SANTA PRIZZITA E “U BARDUNARU”

Novella n°18


Ninì bardunaro era un uomo umile. Sellava il suo mulo e già all’aurora partiva verso la marina a raccogliere forestieri e paesani ed a trasportarli su in paese.

Era questo il suo mestiere, incurante del sole e della pioggia, lui partiva ..qualcuno laggiù sempre lo aspettava e così si guadagnava la pagnotta e si tirava innanzi la famiglia.

Era stato bardunaro un uomo duro, occhi di ghiaccio, cuore impenetrabile innamorato certamente della moglie Concetta che da sempre lo aveva servito e riverito come marito ma anche come padre e fratello allo stesso tempo. Nessuno in paese ricordava una volta che fosse uscito fuori dai gangheri. Una volta che avesse detto una parola in più..o una volta sola che avesse parlato più di cinque minuti con qualcuno ..non si fidava di niente e di nessuno, aveva fede solo nel suo lavoro, nel suo mulo e forse anche in sua moglie.

Non era però un ipocrita, non aveva un Dio né santi né vare né processioni. Né feste.

Se c’era veramente questo Dio per il quale si sprecavano tante parole forse era stato distratto da qualcosa mentre creava quel pezzo di Sicilia così povera, vecchia, inetta, inadeguata a cospetto del mondo che, dicevano, da qualche parte stava cambiando.

Ma lassù, in paese, l’unica cosa che cambiava con il tempo era l’età delle persone, lassù cambiare voleva dire invecchiare soltanto.

L’unico momento di svago e di curiosità per il bardonaro era quando in marina era ingaggiato da qualche mezzo signorotto che chiedeva di essere portato in paese, lui si chiedeva, nascosto dietro il cappello, il motivo per il quale il suo nuovo cliente intraprendeva quel viaggio, forse avanzava soldi da qualcuno, forse era un commissario del Prefetto, forse era un avvocato, forse era un paesano a lui sconosciuto che tornava al suo paesello di montagna dopo essersi arricchito in America.

Per tutto il viaggio il bardonaro non parlava ma ugualmente capiva con chi aveva a che fare dalle domande che gli venivano poste a cui rispondeva garbatamente ma poi arrivato in paese cancellava tutto quello che aveva scoperto ed imboccava la via di casa come ogni sera appena prima del tramonto.

Già..era stato un uomo duro….. bardunaro …lo era stato…perché da qualche tempo le cose erano cambiate, anche per lui!

Quando ormai sembrava essersi rassegnata all’idea di una vita senza la gioia di un figlio ecco che le preghiere miti di donna Concetta erano state esaudite, era nata Assuntina, piccola, dolcemente immersa in un fitta chioma corvina che nascondeva due splendidi occhioni azzurri come quelli del padre.

Bardunaro aveva improvvisamente trovato la gioia ed il motivo di vivere.

Lui che non aveva mai creduto a niente, che non aveva mai camminato fuori dal seminato, che non aveva forse nemmeno mai sognato, ora, colpito da quel fulmine improvviso, ora aveva finalmente illuminato di un raggio di gioia la sua vita di penombra.

Partiva sempre prima dell’aurora e tornava sempre appena prima del tramonto ma quante cose erano cambiate! Ninì u bardunaru ora parlava, sorrideva , scherzava anche con i signorotti sconosciuti, ora Ninì non era solo un mulo che trasportava le genti ora lui era una cosa meravigliosa, una cosa stupenda, una cosa unica ed impensabile fino allora, era un padre, il padre di una creatura angelica, ora aveva un compito ed un ruolo: era finalmente qualcuno.

Concetta, la moglie, ringraziava Dio perché credeva nei miracoli e quello certamente era stato un miracolo, il marito invece no perché non era però un ipocrita, non aveva un Dio, né santi, né vare, né processioni, né feste, ora aveva solo Assuntina.

Una mattina di qualche anno dopo Ninì si alzò dal letto stanco, avvinto, immerso in un bagno di sudore.

La moglie si preoccupò, forse durante la notte era stato assalito dalle febbri, gli consigliò di non andare a lavorare ma Ninì stava bene, non aveva brividi ed anche la temperatura sembrava apposto, era solo un po’ spossato e dopo una buona tazza di caffè bacio la moglie e la piccola Assuntina avvolta nelle fauci di un sonno profondo e partì, come ogni giorno alla volta del mare.

Per il viotto, dondolato dal suo mulo, Ninì pensava a quello che era successo la notte passata, non aveva detto nulla alla moglie per non farla preoccupare…aveva avuto un terribile incubo.

Aveva lottato senza fortuna con una stupenda donna dai capelli color oro che voleva portarlo con se verso un mare di fuoco e si era svegliato poco prima di cadere tra le fiamme.

