Il viaggio di una Mano

C’era una volta una Mano abbandonata in un bosco. Tempo fa apparteneva a un cavaliere molto coraggioso, e abile cacciatore di nome Stefano. Il compito più importante della Mano era tenere forte la spada per colpire tanti nemici del Re o tirare la freccia contro la preda durante la caccia.

“Ero una Mano forte, la destra, e volevo bene al mio padrone”, continuava a ripetere tra le lacrime agli abitanti del bosco. “Ma poi arrivò quel giorno d’autunno. Andammo a caccia di cinghiali in un bosco non tanto lontano da questo. Bisognava catturarne tanti, erano destinati al banchetto del Re. Alla vista del primo cinghiale, Stefano tese subito l’arco e quando stava per scoccare la freccia, io all’improvviso tremai e la preda scappò. Non so ancora cosa mi sia successo. Ho continuato a tremare per tutta la durata della caccia e il mio cavaliere fece proprio una brutta figura. Fu deriso dai suoi compagni e sulla strada di ritorno mi abbandonò qua, su questo pino. Mentre mi agganciava a uno dei suoi rami più alti mi disse : “Non ti voglio più, maledetta Mano. Tu sei una traditrice. Ti lascio qua, a marcire lungo i secoli, questa sarà la tua pena!” Oh, povera me, povera me! Oh, povera me! Uaaa, uaaa…!”

Passarono tanti anni e la Mano non smise mai di piangersi addosso e di avere nostalgia dei tempi passati. Le mancava il suo padrone, l’impugnatura della spada, il suono della freccia che andava dritta nel cuore di qualche preda. Insomma, lei era fatta per questo!

Un giorno ci fu un grande terremoto da quelle parti e il vecchio pino non resistette alla scossa più forte. Cadde, e la sua chioma maestosa si sparpagliò da tutte le parti. La Mano scivolò dal ramo cui era agganciata e si trovò all’improvviso libera e sola in mezzo a una strada sterrata. “E adesso, cosa faccio?” si domandò sorpresa a voce alta. “Vai a cercare il tuo padrone” le disse una rondine in volo, sopra di lei “Mettiti in viaggio, come noi, segui la corrente. Addio, Mano piagnucolona!”

“Corrente, quale corrente?” stava per chiedere alla rondine, ma tardi. Era già volata lontano.

In quel momento le passò accanto uno strano oggetto, mai visto prima. Aveva quattro ruote, come le carrozze del Re che, si ricordava, non aveva i cavalli ed era veloce. La Mano fece in tempo a saltare, con un unico balzo, su quell’oggetto; entrò da un buco laterale e si mise a guardarsi intorno. C’era un bambino piccolo che dormiva ben coperto in una specie di cesto. Era paonazzo in faccia e respirava male. Ogni tanto, un uomo che era seduto davanti si girava a guardarlo dicendo: “Resisti piccolo Thomas, resisti, fra poco arriviamo in ospedale”. “Ospedale, cos’è l’ospedale? Certo che i tempi sono cambiati, mi sembra di essere in un sogno” disse tra sé e sé la Mano.

Tutto d’un tratto, come guidata da una volontà esterna, la Mano iniziò ad accarezzare i capelli del bambino. I suoi capelli erano così soffici e le ricordavano la manica di velluto di un abito del cavaliere Stefano. Inaspettatamente il bambino aprì gli occhi, le sorrise dolcemente e subito dopo si mise a giocare con le sue dita. Le tirava il pollice forte e lo metteva in bocca. La Mano era sorpresa, però si sentiva anche pervasa da una sensazione di benessere e pace mai sentita prima, e dopo tanto tempo pianse di gioia e non di tristezza.

Arrivati in quel posto che si chiamava ospedale, la Mano si nascose sotto il cuscino del bambino e fu portata insieme con lui in una stanza grande e bianca con molte persone che aspettavano. Quanti visi addolorati, quanti occhi che luccicavano pieni di lacrime. La Mano lasciò Thomas e stimolata ancora dalla forza invisibile, andò ad accarezzare ognuno di quei visi e cosi facendo arrivò anche da lei. Da quella bambina di circa sette anni con i capelli raccolti in due lunghissime trecce che finivano sulle punte in due fiochi rossi. Era seduta in un angolo della stanza, sotto la finestra, intenta a disegnare qualcosa su un grande foglio. Usava una mano sola, la sinistra. La mano destra era avvolta in una specie di tubo bianco e rigido e le dita non si vedevano. “Deve essere divertente fare tutti quei ghirigori con i bastoncini colorati” pensò la Mano.

