NESSUNO

Novella n° 17


Zi Peppe Liggio era tirchio come la fame. Viveva a Mulisa, anzi Mulisa era sua. Aveva tre casotti, una stalla, un mulino, una ventina di bestie tra cavalli e buoi, e tummini e tummini di terra che si perdevano quasi fino alle pendici dell’Etna. Riduceva alla miseria i suoi mezzadri, sfruttava i contadini che pagava alla giornata, si accaparrava terre con lo strozzinaggio facendo prestiti a tassi altissimi e poi mandando a riscuotere i peggio briganti che abitavano la Serra dei Ladri.

Ma Zi Peppe Liggio aveva un cruccio. Sua figlia, Rosa, aveva già ventidue anni ed era zitella.

Era bellissima, anche la ‘gnura Carolina sua mamma, da giovane, era stata una bella donna ma per tutti era inavvicinabile. Zi Peppe era morboso, terrorizzato dall’idea di dare la dote della figlia in mano ad un picciotto interessato solo alle sue ricchezze e scacciava tutti, quelli di buona famiglia, quelli nobili, quelli ricchi e aspettava, aspettava il momento giusto per trovare un babbeo, uno che stava ai suoi ordini, un fantoccio, e Rosa pativa in silenzio il suo esilio dorato, cuciva, ricamava e attendeva che il padre l’appattasse con qualcuno e d’altronde che poteva fare, là da sola a Mulisa.

Un giorno, all’alba, fra le sparute case di Mulisa apparve un ragazzo, ferito e nudo.

Poteva avere appena vent’anni o poco più, delirava, non si sapeva né chi era e né da dove veniva, sembrava assalito dalla paura si getto ai piedi di Zi Peppe Liggio implorando aiuto. Disse solo che lo chiamavano Calurieddo a causa della sua giovane età e di essere un soldato in fuga dalla guerra e poi svenne in preda alla febbre ed al delirio. Il vecchio decise di portarlo in casa di nascosto, più per curiosità che per misericordia. Con la moglie lo misero su un pagliericcio, gli bendarono le ferite ma avvinto dalle febbri, quel ragazzo per tre giorni svanì dal mondo. Sembrava impazzire a volte, delirava, blaterava e ripeteva incessantemente un nome: “Rosa, Rosa, Rosa…”.

Alla mattina del terzo giorno lo trovarono seduto sul letto, immobile, stranamente tranquillo. La ‘gnura Carolina si preoccupò, dapprima ma poi gli tocco la fronte, gli bagnò ancora il volto ma niente, era tutto passato, la febbre era svanita e le ferite non perdevano più sangue. Calurieddo fece una abbondante colazione tanto che si sarebbe sbranato un bue intero solo quella mattina ma si dovette accontentare di mezzo pane duro bagnato nel latte caldo, tre carote, due mele verdi ancora aspre come un limone ed una striscia di lardo avanzato dalla cena della sera prima, anche in questo Zi Liggio era sparagnino.

E quando toccò a Calurieddo di nutrire la curiosità di quella gente che l’aveva ospitato e curato senza nemmeno conoscerlo cominciò a raccontare la sua storia. Disse che era un soldato e che dalla fine di marzo del 1943, nella caserma di Marsala tutti loro sapevamo benissimo di essere diventati soltanto carne da macello, la guerra a sud praticamente non c’era più, visto che i mericani avevano ormai preso tutto. Si passavano molte ore al giorno a guardare il cielo ed il mare, qualcosa di terribile doveva accadere, i militari lo sapevano benissimo ma un soldato per essere un buon soldato deve sempre mettere in conto il rischio di morire da un momento all’altro! Calurieddo si sentiva un buon soldato in effetti. Era un contadino, prematuramente strappato alla terra ed alla giovane promessa sposa dalla guerra, non si era tirato indietro di fronte alle avversità.

