai e feci per tornare indietro quando la vecchia mi fermò: «Aspetta! Questi sono per te».

Mentre parlava estrasse dal cassetto due monete da duecento lire e me li mise in mano, la ringraziai meravigliato e scappai via.

Improvvisamente ero stato illuminato, quel semplice servizio mi aveva fruttato quanto un’ora di lavoro! Considerai l’idea di recapitare personalmente io le scarpe ai clienti in modo da poter ricavare qualche mancia, l’attesa per la bici poteva essere ulteriormente diminuita!

Raccontai tutto a mio padre che mi accolse con un sorriso di approvazione, aspettai qualche minuto affinché finisse un lavoro e recapitai un altro paio e poi un altro ancora.

A mezzodì tornai a casa col borsello pieno di monete, frutto delle mance guadagnate.

«Ecco…» esordì mio padre. «Questa è la tua paga.»

Estrasse dalla tasca due banconote da mille lire e me le porse.

«Ma avevamo accordato mille e cinquecento lire», gli dissi, sorpreso.

«Sì… è vero, ma hai lavorato bene per essere il tuo primo giorno e questa è la mia mancia.»

Alla fine della giornata avevo racimolato quasi cinquemila lire, non credevo ai miei occhi, la bici era sempre lì ad attendermi, sempre più vicina.

All’indomani le cose andarono pure meglio e convinsi la mamma a farmi un bel grembiulino da lavoro in modo da sembrare un perfetto apprendista quando stavo vicino al banchetto di mio padre.

Dopo dieci giorni avevo fatto già parecchia fortuna ed ero quasi a metà dell’opera, ma mi accorsi che questa era la cosa che mi interessava di meno.

Accanto a mio padre o in giro per il quartiere a recapitare i lavori ultimati avevo imparato molte cose che forse giocando a palla non avrei mai appreso.

Capii che da quell’acre odore di colla o da quella vernice impregnante mio padre traeva il pane quotidiano che ci nutriva e se già questo io lo sapevo era anche vero che soltanto in quel momento potevo capire appieno quanto grande fosse il suo sacrificio per noi.

Pian piano iniziai inoltre ad apprezzare anche gli attrezzi del mestiere: la rotella in pietra levigatrice per affilare i coltelli, quella con la carta vetrata per irruvidire la gomma e renderla più incline a fissarsi con la suola, i trincetti, le diverse tenaglie, i chiodini anch’essi diversi, la cera per rinforzare lo spago, le lesine a punta e quella con la cruna per far trapassare lo spago quando si cucivano gli scarponi dei pastori, e poi la rotella per raddoppiare lo spago, le forme in ferro che si posavano perfettamente sulle gambe per aver sotto mano la scarpa e lavorarla con facilità e poi lui, mio padre, ossia l’arte, la perfezione, la grandezza di ogni movimento, la precisione, l’accuratezza e il suono del suo martello a fissare nel mio animo l’immensità di una parola: l’umiltà. Avevo perfino convinto i miei amici, che al meriggio, quando mi riavevano al gioco, non mi sfottevano più, ma erano divenuti quasi più riguardosi nei miei confronti.

Quel giorno mio padre mi propose un’invitante commissione.

Dovevo portare le scarpe riparate al marchese Minchiolo che aveva un palazzo in piazza.

La sola idea di entrare in quella casa mi eccitava, durante le feste avevo più volte gettato lo sguardo su per i balconi ed ero rimasto ammaliato dagli stupendi soffitti dipinti che la casa illuminata a festa faceva particolarmente risaltare.

Il marchese lo vedevo ogni tanto, era un uomo grandemente distinto, sempre in doppio petto e con le scarpe passate a lustro, non girava accompagnato da villani ma solo da gran signori come lui o abbraccettato con la moglie anche lei perennemente stuccata a fresco ma, nonostante gli artifici, capace solo a rendersi più vecchia di quello che era.

Lasciava sempre il gran portone di casa aperto in modo da far vedere alla piazza lo stemma araldico che campeggiava sulla parete antistante l’ingresso perché, appunto, tutti dovevano sapere che lui era un gran signore e che era di “sangue blu”.

Forse, effettivamente, qualcuno dei suoi avi era stato davvero un gran cavaliere che aveva combattuto in furiose battaglie. Lui, invece, le uniche grandi dispute che doveva combattere quotidianamente erano quelle con gli importuni maleducati pisciatori che avevano eletto la vanella alle spalle del suo palazzo come luogo ideale dove depositare i fisiologici bisogni.

Il marchese combatteva quindi da eroe la sua improba guerra contro un esercito di incontinenti con le “spade” in mano a colpi di secchiate d’acqua e umilianti e spropositati rimproveri, così difendeva in ogni dove le immense virtù sue e del suo casato contro i villani profanatori.

