MORTE A TRUNGALI

Don Pietro la voleva. Era una donna bellissima la figlia del massaro Cola. Ma, appunto, era la figlia del massaro, del suo uomo fidato, di quello che gli teneva la terra in ordine e governava gli armenti. Lillina era candida come il latte ma aveva i capelli corvini e gli occhi di smeraldo e il vecchio “barone” se ne era innamorato, era piccola, vergine e innocente, mai avrebbe ceduto alle lusinghe del maturo signore e lui ardeva dentro e si consumava di passione. La tarda moglie lo teneva a freno col suo fare assillante, con la sue manie da governante e quando capitava che rimbrottava Lillina per un angolo di polvere o per una tovaglia piegata male, ecco che il sangue focoso di don Pietro gli gonfiava le vene del collo…ahi quanto si sentiva inutile non potendo difenderla! Quelle erano cose da femmina, se si fosse intromesso avrebbe svelato la sua debolezza, come poteva infatti un barone prendere le difese di una fanciulla serva a spese della nobilmoglie!

La domenica si faceva preparare il vestito di velluto, si faceva lustrare le scarpe a lucido, sceglieva il cappello della festa e s’imbracciava la moglie per andare in chiesa alla Matrice. Il padrone era un uomo di fede, temeva Dio ed aveva l’ossessione del peccato. Si sapeva in paese di più di un suo pari che aveva preso con forza quello che desiderava, la povertà a volte era tanto stringente da costringere qualche povero contadino a cedere l’onore della propria moglie e della propria figlia, d’altronde, la povertà uccideva, il disonore no. Questa tentazione don Pietro la confessava ogni domenica a Dio, se ne vergognava, ma bastava gettare gli occhi su Lillina in fondo alla chiesa per dimenticarsi di quel Padrenostro d’incenso a scapito di quel diavolo di femmina, viva, fiammante, di carne. Sapeva che il massaro Cola non era tanto affamato da sopportare il disonore pur di mangiare, sapeva che il suo uomo era orgoglioso e tosto, se avesse solo cercato di disonorare Lillina il massaro non c’avrebbe pensato su due volte a scannarlo con le proprie mani senza alcun timore d’essere impiccato. No!, in quel modo di certo non si poteva avere Lillina e dunque il barone ardeva in silenzio, si consumava. Era poi tanto docile ed innocente quella creatura, tanto pudica, quale diavolo lo avrebbe perseguitato all’inferno se avesse osato alzare le mani su di lei, quale meritato castigo lo avrebbe atteso tra le fiamme eterne! La seguiva con la scusa del noccioleto o dei gelsi fino all’acqua di Trungali, sotto il monte di Rafa, dove le donne lavavano i panni e dove egli possedeva la terra curata dal massaro Cola. S’incamminava tra le piante verso la sommità del monte e poi, nascosto dagli occhi dei villani, la guardava lavare e rilavare le camicie del padre lorde di terra e di sudore. La spogliava con gli occhi, se la mangiava, poi rinsellava il mulo e tornava al paese lasciando a Trungali il suo fuoco ed il suo cuore.