A volte gli capitava di confrontare il suo atteggiamento con quello di compagni …qualcuno era sempre allegro, scherzoso, brioso, qualche altro invece conservava un atteggiamento distante, quasi assente, qualcuno, nel buio delle camerate fra le torride brande piangeva in silenzio con il fucile in mano, qualcuno pregava un Dio che sembrava sempre più lontano e che da tempo aveva abbandonato quella spiaggia salata ed indifendibile. Lui pensava sempre alla giovane zita Rosa che aveva chiesto in sposa soltanto alcuni giorni prima della partenza.

L’unico momento tranquillo era quello della partita a carte allo spaccio dove aveva fatto conoscenza col barista, un caporale che pesava più di cento chili ed era antipatico altrettanto, impertinente ed a volte sbruffone, di certo non aveva paura di nessuno a causa della sua mole e per questo a volte esagerava anche nello scherzo. Portava la divisa sempre in disordine un po’ perché gli stava piccola ed un po’ perché se ne fregava dell’ordine e di qualsiasi forma di disciplina.

In realtà non era una cattiva persona, era un buono e dentro quel corpo enorme nascondeva anche un grande cuore.

Il Caporale Di Benso, così si chiamava, era palermitano, aveva perso suo padre nella guerra del ’18 al confine carsico e sua madre qualche anno dopo affranta dal dolore e da uno strano male che era sopraggiunto, a trent’anni non aveva famiglia e spesso raccontava di quanto avrebbe desiderato farsene una a fine guerra anzi sognava di trovare una donna di nome Rosa, perché secondo lui le donne, come le rose, andavano raccolte con cura, andavano corteggiate, facendo attenzione a non essere punti dalle loro spine e Calurieddo gli confessò che la sua zita si chiamava Rosa e così divennero amici e Di Benso prese Calurieddo sotto la sua ala protettiva. Poi, una mattina arrivò l’attacco che tutti avevano immaginato ma l’enormità della portata sbalordì tutti…quello sparuto battaglione di soldati stanchi si sentivano ormai come tanti conigli in gabbia, il cielo era oscurato da uno stormo di aerei nemici che sibilava sopra le loro teste…tutti avevano ormai capito che la caserma era un facile bersaglio, al dire il vero un po’ tutto era adesso un facile bersaglio. E così fu, l’apocalisse arrivò.

Le bombe battevano il suolo a passo di valzer e si vedevano volteggiare corpi, braccia, gambe, l’inferno era arrivato repentinamente elargendo sugli sventurati la sua immensa scia di sangue e di fuoco…l’unica salvezza rimaneva lasciare la caserma e correre, correre verso est, verso casa, verso i boschi.

Calurieddo ed il Di Benso si erano trovati uniti anche nella fuga, ai primi colpi che sopraggiunsero il robusto caporale prese il giovane amico per un braccio e lo condusse con se… l’uscita era troppo esposta al fuoco nemico e decise allora di scappare verso la recinsione. Con una poderosa spinta Di Benso fece volare l’altro oltre il filo spinato ma egli, a causa della sua stazza non riusciva a scavalcare la rete. Così Di Benso intimò a Calurieddo di mettersi in fuga ma questi non voleva lasciarlo e lo attendeva ad una trentina di metri; poi la caserma fu sorvolata da tre aerei che subito liberarono il loro carico di bombe. La deflagrazione squarciò l’ala ovest dell’edificio e quando Calurieddo fece per rialzarsi Caporale non c’era più!

Tornò alla recinzione, l’amico era lì steso, agonizzante, ferito e senza una gamba. Altri aerei sopraggiungevano ancora più minacciosi e quindi Calurieddo dopo aver dato un ultimo saluto al corpo esanime dell’amico, disse di essersi messo a correre con tutte le sue forze verso i monti, senza pausa e senza respiro e raccontò di aver imbroccato una strada irta ed impervia dove gli alberi divennero improvvisamente bui e minacciosi. Raccontò di non ricordarsi più nulla della sua vita passata, della sua zita, di come fosse fatta, di quale fosse il suo paese niente di niente! Si ricordava solo quella caserma di Marsala, Di Benso, le bombe …e poi dei fantasmi che lo avevano assalito nella notte, dei briganti che lo avevano malmenato e denudato e poi di essersi improvvisamente risvegliato su quel letto, dove adesso era seduto.

