Intramontabile classico, l’arte di Gennaro Di Leo

di Linda Lercari

NC: Oggi siamo lieti di ospitare Gennaro Di Leo, scrittore e regista. Salve, carissimo, prego accomodati. Ti faccio gli onori di casa da parte della rivista. Benvenuto.

GDL: Grazie, Linda. È un vero piacere. Siete voi i benvenuti in questa mia estate.

NC: Sei a tuo agio? Hai dato un'occhiata in giro? Che ne pensi della rivista? Puoi esprimerti liberamente. La nostra missione è combattere la cronaca nera con notizie d'arte. Una lotta del bello e del sublime contro l'assurda e violenta quotidianità. Sei dei nostri? Oltre alla scrittura e al teatro qual è la forma d'arte che ti appassiona?

GDL: Nobilissima missione, la vostra, quanto difficile e impegnativa. E non posso nasconderti che mi sento inadeguato ad esserne partecipe. Tuttavia penso che sia vietato abbassare la guardia e, dunque, provo ad essere dei vostri, con lo sguardo che – a quanto pare – ci accomuna: quello vergine e vigile di chi ha la fortuna di stupirsi ancora, dinanzi a un quadro vivo o ad un verso perfetto, sfogliando un romanzo ben scritto o applaudendo ad un monologo mozzafiato. Tutti stimoli che la vostra rivista offre, con rubriche interessanti e uno staff di appassionati.

NC: Gennaro Di Leo, formazione classica e insegnamento del classico. Le tue pubblicazioni vertono soprattutto su questi argomenti. Cosa ti rispecchia di più dei padri del teatro?

GDL: La parola “classico” riecheggia in maniera quasi ossessionante nella mia vita: liceo classico da studente, lettere classiche all’università, liceo classico da docente, teatro classico, grandi classici della letteratura tra i miei libri preferiti, musica classica come perfetto sottofondo ad una traduzione dal greco classico. Eppure, a dispetto di ciò che comunemente si associa al termine, come qualcosa di stantio, desueto e retrò, non c’è nulla di più moderno, attuale e lungimirante di un classico.

NC: E per quanto riguarda la letteratura? Quali sono le influenze maggiori che dall'antichità hai fatto tue? Hai riportato nella scrittura narrativa?

GDL: Siamo tutti null’altro che il portato degli incontri che facciamo nella nostra vita. Se tante sono le persone interessanti che hanno incrociato la mia, lasciandomi ognuna qualcosa di sé, lo stesso posso dire di libri ed autori, distanti nel tempo, ma vicinissimi per sensibilità. Ed è inevitabile che nelle mie vene scorrano strofe di Orazio, e non solo perché mio “conterroneo”, o cori di Sofocle, e non solo perché li ho letti più volte. Sono parole eterne, dell’uomo di allora come di un Gennaro di adesso. Sedimenti preziosi, sempreverdi.

NC: Hai insegnato per la terza età, puoi parlarci della tua esperienza? In cosa differisce rispetto a parlare a dei giovani? Quali sono le domande che ti vengono poste? E che tipo di curiosità hanno degli studenti maturi?

GDL: Sì, ho tenuto per diversi anni un corso di “Storia romana” e “Storiografia antica” presso un’università della terza età milanese. Un’esperienza stupenda. Mi capitava a volte di tenere al mattino una lezione ai ragazzi in classe e di dover ripetere la stessa il pomeriggio agli anziani. In realtà, non si è mai trattato di vera e propria ripetizione, e ciò innanzitutto per una diversa curiosità dei due uditori. Gli studenti più maturi, come li definisci, erano infatti visibilmente interessati alla storia millenaria di Roma nella consapevolezza di ricercare davvero, tramite quella indagine storica e storiografica, le loro origini e radicarle ancor più nella comune matrice della cultura occidentale; cosa che, in adolescenti, è chiaramente prematura e quindi più sfumata. D’altra parte, all’Unitré dovevo spesso fare i conti con reminiscenze sbiadite o nozioni discutibilmente acquisite in proprio, che invece gli studenti più giovani non hanno, pronti come sono ad essere indirizzati ed istruiti.