“Come ti chiami” le chiese la Mano.

“Diana” rispose la bambina.

“Vuoi che ti aiuti? Guardami, sono quella che ti serve” aggiunse la Mano.

“Va bene, se non hai altro da fare…” disse la bambina.

E cosi, la Mano e la mano sinistra di Diana si misero a disegnare insieme. Prima disegnarono un grande albero. Poi la Mano disegnò i rami e la mano sinistra di Diana le foglie. Allora la mano sinistra di Diana disegnò le nuvole e la Mano le colorò. Man mano aggiungevano montagne, fiumi, colline, mari, deserti, case, uomini, animali… Una dipingeva, l’altra colorava e così via. Il disegno diventava sempre più lungo e loro si misero ad attaccare altri fogli di carta e poi altri ancora, fino a creare una specie di disegno-serpente. Dopo un po’ alla Mano sembrò di aver fatto solo quello per tutta la vita. La rendeva felice.

Arrivarono gli altri bambini, anche quelli con gli occhi tristi, e chiesero se potevano partecipare. Cosi ognuno di loro aggiungeva un dettaglio, un particolare, o colorava. La stanza bianca s’illuminò con i loro disegni. Non avendo più lo spazio necessario dove appoggiare i loro piccoli capolavori, i bambini li fecero uscire dalla finestra e il disegno-serpente cominciò a strisciare lungo le strade della città. Ma poi anche le strade della città divennero piccole e allora il disegno-serpente uscì dalla città e iniziò a stendersi sopra le montagne e i boschi. Vide gli uccelli in volo e decise di volare come un aquilone portato dal vento. Prese le sembianze di un drago Bianco con una lunghissima coda. La Mano si attaccò di proposito a una parte della sua coda e fu trascinata in alto dalla corrente. Voleva vedere il mondo dall’alto, era il suo desiderio più grande. “Diana, bambini, continuate a disegnare!” gridava mentre si allontanava. “Tornerò, torneròòòòòò!”

La Mano e il drago Bianco viaggiarono insieme per tanto tempo. Dovettero affrontare molti pericoli. Il mondo era pieno di draghi Cattivi che volevano impedire loro di passare.

Il drago del Fuoco, per esempio, era ovunque ed era anche uno dei più pericolosi. Usava minuscole palline di piombo per lasciare buchi neri sui disegni dei bambini, oppure il calore del sole per bruciare la carta e sbiadire i colori.

Anche il drago dell’Acqua era imprevedibile. Arrivava sotto forma di acquazzone e scioglieva i colori, e nei mari copriva tutto con onde altissime. Dietro di sé lasciava il fango. Una volta s’imbatterono anche nel drago delle Tenebre. Quello accecava le persone con la forza del buio e loro così non potevano più vedere i disegni dei bambini. La Mano era sempre pronta ad aiutare per sostituire i disegni danneggiati. Scendeva con il drago Bianco e ne disegnava nuovi, insieme ai bambini.

Un giorno i due fecero ritorno nella città da cui erano partiti tanto tempo prima, e si accorsero che avevano fatto il giro del mondo. Andarono nell’ospedale e là, nello stesso angolo della stanza, trovarono Diana, ormai cresciuta, ancora intenta a finire il suo disegno, circondata da moltissimi bambini. Al posto del tubo bianco, adesso aveva una vera mano.

“Oh no, non avrà più bisogno di me!” esclamò la Mano. “Finirò di nuovo in un bosco”.

 

“Ma che dici, certo che avremo bisogno di te, guarda!” disse Diana, stringendola forte con la mano destra. “Tempo fa decidemmo che al tuo ritorno avremmo creato una scala fatta con le nostre mani, che potesse arrivare fino al cielo. Potrà essere la nostra bandiera, la più alta del mondo, e potranno vederla da ogni angolo della terra. Ecco, tu ed io, faremo il primo gradino! Avanti bambini, qua le mani, chi è il prossimo?”

La Mano capì che il suo viaggio non era finito, e che le sarebbe servita tanta forza per reggere le altre mani e gli altri corpi che avrebbero formato i gradini di quella lunghissima scala.

Il sorriso dei bambini la rassicurò e disse: “Io sono pronta e voi? Forza, mi servono tutte le mani che ci sono nel mondo!”

Il drago Bianco e la sua lunghissima coda fatta dai disegni dei bambini li seguirono.

 

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