Un giorno Lillina si fidanzò, a casa di massaro Cola si era presentato Iano di Sceti, l’aveva adocchiata alla festa di S. Sebastiano a Gennaio e se ne era innamorato subito. A Lillina Iano non dispiaceva, era di bell’aspetto, fulvo e con gli occhi azzurri come il ghiaccio e a massaro Cola dispiaceva ancora meno visto che aveva trentasei vacche, quattro porci e una discreta tenuta di ulivi. Ogni settimana Iano passava a trovarla, il matrimonio si sarebbe fatto ma era ancora presto e quindi ai due giovani toccava scambiarsi qualche parola alla domenica dopo la messa delle Matrice e basta. Era stato proprio dopo una messa della domenica che don Pietro li aveva visti, aveva chiesto alla moglie che aveva confermato quella tresca. Guardando quel giovane pastore il barone ne invidiava non solo la fulgida gioventù ma anche l’aver conquistato Lillina, si rodeva nel pensare a quando le mani di Iano, già scavate dalla pastorizia avrebbero solcato come un aratro la chioma corvina della giovine per poi ricadere sul petto già da donna perfetto e sinuoso. Impazziva! Don Pietro impazziva sempre di più, lui nobile, ricco avrebbe bellamente scambiato tutti i suoi averi, tutto il suo blasone per una notte con Lillina ma era uno scambio impossibile, ardeva e si consumava pensando che un sudicio pastore l’avrebbe avuta per tutta la vita dopo uno sguardo furtivo ad una festa di paese e lui l’aveva vista crescere in casa, serva e non aveva mai potuto avvicinarla. Continuò a seguirla alla fontana, fra poco Lillina si sarebbe sposata e se ne sarebbe andata e forse le pene del barone sarebbero cessate, “ un fuoco senza legna si spegne”, aveva pensato ma voleva ancora godere di quegli ultimi istanti furtivi in cui poteva mirarla indisturbato legarsi i capelli, lavarsi le cosce, rinfrescarsi il collo lasciando che l’acqua fresca della sorgente scendesse nascosta tra i seni .

Quel pomeriggio quindi la seguì, la giornata era torrida, mancava l’aria ed il barone già pregustava uno spettacolo senza precedenti ma fu anticipato da una sconcertante visione. Iano e Lillina si erano dati appuntamento alla sorgente per poi spostarsi tra le frasche. Nessuno sapeva che il giovane sarebbe sceso dai monti quel pomeriggio, né il massaro Cola, né donna Pina la moglie, nessuno tranne Lillina ovviamente. Era chiaro che si erano accordati per quell’incontro furtivo, “chissà quante altre volte lo avranno fatto!” pensò don Pietro che montò di rabbia. Si sentiva tradito, lui desiderava Lillina ma l’aveva sempre rispettata ed ora cosa vedevano i suoi occhi, non era ne più e ne meno che una donnicciola come tante che tolta la pudica maschera della contadinella sottomessa e santa cedeva alle lusinghe del piacere. Quando Iano sparì tra i noccioleti don Pietro trasalì dalla rabbia e comparve alla sorgente sorprendendo di spalle Lillina intenta a risistemare le nere ciocche.

  • Mi avete spaventata signor barone!- disse la giovine con un sobbalzo
  • E tu lo hai fatto ancora prima…- rispose
  • Non capisco che intendete?- proferì la giovane sorpresa
  • Ti ho visto con Iano, così tradisci la fiducia della tua famiglia…che dirà massaro Cola se saprà di avere una figlia disonorata come te !?-

Lillina capì che don Pietro l’aveva scoperta, se il barone avesse raccontato tutto al padre, l’avrebbe fatto morire d’infarto, non avrebbe più voluti vederla ed avrebbe maledetto la sua prole. Si gettò ai piedi del barone implorando pietà. Don Pietro, d’un tratto, si sentì di poter avere in quel pomeriggio quello che agognava da anni..