NC: Adesso saremmo curiosi di conoscere di più sulla tua esperienza come regista di testi classici. Sino a che punto hai dovuto adattarli? Cosa hai sacrificato e perché? Quanto si può attualizzare senza snaturare la bellezza degli originali?

GDL: È una sfida ogni volta impegnativa e stimolante il tentativo di dare anima ad un testo, che in classe rimane su carta, rendendolo vivo in un contesto come il nostro. In alcuni casi l’adattamento è necessario, perché alcun riferimenti storici o mitologici non sono di immediata fruizione; in altri, invece, il bello è proprio lasciare che questi riecheggino, a prescindere dal fatto che si recepiscano o meno. In ogni caso, dietro ad ogni copione, c’è sempre un lavoro di personale riscrittura, che tiene conto delle diverse traduzioni e delle scelte già da me concepite, per non dire delle necessità spesso legate alla stessa composizione del gruppo. Mai, tuttavia, il risultato è quello di uno snaturamento dell’originale: è troppo profonda la devozione che nutro per certi “mostri sacri” dell’antichità, perché possa concedermi il lusso, anzi direi la hybris, di personali interpolazioni che mistifichino o banalizzino. E ciò parte dal lessico e dallo stesso linguaggio: una commedia spinta, o in buona parte scurrile, è giusto che tale rimanga, con la dovuta percentuale di scabrosità. Sarebbe come censurare, e la censura sarebbe un controsenso, dato che quelli sono autori che ai miei ragazzi costano anni di studio, impegno e fatica.

NC: Il testo che hai messo in scena che hai amato di più?

GDL: Difficilissimo rispondere, perché ogni volta si crea un’atmosfera nuova e diversa, sia durante le prove, sia nell’allestimento e nella rappresentazione. Per non dire ovviamente dell’empatia e dell’osmosi col pubblico, la vera magia del teatro. Ecco perché, se proprio devo attribuire un primo posto, non posso non darlo ex aequo ai miei “Persiani” (da Eschilo), per l’incredibile pathos sprigionatosi dal palcoscenico, e ai miei “Uccelli” (da Aristofane) per l’indimenticabile contesto del suggestivo teatro greco di Akrai, a Palazzolo Acreide.

NC: E quello con cui hai avuto maggiori difficoltà?

GDL: La sensazione, di pienezza e vuoto insieme, che si prova alla chiusura del sipario sconta ogni fatica, ogni difficoltà ed ogni imprevisto incontrati fino a quel momento. E se ne incontrano di ogni tipo. Quindi anche stavolta rispondo con un pari merito, e mi riferisco ai due spettacoli ai quali sto lavorando: “Antigone”, per un allestimento in cava, e un mio personale adattamento di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Non oso immaginare quale dei due me ne creerà di più.

NC: Potresti parlarci del tuo laboratorio teatrale presso la Casa di Reclusione di Massa?

GDL: Mi chiedi di parlarti di una delle esperienze più intense e gratificanti che ho la fortuna di fare continuativamente da ormai cinque anni. Spesso il teatro entra in carcere per intrattenere e divertire e diversi laboratori rivolti ai detenuti hanno come obiettivo primario l’animazione. L’idea, invece, condivisa con la Direttrice della Casa di Reclusione di Massa è stata sin dall’inizio quella di avvicinare i detenuti alle humanae litterae, depositarie di un sistema valoriale senza tempo, in grado di aprire ad orizzonti sempre nuovi nella conoscenza dell’uomo. Nell’ambito di un percorso letterario attraverso la classicità greco-latina, quanto mai formativo è parso quindi l’utilizzo di una delle più alte forme espressive della letteratura antica, quale appunto il teatro, dalla indiscussa valenza pedagogica nella sua facies letteraria e terapeutica in quella performativa. La mia attività teatrale in carcere significa infatti leggere testi antichi, metabolizzarne il contenuto, confrontarsi sul loro significato, lavorare su di essi per riflettere se stessi, metterli in scena e mettersi in gioco. Del resto, come dice Jacques Copeau, “si può fare teatro ovunque, purché si trovi il luogo in cui viene a crearsi la condizione fondamentale per il teatro: deve esserci, cioè, qualcuno che ha individuato qualcosa da dire e deve esserci qualcuno che ha bisogno di stare a sentirlo. Quello che si cerca, dunque, è la relazione. Occorre che ci siano dei vuoti. Non nasce teatro laddove la vita è piena, dove si è soddisfatti. Il teatro nasce dove ci sono delle ferite, dei vuoti, delle differenze”