Durante tutto l’incubo quella donna non aveva detto una parola ma lo aveva attratto a se solo indicandolo con la mano e facendo cenno di seguirlo ed era strano quel pensiero, gli suscitava paura, lei sembrava bellissima anche se i lineamenti del volto erano soffusi a causa della fortissima luce che emanava ma perché condurlo in un mare di fuoco?

Ninì non riusciva a capire perché quel pensiero tornava sempre a tormentarlo, si sforzò di comprendere, di interpretare: chi era quella donna stupenda e terribile nello stesso tempo?

Un angelo, la Madonna o una Santa?

Rigetto il pensiero nel suo passato, ripensò alla buonanima della sua nonna ed alle varie storie che raccontava mentre filava sotto casa e si ricordò….

“Santa Prizzita!” era lei la donna del sogno? Si ricordo delle gocce di sangue che gli scaturivano dalla fronte, di quel libro tra le mani!

Arrivato a casa la sera spese appena il tempo di posare il mulo nella stalla e partì verso la casa vecchia dove era cresciuto da bambino.

Infilo rapidamente la grossa chiave nel chiavistello, imbocco la scala e salì nella camera di sopra.

Iniziò a rovistare tra i libri di preghiera e le altra carte della povera nonna e ritrovò l’immaginetta della Santa.

“Si!..” esclamò””…E’ lei!””

Di quella santa egli ricordava appena qualche battuta della nonna ma ciò bastò a farlo crollare in ginocchio dallo spavento e dall’angoscia.

Santa Prizzita aveva il dono terribile di avvisare gli uomini tre giorni prima del loro trapasso, della loro morte! Se era veramente lei allora quelle erano le ultime ore di vita del bardonaro?

Ninì si calmò ricordandosi che lui non aveva mai creduto a niente, non aveva un Dio, né santi, né vare, né processioni, né feste, risistemò i libri nella cassettina della nonna ma l’immaginetta di Santa Prizzita quella no, decise di portarla con se.

Tornò a casa…decise di raccontare il sogno alla moglie ma non gli parlò di Santa Prizzita, non voleva far preoccupare oltremodo la donna che invece credeva molto in queste storie di santi.

Arrivò il terzo giorno e Ninì si alzò dal letto tranquillo.

Aveva dormito, era riposato…partì.

Conosceva ogni punto del tragitto, ogni fosso, ogni scorciatoia, ogni passo…eppure ogni viaggio se fatto nel periodo invernale comportava sempre un rischio…il fiume.

Praticamente arido o quasi per otto mesi all’anno in quel periodo era invece alimentato dalle nevicate e dalle piogge, si ingrossava con le acque degli altri affluenti e, in alcuni punti era molto minaccioso.

Vi erano due tratti di attraversamento obbligato e “u bardunaro” sapeva bene dove tagliare le acque.

Il letto del fiume in casi di piena cambiava spesso forma ma in alcuni tratti era comunque facilmente attraversabile.

Ninì, quella mattina costeggiò la riva… battezzò il punto, strinse le redini ed iniziò la traversata.

Giunto a metà però il mulo si piantò, aveva carpito qualcosa, divenne improvvisamente irrequieto, aveva avvertito il pericolo.

Ninì non fece nemmeno in tempo a voltarsi verso il lato discendente delle acque che una ondata di piena lo travolse gettandolo nella corrente…in un attimo sparì divorato dalle acque.

Giunse il tramonto che indorava le cime dei Nebrodi e le case rossicce del paese ma Ninì non tornava ancora.

Strano, troppo strano -in tanti anni non è mai successo!- penso subito Concettina e più il tempo passava e più la paura che fosse successo qualcosa di terribile avanzava nella povera donna che, appena l’ultimo raggio di sole abbandonò il paese si recò subito a casa della anziana madre con la piccola Assuntina in braccio.

Scattò subito l’allarme.. uomini volenterosi armati di torce ripercorsero la via verso il mare, scrutarono minuziosamente quella che in paese era conosciuta come la via di Ninì u bardunaru ma niente.

A notte tarda fu trovato il mulo, era bagnato ed impaurito, il fiume era ancora grosso, qualcuno sussurrò: ” Non è che se l’è tirato la corrente ?”.

Nessuno voleva cedere a quella soluzione terribile , tutta la vallata e tutto il corso del torrente erano illuminati a giorno dalle torce ma niente!

Concetta restava ad aspettare a casa della madre, Assuntina si addormentò tra le sue braccia e decise di riporla nel lettino affinché non si raffreddasse.

Ma ecco che mentre la appoggiava sul materasso di accorse che la piccola teneva stretta tra le mani una immaginetta gliela tolse dolcemente dalle manine era …Santa Prizzita .

 Perché la piccola aveva quella immaginetta in mano? Dove l’aveva presa?