  • Alzati Lillina, allontaniamoci da qua, affinché nessuno noti il tuo turbamento

Con quella scusa indusse la giovane a seguirla fra i noccioleti. Fu in quegli istanti, facilitato anche dall’arrendevolezza della giovane colta in flagrante che don Pietro poté finalmente carpire il frutto del suo desiderio. Come un cacciatore che insegue per anni la cerva furba e scattante e poi, d’improvviso, un giorno la trova incastrata tra i rovi pronta al sacrificio così adesso la giovinetta che le aveva turbato il sonno per quegli anni era là, docile, indifesa, colpevole e quindi arrendevole alla sua volontà. Eppure Lillina, si era sempre fidata del padrone, lo aveva creduto un benefattore, lo aveva dunque seguito tra i noccioleti convinta che volesse proteggerla. Quell’aria bonaria che aveva sempre mostrato così diversa dall’arroganza della moglie, quell’aspetto gentile, quel fare signorile avevano fatto accrescere il lei la convinzione che don Pietro fosse quasi un secondo padre, un protettore ma quando, tra i noccioleti, se lo ritrovò avvinghiato addosso tutta quella favola svanì e si ribellò. Comincio a dimenarsi ed urlare mentre il barone con una mano cercava di tappargli la bocca e con l’altra le slacciava la camicetta, poi con un movimento repentino la giovine riuscì a dimenarsi e con un colpo di ginocchio riuscì a colpire l’uomo nelle parti basse. Si rialzò e cerco di scappare ma don Pietro ormai fuori di se ‘afferrò dal vestito frenandone l’impeto, quindi si ridestò dal colpo subito e si mise ad inseguirla. La strada verso le case era un discesa e Lillina si diede ad una fuga disperata ma ecco che a pochi passi ormai dalla casa padronale si voltò un attimo a cercare il suo assalitore non avvedendosi di un sobbalzo che le fece perdere l’appoggio facendola cadere di schiena, poi il silenzio. Don Pietro, affannato ed ansimante improvvisamente perse il rumore dei passi veloci tra le frasche della boscaglia, si sentivano ora solo gli uccellini cinguettare o qualche voce di vento. Si fermò, si girò e si rigirò a cercare la camicetta bianca di Lillina ma nulla. Si diresse dunque verso la tenuta, ancora silenzio, poi, d’improvviso il suo cuore pazzo si fermò. Lillina era lì per terra, immobile, dal petto squarciato usciva il tronco di un noccioleto, il sangue ormai aveva coperto di porpora la bianca camicetta, i capelli della giovane sciolti e confusi gli coprivano il volto esanime, solo i suoi occhi di smeraldo spalancati e terribili facendosi strada tra le ciocche corvine ora fissavano il barone. Lillina c’era, ma era morta. Don Pietro rimase attonito ed incredulo, ci volle un po’ prima che realizzasse quanto accaduto. Durante la precipitosa fuga la giovane, voltandosi d’improvviso, non aveva visto l’avvallo di cinque sei piedi che si stava aprendo davanti a lei ed era caduta a peso morto di schiena finendo infilzata dal tronco di un noccioleto tagliato da qualche giorno, aguzzo come freccia e spesso quanto un polso. Di solito dopo il taglio gli alberi venivano sradicati con la zappa, magari all’indomani o dopo qualche giorno e quel ritardo era stato fatale. Il tronco, rimasto li come una lancia piantata per terra le aveva infilzato la schiena trapassando poi il cuore ed in pochi istanti metà del suo sangue era scorso via a fiotti lasciando quel macabro spettacolo di morte. Il barone crollò a terra, poi si ridestò, si guardò attorno, silenzio, nessuno lo aveva visto, in pochi istanti andò a riprendere il mulo, si sistemò le vesti, ripulì gli stivali insanguinati e partì versò la piazza. Lì prese i suo posto tra i nobili e aspettò il tramonto. Sudava, era agitato, pensava fra se’ – No! Non può essere successo! – , cercava di distrarsi, parlava con qualcuno senza ascoltare, poi il clangore proveniente dalle campagne investì la piazza come un fiume in piena. Avevano trovato Lillina in un lago di sangue! Il barone risalì sul mulo e si diresse verso la tenuta. Per strada superava i curiosi che correvano verso Trungali e arrivato a pochi passi dalla proprietà fu costretto a proseguire a piedi, tanto la folla e le grida avevano innervosito la bestia! Legò l’animale ad una nocera e proseguì a piedi. Si fece largo tra la folla….Il massaro Cola teneva la ‘gna Pina stretta a se, la povera donna aveva il cuore squarciato come quello della figlia, gridava, si dimenava, non si dava pace. La loro unica pargoletta, a pochi mesi da un buon matrimonio ora giaceva là, fredda. Il barone scacciò subito la calca dei curiosi, e scorse così Capucalorio, il suo campiere fidato. Capucalorio era stato per anni un semplice contadino ma si era distinto comunque per onestà e dedizione. Il barone che queste cose le notava, lo aveva fatto campiere e anche in quel ruolo aveva mantenuto la sua fama dimostrando anche di saper usare il pugno duro quando era necessario. Da ciò era stato inciuliato “Capucalorio” semplicemente unendo il nome (Calorio appunto) e la qualifica che aveva acquistato.