Partii subito a eseguire la commissione. Il tragitto si spostava fino alla piazza e quindi ben più fuori del quartiere, ma ciò non mi interessava, la prospettiva di una lauta ricompensa era troppo invitante.

Arrivai al gran portone come sempre spalancato e lo attraversai per salire la bella scala interna che subito mi portò al cospetto del marchese Minchiolo, il quale prima rimase colpito alla mia vista, ma poi, flettendo lo sguardo verso la borsa con le scarpe, comprese subito.

«Ti ringrazio, giovinotto, tu sei il figlio dello scarparello, vero? Mi aveva detto che ti avrebbe mandato a riportarmi le scarpe.»

Annuii, gli porsi il lavoro fatto e attesi.

Lui studiò le riparazioni e…

«Bene, ottimo lavoro. Quanto devo a tuo padre?»

«Tremila lire.»

Estrasse dalla tasca del suo bel vestito tre carte da mille lire e me le porse.

«Aspetta», mi disse. «Ecco un altro paio da riparare, sempre con lo stesso problema alle suole… puoi andare adesso… anzi…»

Frugò ancora un po’ nella tasca.

«Ecco, questa moneta è per te.»

Riempì la mia mano con una moneta da cinquanta lire di cui io negavo anche l’esistenza e se n’andò chiudendo dietro di sé il portale, senza nemmeno sentire il mio grazie.

Rimasi allibito e immobile per qualche secondo, era come se qualcosa nel mio inconscio aveva previsto tutto questo, presi la borsetta con il nuovo lavoro e imboccai una amarissima via del ritorno che divorai con rabbia.

Arrivai da mio padre, gli diedi i soldi e il nuovo paio di scarpe da riparare prima di parlargli dell’accaduto.

«Eppure tu mi avevi detto che era un marchese!» gli ricordai.

«Essere marchese non vuol dire essere generoso… anzi, come hai visto in questi giorni a volte le persone che hanno meno sono quelle che danno di più.»

Tornai a casa per il pranzo portando con me quella lezione, ma non fui il solo. Mentre mi spostavo dalla mia camera alla cucina sentii mio padre dialogare con la mamma dell’accaduto.

«Hai capito quel marchese da due soldi… mi ha chiesto di mandargli le scarpe riparate con qualcuno e me ne ha pure mandato un altro paio risparmiandosi un’altra passeggiata, e alla fine gli ha dato solo cinquanta lire… che miserabile! Meriterebbe ch’io gli facessi pagare doppio lavoro!»

Capii dunque da quelle parole che la mia delusione era ben confortata e pensai un modo per ovviare alla corta manina del Minchiolo, dovevo infatti riportargli l’altro paio di scarpe che era già stato riparato, ma spararmi su e giù mezzo paese per cinquanta lire era troppo.

Seguendo le parole di mio padre escogitai un modo semplice ma rischioso, decisi infatti di aumentare di cinquecento lire il prezzo del lavoro svolto in modo da poterci ricavare la mia mancia, ma temevo che il marchese si ricordasse di aver pagato, per lo stesso lavoro, solo tremila lire la volta precedente.

Dovevo rischiare e fra l’altro sentivo di non fare una cosa tanto sbagliata.

Non dissi niente però a mio padre: lui, onesto com’era, me lo avrebbe di certo vietato. Presi la borsa con le scarpe e partii alla volta della piazza.

Come qualche giorno prima, il marchese mi accolse col suo atteggiamento distaccato, ma stavolta ero ben pronto a sistemarlo per bene.

«Bene, signor marchese, il lavoro le è costato tremila… e cinquecento lire.»

«Mmh!» esitò il marchese in riflessione. «Ma l’altra volta credo di aver pagato solo tremila lire.»

«No!» replicai già preparato a quella risposta del tirchio. «Mi permetta di ricordare a sua eccellenza che l’altra volta ha pagato quattromila lire.»

«E allora, adesso, perché per lo stesso lavoro il prezzo è sceso a tremilacinquecento?»

«Sa, mio padre ha pensato bene di fare a vossignoria un piccolo sconto visto che è un cliente fisso.»

«Ah! Capisco, bravo giovinotto, ringrazia tuo padre e stavolta ti darò cento lire! Il doppio dell’altra volta!»

Le famose cinquanta lire di mancia il marchese però se le ricordava bene!

Giunsi da mio padre che subito mi chiese come era andata stavolta, gli raccontai il mio intrallazzo e lui: «Non dovevi farlo! Non è con l’inganno che si guadagnano i soldi per la bicicletta, nessuno è tenuto a darti la mancia! Ti pago io e ciò deve bastarti!».