Tornò di la dalla madre e gli mostrò la figurina benedetta…

“Ti ha detto qualcosa Ninì di Santa Prizzita?”…chiese la madre…

“No…perché?”..rispose la figlia.

La vecchia iniziò…

 

Prizzita Santa ndinucchiuni stava  

Davanti un crucifissu chi chianceva

Cu na manuzza na torcia addumava

Dall’autra un libreddu chi liggeva.

Lu crucifissu ci parrava..

Prizzita Santa chi ci rispunneva

Prizzita Santa chi si custirnava

Li chiova alla curuna ci mitteva.

E lu crucifissu rispunniu

e cu la santa Prizzita parrau,

ci cuntò li flagelli chi patiu.

 

La passioni nsonnu ci la cuntau;

quannu màrtidi e quannu mèrcuri svilau

sutta i santi cilli la ferìu.

Prizzita cascò ‘nterra e stramuriu

E lu pittuzzu di lacrimi si bagnau

“Prizzita chi di l’omu si   ‘nammurata

dari ti vogghiu chi t’haiu prummisu.

Se tu ti penti e lasci li piccata

io ti pirdunu benchè m’hai uffisu.

 

Quannu all’ura tarda fui traitu

Nta la santa mascedda fui mmiscatu,

nta deci mazzi di spini fui nfasciatu

E già era tuttu di sangu lavatu.

 

Pilatu a capu di li tutti romani

Un vasu d’acqua si fici purtari

Pilatu e tannu si lavau li mani,

a la morti in cruci mi fe cunnanari.

Quannu a la culunna mi sbattenu

tutti li capidduzzi si sfunnenu

da, si ‘nvicinanu du surdati

ognunu mi batteva com’ e dannati.

Pi tutta la chiazza mi cunnucenu;

Li giudei a li barcuni s’affaccianu,

gridannu “ancora ‘n’aviti a saziari”;

“menzu morto ‘cchiu non po campari”,

ci rispunniu la truppa scuntenti,

“di novu lu vuliti murenti….?”.

Quannu allu monti Calvariu mi nchiananu

l’ossa di li spadduzzi mi niscenu,

e tri voti cascai nterra pi la strata

la santa facci pi tri voti fu bagnata

e li santi dinucchiedda si strazzanu senza scusa

pirchì la me cruci era troppu rausa.

Poi pi parlari me matri mischina

jappi  seicentosessantasei timpuluna.                            

Ia ci dissi alla genti ‘ssassina

“..a mia na sula cosa mi dispiaci

Resta chiancennu la matruzza duci…

Chiancennu resta sutta la me cruci..””

 

La priera è chista ch’a Prizzita ci dissi

Cu la ccumencia nun la poti lassari

Cu pi quaranta iorna giusta la dicissi

Di spissu, di cuntinuu e n’za muddari

Prizzita Santa allu so trapassari

Tri iorna avanti lu vada ad avvisari…

 

Santa Prizzita stava in ginocchio,

piangeva davanti a un crocifisso

con una mano accendeva una torcia

nell’altra teneva un libro che leggeva.

Il crocefisso le parlava.

Santa Prizzita gli rispondeva

Santa Prizzita si costernava

Ed i chiodi alla corona gli metteva.

Il crocefisso rispose

 

E con la Santa parlò

Raccontandogli i flagelli che patì.

La passione in sonno le raccontò

Quando fu martedì e quando mercoledì gi svelo’

Ferendola dal dolore sotto le ciglia.

Prizzita cadde a terra tramortita

Bagnandosi il petto di lacrime..

“Prizzita poiché tu sei di me tanto innamorata

voglio darti quello che ti ho promesso

Se tu ti penti e lasci il peccato

Io ti perdono benché mi hai offeso.

 

Quando all’ora tarda fui tradito

Mi picchiarono sulla mascella

E mi fasciarono in dieci mazzi di spine

E già ero tutto insanguinato.

 

Pilato a capo di tutti i romani

Si fece portare un vaso d’acqua

Ed allora si lavò le mani

Facendomi condannare alla morte di croce.

Quando poi mi sbatterono alla colonna

Si disfecero tutti i capelli

E là si avvicinarono due soldati

Ed ognuno picchiava come un dannato.

Mi condussero per tutta la piazza .

I giudei si affacciavano ai balconi

Gridando”ancora non siamo sazi..”

“Ma è già mezzo morto..di più non può vivere!”

Rispose la truppa scontenta..

“ancora di più lo volete morente..?””

 

Quando mi condussero al Calvario

Si lussarono le ossa delle spalle,

e tre volte caddi per la strada..

il santo volto per tre volte fu bagnato

e le sante ginocchia si slogarono

perché la mia croce era troppo pesante.

Poi per difendermi mia madre meschina

Ebbe seicentosessanta sei schiaffi.

Io dissi alla gente assassina

“..a me dispiace una cosa sola…

Che resta piangendo mia madre adorata..