Il barone lo prese in disparte e gli chiese qualche notizia. Ovviamente egli cercava più pace per lui che giustizia per Lillina e fu confortato dalle parole dell’uomo:

  • Barone, qui nessuno ha visto niente – inizio l’uomo con aria innocente e sincera- Lillina l’ha trovata Peppa di Nardo, andava a lavare alla sorgente, voleva riposarsi al fresco e…….
  • Ho capito Capucalorio ma tu ti sei fatto un idea, fra poco qui sarà pieno di spagnoli che faranno domande, chiederanno spiegazioni, magari fermano la raccolta per qualche giorno….
  • E perché?…si vede che è stata una malasorte..-

Queste parole in un baleno restituirono la tranquillità al barone che non si fece sfuggire l‘occasione propizia. Sapeva benissimo che l’opinione di Capucalorio valeva come una sentenza per i contadini della terra e che avrebbe orientato la ricostruzione del misfatto…

  • Allora tu che pensi…?
  • Purtroppo la terra era dura, il tronco tagliato non è stato sradicato in attesa o di qualche pioggia o di un paio di braccia in più ed è rimasto impalato là. Può succedere vossignoria!…
  • E quindi…-
  • Lillina correva a ruzzolare e non si è accorta dello sbalzo e si è trafitta come la vede lei ora..-
  • Mmmmm….Madunnuzza ma proprio così si è trapassata?
  • L’ha visto il tronco?….E’ un coltello di legno verde piantato in terra!-
  • Malasorte…povera Lillina! Si doveva pure maritare!-
  • Malasorte si!….. e scanto!-
  • Scanto?..perché- chiese il barone paurosamente incuriosito.
  • I villani dicono che c’è uno spirito vicino alla sorgente, quando si avvicinano all’acqua sentono il vento che soffia più forte dalla montagna e la notte poi….
  • La notte poi…- incalzò curioso il barone
  • La notte vedono una luce strana, come di un fuoco accesso. Dicono che è lo spirito che si costerna perché gli rubiamo l’acqua…
  • Gli rubiamo l’acqua che esce dalla terra?…Ma tu credi a ‘sti babbarie Capucalorio?
  • No vossignoria. Ma…. –

Capucalorio rivolse lo sguardo alla povera Lillina, la camicetta bianca ora era stizzata di sangue, le macchie erano così regolari che sembravano ricami. Pochi istanti ed arrivo il commissario del viceré, si avvicinò al barone che non perse tempo a ricalcare in pieno la versione di Capucalorio senza però ne scanti e ne spiriti, solo un’amara fatalità aveva portato alla tragedia, solo una malasorte. Il commissario non poteva certo perdere tempo con la figlia di un massaro, aveva la parola del barone e tanto poteva bastare. Fece solo un sopralluogo alla sorgente ma ovviamente non trovò nulla di interessante e come poteva d’altronde? Lillina c’era andata per incontrare Iano, senza panni da lavare ne brocche da riempire. In realtà il commissario si era chiesto come mai la giovine, anziché seguire il sentiero per tornare a valle, si era avventurata tra i noccioleti e l’alta boscaglia complicandosi la vita, se avesse trovato una cesta o delle brocche abbandonate magari qualcosa di anomalo era successo ma così…che pensare se non alla semplice disgrazia. Quindi per l’ufficiale Lillina era inciampata mentre correva a valle tra la boscaglia, forse non si era accorta di quel maledetto dislivello di pochi piedi ma tanto era bastato a farle perdere l’equilibrio ed a farla schiantare di schiena contro il tronchetto acuminato tagliato di fresco che l’aveva trapassata mortalmente. Per le autorità spagnole il caso era chiuso.