NC: Da regista a scrittore: cosa ti ha spinto a cimentarti in questa nuova esperienza? Perché un noir? Anche se un noir “atipico”, se vogliamo… Più un romanzo psicanalitico…

Riportiamo qui il link dove trovare il romanzo

http://www.edizioniilciliegio.com/scheda-libro/gennaro-di-leo/io-e-le-noir-9788867712755-361409.html

GDL: Era da tempo che lo avevo in cantiere, aperto anni fa quand’ero ancora a Milano e chiuso qui a Massa, quando mi ci sono trasferito per lavoro: le due città in cui in effetti è ambientato. Dici bene: noir psicologico. È proprio un ibrido, in effetti. Lo dichiaro già nel titolo: io e il mio noir, ossia il noir come lo vedo io, come lo rendo mio, quindi un po’ meno gotico e un po’ più mediterraneo, un po’ meno cupo e un po’ più ilare, un noir più di stile che di genere, dato che in esso si sviluppano più venature e la soluzione del crimine passa quasi in secondo piano, per un minore interesse verso la logica investigativa a vantaggio di un’attenzione posta maggiormente sulla psicologia dei personaggi. Ma il titolo dice anche altro, sempre giocando di parole: io e il nero, il lato oscuro di ciascuno di noi, la parte nascosta, o forse meglio direi così tenuta, o quella che impieghiamo una vita a conoscere, magari senza giungere mai a conoscerci davvero fino in fondo. E infine: io ed Eleonora, anzi Nora: i due protagonisti, i due lati della stessa medaglia. Ecco infatti la copertina: uno specchio, con tutto ciò che esso significa in termini di doppio, e una figura che è riflesso di un’altra, entrambe in realtà manichini, burattini incorniciati da un sipario e manovrati dallo stesso marionettista che muove ogni pedina del suo mondo a metà, tra la vita reale e l’immaginazione, tra la coscienza e la sua negazione. Che assolve o condanna, che uccide e redime, se stesso in primis, prima ancora che i suoi personaggi. Ripeto: lo hai definito benissimo nella tua domanda.

NC: Ripeteresti l'esperienza? Vorresti cambiare genere?

GDL: Sto già provando a ripeterla, dato che ho sempre pensato di dare un seguito al romanzo, ed è ciò a cui ho messo mano ultimamente. Per ora, quindi, rimarrei ancora sullo stesso genere, anche se l’idea è quella di scrivere un testo che sia sì il prosieguo del precedente, per chi avesse già letto “Io e le Noir”, ma che possa anche esserne autonomo, per chi non lo avesse ancora fatto, o non è detto che lo faccia. E nel frattempo ho scritto un testo teatrale, “Extension” (Aletti Editore), quindi non escludo affatto, per il futuro, di sperimentare altre vie.

NC: Stiamo per congedarci. Un'ultima domanda. Visti i tuoi lavori, ti piacerebbe cimentarti nella regia di un film? O pensi che il teatro possa esprimere al meglio le tue capacità?

GDL: Sono linguaggi e mondi diversi. Mentirei, tuttavia, se dicessi che non mi piacerebbe, anzi mi smentirei, dato che in passato ho conseguito un master in “Tecniche di scrittura per la fiction”, sulla formazione di sceneggiatori, con stage presso la Lux Vide per il progetto “Imperium” e la miniserie “Augusto, il primo imperatore” (regia di Roger Young) di produzione Rai Fiction. Film per la tv, non per il cinema, e quindi linguaggi e mondi altrettanto diversi, ma che da sempre esercitano su di me notevole attrazione. Un adattamento del mio stesso romanzo si presterebbe più al cinema che al teatro.

NC: Grazie per il tempo che hai passato con noi. Un augurio per i tuoi progetti e a presto sempre sulle pagine di No Crime Only Art,

GDL: Grazie a te, Linda, e alla rivista No Crime Only Art per il tempo e l’attenzione che mi avete dedicato. E buon lavoro a voi. Anzi, un grande in bocca al lupo per la vostra missione!

©Linda Lercari

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *