Il dio elegante | Le difficili identità

Permettetemi per questo nuovo appuntamento della rubrica, – l’ottavo (?) credo – di iniziare appunto nel segno del dubitativo, ma anche del ricercato. Vorrei infatti proporre una mini-recensione di un volume su un dio assai poco conosciuto della mitologia italico-romana:

Maurizio BETTINIIl dio elegante. Vertumno e la religione romana, Torino, Einaudi (2015).

Va da sé che reputo il saggio molto interessante e piacevolmente istruttivo, anche se difficile. Bettini è minuzioso nel distinguere le asserzioni e specificare i termini di questo articolato studio su una divinità latina (ma con un’anagrafe anche etrusco-sabina); quello che interessa di più a Menabò&Versi è che il dio viene descritto partendo proprio da una poesia, il secondo componimento del IV Libro delle Elegie di Properzio.

 

Qui fornisco la stessa traduzione italiana data da Bettini nell’opera (in Appendice):

Perché ti meravigli che in un sol corpo io abbia tante forme?
Apprendi i segni paterni del dio Vertumno.
Io sono Etrusco, ed etrusca è la mia origine, né mi pento
di aver abbandonato i focolari di Volsinii durante la battaglia.
Mi piace questa folla, e non ambisco a un tempio d’avorio:
mi basta poter vedere il foro di Roma.
Un tempo da qui passava il Tevere e, dicono,
si udiva il tonfo dei remi che battevano l’onda;
ma dopo che di tanto si ritrasse davanti ai suoi figli,
per questa inversione del flusso sono chiamato dio Vertumno;
oppure il popolo crede che esista il culto di Vertumno
poiché al volgersi dell’anno uso ricevere le primizie dei frutti.
Per me muta colore la prima uva quando si tinge di viola,
per me la chioma della spiga si gonfia di chicchi lattiginosi.
Qui vedi dolci ciliegie, qui prugne autunnali,
e, nei giorni estivi, qui rosseggia la mora;
qui l’innestatore scioglie i voti offrendo una ghirlanda di frutti,
quando il pero, contro la volontà del tronco, ha prodotto mele.
Ma la fama è bugiarda, sta’ attento! Altro è ciò che il mio nome indica.
Devi credere solo al dio che parla di se stesso:
la mia natura si adatta a tutti i sembianti,
volgimi in quello che vuoi, sarò elegante.
Mettimi vesti di Cos, sarò una fanciulla che si fa amare;
e se indosso la toga, chi negherà che io sia un uomo?
Dammi una falce e cingimi la fronte di fieno intrecciato:
giurerai che la biada è stata tagliata per mano nostra.
Un tempo indossai le armi, e ricordo
che venivo ammirato anche in questo arnese;
ma con addosso il peso del corbello, ero mietitore.
Son sobrio in caso di liti, ma se sul capo ho una corona
griderai che il vino mi ha dato alla testa.
Mettimi in testa una mitra, ruberò le sembianze a Bacco
– le ruberò perfino a Febo, se mi darai in mano un plettro.
Quando ho le reti in spalla sono un cacciatore, ma se prendo la pania
sarò un seguace del dio che propizia la cattura dei pennuti.
Vertumno può assumere anche l’apparenza di un auriga,
o quella di un acrobata che libra il suo peso leggero da un cavallo all’altro.
Datemi una canna e farò strage di pesci,
ma subito dopo incederò con la tunica discinta,
alla maniera di un bel mercante.
Posso chinarmi appoggiandomi al bastone del pastore,
oppure, sempre io, portare canestri di rose in mezzo alla polvere.
E perché dovrei aggiungere ciò per cui ho fama maggiore,
i doni degli orti che ben figurano nelle mie mani?
Mi contrassegna il verde cetriolo, la zucca dal ventre rigonfio,
e il cavolo legato con giunco sottile. Né fiore sboccia nei prati
senza che, prima, languisca con eleganza sulla mia fronte.
Poiché, pur rimanendo uno, sapevo volgermi in qualsiasi forma,
da questo la patria lingua mi dette nome.
E tu, Roma, hai assegnato un compenso ai miei Etruschi
(ecco perché il Vico Tusco porta oggi questo nome),
nel tempo in cui Licomedio giunse con armi alleate
e spezzò quelle sabine del feroce Tazio.
Io stesso vidi le schiere sbandarsi e gli inutili dardi,
e i nemici dare le spalle in vergognosa fuga.
Ma tu, Padre degli dèi, fa’ sì che la folla togata dei Romani
passi per sempre dinanzi ai miei piedi.
Mi restano sei versi (non voglio trattenerti mentre corri
per comparire in tribunale): della mia corsa questa è l’ultima mèta.
Prima di Numa ero un tronco d’acero, sgrossato in fretta
con la falce, dio povero in una grata città.
Ma a te, Mamurio, cesellatore del mio bronzeo sembiante,
possa l’Osca terra non consumare le mani d’artista,
tu che a tanti e flessibili usi hai saputo dispormi. L’opera è una sola,
ma all’opera non un’unica lode si conferisce.