Quella stessa sera il barone non dormì. Sentiva caldo, un caldo che soffocava e che faceva mancare l’aria ma a tenerlo sveglio erano altri pensieri. Pensava e ripensava a quegli istanti di fatalità, alla sua follia, al terrore negli occhi di Lillina prima ed alla morte poi. Ovviamente non si sentiva al sicuro, certo era sempre il barone, il padrone, quello che sfamava la miseria di quei contadini ma se qualcuno, solo qualcuno lo aveva visto, beh le cose sarebbero cambiate assai. Non temeva la giustizia degli spagnoli ma quella di massaro Cola, Lillina era la sua unica figlia e se avesse saputo lo avrebbe scannato con le sue mani come scannava i porci sotto Natale. Passarono le settimane, la vita del paese e della terra tornò alla normalità ma quella camicia bianca stizzata di sangue tormentava don Pietro notte e giorno. Andò a Palermo per l’adunata nobiliare prima della convocazione triennale. Verso sera, poco dopo il tramonto lasciò in gran segreto la residenza che lo ospitava, si vesti con gli abiti di un villano, in modo da passare inosservato e salì in penitenza verso il monte Pellegrino. Da poco più d’una decina di lustri lì era stato eretto un piccolo santuario in onore della Santuzza ritrovata e lì il barone cercava perdono e consolazione. La notte era illuminata di torce e di preghiera ed in un angolo della grotta don Pietro si lasciò lavare dalle gocce sante che trasudavano dall’alto tetto. Poi si armò di coraggio e si inginocchiò in un confessionale, era giunta l’ora di riconoscere il proprio peccato. Tornato al chiarore dell’aurora a palazzo si mise a riposare e per la prima volta dopo tante notti insonni riuscì a dormire. Le dispute palermitane, come sempre, non portarono grandi frutti ma nemmeno troppi problemi al suo potere sulle terre e sugli uomini, tornò in paese, dopo una settimana radunò tutti gli uomini alle dipendenze sotto il casale della tenuta, aveva bisogno del loro aiuto per una opera di carità e devozione.

  • Voglio costruire una chiesa. Qui, dov’è la povera Lillina è stata strappata alla sua giovane vita, noi pregheremo Iddio per la sua anima già pura…e per le nostre.

In realtà il barone cercava più preghiere per la sua anima che per quella di Lillina. Quella sarebbe stata la sua penitenza, impegnarsi nella costruzione di una chiesa per espiare la colpa, il peccato grave dell’aver causato la tragedia a causa della sua morbosa attrazione per la giovane. Chiese dunque ad ognuno dei contadini di impegnarsi nell’opera prestando un po’ di lavoro gratuito, garantendo, al contempo, maggiore tolleranza nello svolgimento delle altre corvée. La gente apprezzò l’idea del padrone, tanto era ancora forte l’emozione per quanto successo, e tutti si misero a disposizione, chi per lo scavo, chi per le masserizie, chi per gli ornamenti ed i tessuti sacri.

Ma fu proprio dopo l’inizio dei lavori che gli incubi tornarono ad assalire il barone. Durante il giorno aveva assistito ai lavori di scavo per le fondamenta. Fin dall’alba i contadini armati di zappa presero a vangare la terra ma nel tardo meriggio l’opera si fermò d’improvviso a causa di un poderoso acquazzone che aveva allagato per metà il fossato. Così, nella notte, don Pietro si svegliò madido di sudore dopo aver immaginato la fossa piena di sangue e lui stesso trascinato verso il fondo come ingoiato da una forza oscura. Lillina tornava ad invadere le sue notti in cerca di giustizia, non di una chiesa.