Che resta piangendo sotto la mia croce..”

 

Questa è la preghiera che a Prizzita gli disse

Chi la comincia non la può lasciare

Chi per quaranta giorni esatti la dirà

Spesso, di continuo senza mai cedere

Santa Prizzita al momento della sua morte

Tre giorni prima andrà ad avvisarlo.

 

 

“Questa è la Santa del Trapasso, quando arriva lei sei vicino alla morte” terminò la vecchia.

Ci fu un attimo di silenzio.

Concetta balzò in piedi ”Il sogno, tre notti fa sudava si rigirava nel letto, non ha riposato!”

“L’ha incontrata!.” rispose la madre…

Concetta scoppiò in un pianto disperato: Ninì era morto.

All’improvviso comparve Assuntina, la madre la prese in braccio, lei raccolse dal tavolo l’immaginetta della Santa e la strinse al petto.

“Diciamo quella preghiera.!” disse alla nonna.

E le tre donne ricominciarono continuando poi per tutta la notte:

Prizzita Santa ndinucchiuni stava  

Davanti un crucifissu chi chianceva …

Venne l’alba e le tre non sembravano patire ne la stanchezza né il sonno. Avevano pregato incessantemente per tutta la notte ripetendo la preghiera di Santa Prizzita intervallata da dieci Padre Nostro e dieci Ave Maria.

Passarono tre giorni angoscianti ma nessuna notizia risaliva il fiume.

Anche l’alba di quel giorno nacque silenziosa ma a metà mattinata un uomo entrò correndo in casa e quasi spaventò le tre donne..

“…Donna Concetta…Donna Concetta…hanno trovato Nini!…Nini! …è…è.. vivo..!”

“Come fai a saperlo….? Chi te l’ha detto?… “ chiese la donna..

“Un contadino tre giorni fa , lo ha trovato mezzo morto sulla sponda del fiume, lo ha portato a casa sua e lo ha curato. Ora lo sta riportando in paese…”

Fu così che Ninì tornò a casa portato a braccia dai volenterosi paesani che in quei tre giorni non avevano mai smesso di cercarlo.

Ma Ninì però non parlava, lo stesero sul letto, la moglie gli mise una coperta addosso. Assuntina gli strinse la mano e lui rispose con uno sguardo tenero.

Quando tutti se ne andarono lasciando l’uomo alle sue donne, Concetta si fece coraggio ed inizio:

“..Ninì…che è successo?…”

“Donna perchè mi chiedi cosa è successo se già lo sai! Le vostre preghiere sono state esaudite. Tre giorni fa, durante un passaggio del fiume, il mulo spaventato, si era piantato in mezzo alle acque e una botta di corrente mi aveva sbalzato in acqua; il torrente era infuriato e mi trascinava a suo piacimento, quando stavo per essere inghiottito dalle acque un’ombra di donna si fissò davanti a me: “Santa Prizzita” dissi ” fallo per Assuntina! Io sono un peccatore ma non togliere un padre ad una bambina, fallo per lei, vienimi a prendere tra nove anni!

D’improvviso l’ombra sorrise e mi trovai sbalzato sulla riva e dopo mi ricordo solo la voce dolce di Assuntina che ripeteva….

Prizzita Santa ndinucchiuni stava  

Davanti un crucifissu chi chianceva …

..le vostre preghiere sono state esaudite!

Ninì sapeva invece che a salvarlo era stata anche la sua fede…quella fede che lui aveva sempre negato di avere, che aveva sempre quasi scacciato da lui ma che un giorno lo aveva miracolosamente spinto a cercare l’immaginetta della santa del sogno tra i ricordi del passato, che lo aveva spinto a portare con se Santa Prizzita ed a nasconderla poi sotto il cuscino della figlioletta. Quel gesto, insieme alle preghiere delle tre donne, avevano impietosito la Santa del Trapasso che aveva graziato u bardunaru salvandolo dal fiume in piena.

Si racconta che veramente Ninì visse per altri nove anni e che morì dolcemente tra le braccia delle sue donne con gli occhi aperti e con lo sguardo tranquillo irradiato da una luce santa, la sua mano destra invece era chiusa, come se tenesse per mano qualcuno.

Questo particolare non passò inosservato alla gente del paese tanto che dopo i funerali un ragazzo giunse correndo in piazza ad annunciare una sensazionale visione….era spaventato ed ansimante..

Gli chiesero…

“Che hai visto Nicolino?…”

Nicolino, si ridestò, riprese fiato ; poi cominciò : “Ero…ero sulla sponda del fiume a pescare…quando …quando …un uomo ed una donna che si tenevano per mano avanzarono sulle acque e poi…pian piano salirono verso il cielo….”

“E chi erano..li hai riconosciuti…?”

“Si…erano…Santa Prizzita ..e u bardunaru…”

 

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