Quel rimprovero, però, non sembrava tanto convinto come altre volte, anzi mi era sembrato più che altro come se fosse stato un atto dovuto, il volto di mio padre non si era alterato poi così tanto.

Dopo un attimo di silenzio ricominciò: «Ma dimmi, come ha fatto il marchese a non accorgersi della tua burla?».

«Gli ho detto che l’altra volta aveva pagato quattromila lire e che stavolta tu avevi deciso di fargli uno sconto», risposi timidamente.

«Sarà stata la tua innocenza a convincerlo, tirchio com’è non è facile cavargli una lira!»

«E mi ha pure dato il doppio della mancia stavolta!»

«No! Non mi dire che si è rovinato fino a darti cento lire?» chiese mio padre sempre più divertito.

«Eh sì, stavolta si è proprio rovinato!»

Chiudemmo entrambi con una bella risata e, anche se il mio gesto non era stato “onesto”, mio padre alla fine lo aveva approvato, forse in realtà io avevo fatto quello che la sua troppa lealtà da tempo gli aveva impedito di fare.

Passò un’altra settimana e finalmente riuscii a racimolare la bella somma di ottantacinquemila lire per la bicicletta, i miei sforzi erano ormai prossimi a essere premiati.

Quella mattina decisi dunque di andare a realizzare il mio sogno per poi arrivare da mio padre sfrecciante sulla mia bella Atala venti rossa.

Salutai la mamma, imbroccai sotto l’ascella il mio bel cofanetto riempito a carte da mille lire e partii subito per la bottega di don Saro.

Quando arrivai nelle vicinanze fui subito fulminato da una terribile visione, anzi da una non visione: la bici, quella bella Atala venti rossa che per tutto il mese aveva campeggiato in vetrina, ora non c’era più.

«Don Saro», chiesi turbato alquanto, «dov’è la Atala venti rossa che era in vetrina? Io, io ho qui i soldi per comperarla!»

«Mi dispiace ma l’ho venduta soltanto qualche attimo fa a un signore che la voleva per suo figlio e le altre mi arrivano a settembre.»

«Come a settembre! L’estate finisce, che me ne faccio della bici a settembre, ho la scuola poi.»

«Non posso farci nulla, sei arrivato troppo tardi.»

Uscii dalla bottega con le lacrime agli occhi e andai da mio padre, volevo sfogarmi lavorando.

Lui notò subito il mio turbamento.

«Che hai?» mi chiese.

«Don Saro ha venduto la mia bicicletta, stamattina.»

«Proprio stamattina… che malasorte…»

«Puoi dirlo forte.»

«Be’, vedremo di trovarla altrove.»

«Io volevo quella.»

«Comunque i soldi ti rimangono, hai finito di lavorare e puoi divertirti adesso.»

«Sì, ma oggi ti aiuto ancora un po’… vedo che hai molto lavoro da fare. Alla fine sono più contento stando qui con te.»

«Non ti preoccupare per il lavoro, ho solo un servizietto da chiederti. Vai a prendermi la lastra di cuoio da tre millimetri in cantina.»

Scesi in cantina dove era custodito il materiale e…

«La bicicletta!» urlai. «Non ci credo… è proprio quella!»

Mio padre aveva comprato la bicicletta per me, sì, proprio quella che era in vetrina da don Saro… l’Atala venti rossa.

«Papà, allora sei stato tu a comperarla… ecco…» Presi il cofanetto e glielo porsi. «Puoi contarli, sono esattamente ottantacinquemila lire.»

«Puoi tenerli», mi disse. «Te li sei guadagnati!»

«E la bicicletta?» chiesi stupito.

«Ti sei guadagnato pure quella.»

Mi saettai verso i miei amici che, come sempre, giocavano a palla, mi infilai tra di loro come un razzo, rimasero tutti stupiti e iniziarono a inseguirmi chiedendomi di fargli provare il mio missile.

Io, il più povero, avevo adesso quello che tutti gli altri non avevano, frutto del mio lavoro.

Quei venti giorni alla corte di mio padre mi avevano fatto nobile più di quel marchese che da una vita millantava quel titolo. Io, il più povero, adesso mi ero arricchito di una grande virtù: il lavoro.

Guardavo i miei amici andare sulla mia bici e mi sentivo ancora più felice per la consapevolezza di dare a loro un po’ di quella mia gioia. Ora potevo giocare a palla, ora tutti avevano capito la mia assenza per quelle venti mattine, ora tutti mi rispettavano di più.

Io, il più povero fra di loro, ero improvvisamente divenuto il più ricco e volavo su e giù per il quartiere Pilieri con la mia bella bici Atala venti rossa.

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