Ma gli oscuri presagi erano appena cominciati. I nobili del paese regalarono alla nuova chiesetta un quadro, il pittore, pur ignaro di quanto era successo, scelse come soggetto il martirio di Sant’Agata. Una vergine santa, giovane e bella e prematuramente strappata alla vita, un po’ come Lillina. Certo mai il giovin pittore poteva pensare al turbamento che avrebbe arrecato la sua opera!. Non tanto per quel piccolo seno nudo della Santa ma tanto per la incredibile somiglianza con Lillina. La pelle bianchissima, le labbra belle e rosse. E da quelle labbra sgorgò paura e terrore. Non appena collocato il quadro a destra dell’altare maggiore le labbra iniziarono a sanguinare. Dissero che il colore delle labbra era stato fatto con una miscela particolarmente sensibile al caldo e che si scioglieva troppo facilmente, altri pensarono ad un orrendo presagio ma ne fu conseguenza che per tutta l’estate il quadro rimase steso su un lato della parete perché “sanguinava” e mai più fu allocato nella sua posizione iniziale. Nel settembre dello stesso anno Ture Ferraio, il fabbro che si era occupato dei lavori e delle decorazioni in ferro battuto chiese al barone di posizionare lui stesso la croce sul piccolo campanile della facciata. Il barone acconsentì, il cielo si era fatto minaccioso e come succede spesso a fine estate, scoppiò un violento temporale. Ma Ture Ferraio ormai era in cima e voleva con quel gesto ultimare la sua opera di devozione piantando la croce che egli stesso aveva battuto a colpi di tenaglia e martello. Era un intarsio semplice con solo dei piccoli intrecci alla fine di ogni braccio e abbellita da tre raggi per ogni quadrante. Fu colpito da un fulmine e stramazzò al suolo, morto. La gente cominciò a mormorare, quella chiesa aveva la maledizione, lo “scanto” di cui aveva parlato Capucalorio cresceva sempre di più, ora anche la sorgente non dava più acqua. Forse era solo perché l’estate si era presentata torrida; capitava, capitava spesso che le vene d’acqua inaridissero in attesa di nuove piogge. Ma in quel lugubre clima di paura si sparse la voce che era stato lo spirito di Trungali a togliere l’acqua che i villani rubavano alla sua montagna. Era lo stesso spirito che aveva spaventato Lillina causandone l’incidente, era lo stesso spirito che aveva ammazzato Ture Ferraio e che quella chiesa lì non la voleva. Il barone non era come Capucalorio, non credeva alle dicerie né alla malasorte ma sapeva che la morte della giovane pesava sulla sua coscienza come un macigno e quei tristi presagi avevano minato il suo già labile equilibrio. Era terrorizzato, ormai da mesi non dormiva più e così quella notte decise di affrontare i suoi fantasmi.

 

Così quella sera si alzò dal letto, prese una torcia e salì verso la tenuta, voleva entrare in chiesa e bruciare quel quadro maledetto, l’aria era frustata da uno scirocco caldo che ululava minaccioso tra i noccioleti. Ma il barone ormai era fuori di sé, entrò in chiesa con la torcia in mano, posò la brocca con l’olio che aveva portato come combustibile su un banco e si spostò in direzione dell’altare. Scoperchiò il lenzuolo di lino che copriva la tela del martirio di S. Agata ma ecco che mentre era pronto ad incendiarlo, una folata di vento fece sbattere fragorosamente il portone. Si voltò di scatto ed ebbe una incredibile visione, trasalì…sui muri coperti di calce bianca erano apparse delle piccole croci rosse, come dei piccoli fiori purpurei e subito la sua mente andò alla bianca camicetta di Lillina, alle stizze di sangue che sembravano ricami. Quella terribile immagine ora si era impressa sul muro candido della sua chiesa, si voltò a destra ed a sinistra, cercò di strappare con le unghia quei segni, gridava dal dolore e dalla rabbia ma non ci riusciva, quelle croci di sangue non si cancellavano, indietreggiò scompostamente all’indietro senza avvedersi dei banchi, inciampò rovesciando la brocca dell’olio che a contatto con la torcia divampò subitaneamente avvolgendolo in una famelica pira di fuoco.