[per una buona versione originale latina, qui]

Quindi l’autore procede in quasi duecento pagine di testo a fare un’esegesi della poesia e a introdurci nell’affascinante mondo della religiosità romana, centrando sì la sua descrizione sulla figura e sul ruolo di questo dio particolarmente enigmatico e sfuggente (stanti anche le poche fonti a disposizione), ma regalandoci anche interessanti, coltissime e più ampie descrizioni di ciò che era “dvino” presso la civiltà latina, di quelle che erano le particolari caratteristiche degli dèi e di come esse siano poco leggibili se insistiamo a restare nei nostri panni di uomini del Cristianesimo e del Razionalismo scientifico. Ho parlato di “restare nei panni” non a caso, perché Bettini ci porta direttamente a conoscere un nume trasformista, poli-identitario, dinamico ma sempre appropriato, elegante, accurato nelle sue poliformi manifestazioni, o meglio declinazioni e travestimenti. Un dio urbano e insieme campagnolo, un dio della vegetazione e della natura, ma anche del ricercato artificio, un dio la cui funzione è vertere tutto ciò con cui ha a che fare, persino sé stesso, anzi soprattutto sè stesso. Un dio che nel vertersi può impersonare altri e assai più potenti (e quindi “terribili”) numi, come Apollo, Marte o Bacco/Dioniso.

Toccheremo quindi concetti affascinanti come l’antropologia dell’identità e dell’alterità, il diverso concetto di persona nel mondo classico, quale “maschera”/ruolo caratterizzato socialmente; e non, – come oggi intendiamo il termine – “individuo” unico. Anzi, la maschera è essenzialmente idealtipo (o se vogliamo stereotipo), quindi – spiega Bettini – possiede un suo statuto di “classe” in senso informativo e comunicativo, tramite specifici signa o attributi visibili e socialmente riconosciuti, statuto che esula dalle particolarità soggettive e che tuttavia le legittima, rendendole accettabili e riconoscibili, proprio come gli attributi e le competenze, officia, degli dèi romani. L’autore ci parlerà con grande stimolo creativo e interpretativo dell’autosimilarità dei frattali e delle loro applicazioni/manifestazioni nella storia dell’Arte, nell’Architettura e addirittura nella cultura etnica religiosa delle Isole Australi.

Affronteremo testimonianze archeologiche sul culto del caso e dei defunti, sulle vicende relative alla preistoria religiosa di Roma, alla caratterizzazione etnica della sua cultura e al particolar modo con cui la civiltà romana recepiva le divinità dei popoli contermini e lontani, secondo un sistema legale di “naturalizzazione” del divino coerente e ben delineato.

Insomma avremo modo di esplorare una vasta serie di avvincenti testimonianze su pratiche religiose, culturali e sociali così lontane, ma anche così presenti (e pressanti) per chi vive come noi nel XXI secolo delle identità disperse fra social, avatar, autorappresentazioni e travisamenti, tutti nel segno della mutevolezza, del vertere. Siamo anzi noi che viviamo pienamente nel divertito e divertente mondo di Vertumno, dio italico del mutamento elegante, forse più dei “semplici” cittadini di Roma, Cicerone, Plauto e Properzio inclusi.

Se vi verrà voglia di leggere il libro, non avrò sprecato la vostra attenzione. Anche perché una fortunata combinazione vuole che io debba a breve diventare cittadino di un antico luogo a consacrato e dedicato incredibilmente a Vertumno, cambiando un po’ vita e abitudini. Feliciter, spero. Aver trovato questo testo sulla mia strada, e in questa precisa fase della mia esistenza non è stato che una lieta conferma del Fato.

Chiudo necessariamente con due componimenti del poeta delle mille identità, certo più dolenti e sofferte di quelle coltivate e istigate da Vertumno: il grandioso Fernando Antònio Nogueira PESSOA. Torneremo a ogni modo ancora su di lui e sui suoi eteronimi, in quanto identità ben più problematiche e difficili.

SE QUALCUNO

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

ABDICAZIONE

Prendimi fra le braccia, notte eterna,
e chiamami tuo figlio.
Io sono un re
che volontariamente ha abbandonato
il proprio trono di sogni e di stanchezze.

La spada mia, pesante in braccia stanche,
l’ho confidata a mani più virili e calme;
lo scettro e la corona li ho lasciati
nell’anticamera, rotti in mille pezzi.

La mia cotta di ferro, così inutile,
e gli speroni, dal futile tinnire,
li ho abbandonati sul gelido scalone.

La regalità ho smesso, anima e corpo,
per ritornare a notte antica e calma,
come il paesaggio, quando il giorno muore.

4 pensieri riguardo “Il dio elegante | Le difficili identità

  • 28 luglio 2017 in 4:27 pm
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    Non posso che ribadire la mia ammirazione per le tue ricerche,la tua esposizione chiara,la tua mente fuori del comune.Grazie Furio.

    Risposta
  • 30 luglio 2017 in 1:34 pm
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    Grazie, ma la ricerca in sé è merito del Prof. Bettini, io ho solo segnalato il suo bel libro alla vostra attenzione.

    Risposta
  • 2 agosto 2017 in 10:26 am
    Permalink

    E’ sempre un grande piacere ritrovare i classici dei tempi della scuola e scoprirli, come per una prima volta, senza l’assillo delle parafrasi e delle traduzioni! I versi dei poeti sono immortali e averli accostati alla figura del dio Vertumno, uno dei numi romani non appartenenti all’Olimpo greco romano, è una rivelazione. Le divinità autoctone mi affascinano sempre: fagocitate dai mille culti importati, non ultimo il giudaico-cristiano, rimangono alle radici del nostro senso del soprannaturale. Gran bel pezzo. Grazie.

    Risposta
  • 29 agosto 2017 in 2:47 pm
    Permalink

    Grazie gentilissima Milena, e continui a seguirci.
    Abbiamo un autunno ristoratore con una piogga di novità qui a NOCRIME…

    Risposta

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