Don Pietro avvolto dalle fiamme cercò salvezza all’esterno ma la gebbia della tenuta era secca, si rotolò per un po’ tra i noccioleti ma la sterpaglia secca provocò altre fiamme che assalirono gli arbusti, poi le piante. Il bagliore del fuoco in poco tempo svegliò i contadini che intervennero quando ormai metà tenuta era divorata dalle fiamme. Dopo tre giorni e tre notti di dura lotta l’incendio di Trungali venne domato anche perché al terzo giorno arrivò finalmente la pioggia. Quel che rimaneva di don Pietro il Barone fu trovato tra i tronchi di nocciolo carbonizzati, lo riconobbero solo grazie all’anello del casato mezzo combusto ma ancora legato al dito.

Arrivò di nuovo il commissario del vicerè, chiamo vicino a se Capucalorio.

  • Allora tu che pensi…?
  • Il fuoco è partito dalla chiesa….hanno trovato una brocca d’olio rotta e…
  • Ma che ci faceva il tuo padrone là dentro di notte?…
  • Eccellenza io questo non lo so, posso solo dire che dove ora c’è quella chiesa un anno fa c’era ‘na picciotta morta in malo modo e..
  • Capucalorio ancora cominci con la storia dello scanto, dello spirito e delle altre babbarie? Certo è anche vero che se il barone si fosse impazzito e s’era messo in testa di bruciare tutto avrebbe per primo incendiato la chiesa con quel quadro maledetto. Forse è solo un’altra disgrazia, d’altronde lui aveva voluto la chiesa per commemorare la memoria della povera Lillina.

Dopo due giorni di indagini (stavolta era morto un nobile) il commissario stilò il suo rapporto e lo inviò alle autorità, al vicerè in persona, al vescovo, alla congrega baronale. Si giunse alla conclusione che Don Pietro, devoto com’era, quella notte si era messo in testa di pregare e si era pure portata la scorta dell’olio per la torcia. Poi, forse, avvinto dal sonno era crollato urtando la brocca che era finita sulla torcia trasformandolo ahimè in una orrenda pira infuocata in pochi attimi. Aveva cercato di salvarsi buttandosi nella gebbia ma l’arida estate aveva seccato la vena d’acqua che la alimentava e dal povero barone il fuoco, spinto dallo scirocco, aveva ammantato tutto il noccioleto. L’abate ed i frati recitarono rosari e salmi tutta la notte, i contadini, cosparsero di fiori il passaggio del feretro nobiliare, l’Arciprete che aveva letto il dispaccio del commissario ultimò la sua accorata omelia dicendo:

  • Questa è una storia del Paradiso adesso-

Alla messa Capucalorio c’era, ma anche stavolta non si era fatto convinto. Andò a Trungali ed entrò nella chiesa, osservo per primo le pareti muri piene di quella strana decorazione che lui non ricordava, chi aveva impresso quelle piccole croci nel muro? Lui non se le ricordava prima dell’incendio, poi lo sguardo cadde sul quadro, era stato risparmiato dalle fiamme, solo il lenzuolo di lino era combusto. Vide Sant’Agata condotta al martirio con una aria strana, diversa. In effetti quel quadro ora sembrava cambiato. L’espressione della giovane vergine era serena e le labbra belle, rosse, accese…e non sanguinavano più. Prima di andarsene si inginocchiò, recitò una preghiera e disse guardando il quadro per un’ultima volta :

Riposa in pace Lillina, passato è lo scanto,…. questa è una storia dell’inferno adesso.

©Cristiano Parafioriti

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