Zi Liggio, lo fissò per qualche secondo, poi, d’un tratto, lo abbracciò!

“Figlio mio, figlio mio! Sei tornato dunque! Come puoi non ricordarti di noi, di me che ti ho accolto come un figlio, di mia moglie che è stata più di una madre per te …e di Rosa, che tre anni fa ti fidanzasti!”

Calurieddo lo guardava come un ebete, non si capacitava di nulla, non ricordava…ma Zi Liggio insisteva, spiegandogli che quel filo di memoria rimasta lo aveva condotto sulla via di casa e che Rosa, beh! Rosa almeno non se l’era dimenticata e che col tempo sarebbe tornata la memoria e che tutto sarebbe andato di nuovo apposto. Ora Calurieddo doveva solo riposarsi e nascondersi perché i fascisti magari lo cercavano in quanto disertore. Lo fece di nuovo appoggiare sul letto e lo chiuse a chiave in camera per precauzione disse.

La ‘gnura Carolina non aveva capito nulla, come sempre. Il marito allora la trasse con se nel granaio e lontano da orecchie indiscrete la catechizzò:

“Tu Carolina, apri bene le orecchie e statti accorta, questo ragazzo è una manna dal cielo! Pensaci bene, non sa manco chi è, in paese non lo conoscono, dice di essere promesso sposo di una giovane di nome Rosa…”

“Aspetta!” lo interruppe la moglie…” Tu vuoi darlo alla nostra Rosa! Un ragazzo malato di testa, che si è presentato qui nudo…nudo senza una lira, senza una famiglia, senza memoria…”

“Brava, ecco il punto” ribatté il marito “senza memoria! Questo picciotto non sa nulla, non ricorda nulla, io ho sentito dire che i mericani lanciano certe bombe che ti strambano il cervello per sempre, e questo è preciso preciso per noi! Pensaci bene…lo sposiamo a Rosa, lo teniamo qui a casa, gli diciamo quello che deve fare, all’occorrenza ci da un nipote erede e il gioco è fatto…e poi non è manco un brutto giovane…”

Ma la moglie insisteva: “A me non interessa se è bello o brutto…io non voglio dare mia a figlia ad un nessuno, questo è un nessuno, non sappiamo nulla di lui…”.

E Zi Peppe incalzava: “Si ma nemmeno lui sa niente di noi! Non sa nulla, ci vedrà come la sua unica famiglia, come i suoi genitori e al paese si dirà che è un picciotto di Messina conosciuto alla fiera, che so, qualche balla fatta bene si trova. Poi li sposiamo e finisce la camurria! Ma lo vedi, là sul letto, pigliato dalla botta, non si ricorda nulla, ce lo compriamo con un pezzo di lardo…hai visto come si sucava quel pezzo di lardo stamattina!!!”

“Tu vuoi solo un pupo, un pupo che vuoi manovrare, di tua figlia non t’importa nulla questa è la verità…”

E Zi Peppe che non mollava di un palmo…

“Mia figlia l’ho fatta io ed è cosa mia, come i muli, come le vacche, come questa casa   è roba mia e decido io che fare di lei. Carolina è deciso, sono io il capofamiglia e tu devi stare zitta, ti ho portato qua per dirti cosa voglio fare non per discutere, ti devi regolare, vedi di tenere a bada la lingua con le tue comari e di far funzionare quel cervello arrugginito che hai!”

E fu così.

D’altronde Zi Peppe Liggio non era uno a cui si poteva dire no a cuor leggero, in poco tempo grazie alle sue amicizie gli procurò dei falsi documenti e Calurieddo divenne lo sposo di Rosa. Si disse che si erano fidanzati in fiera a Messina e che poi lui subito era partito per la guerra fino a quel ritorno da eroe riformato per ferite in combattimento e si vantava con la moglie di come in poco tempo fosse riuscito a costruire una nuova identità a quel giovane, a quel perfetto sconosciuto che ora aveva un nome e un passato, falsi, falsissimi ma utili alla causa di Zi Liggio.

La cerimonia fu sontuosa e Zi Liggio si beava del suo astuto piano, le sue ricchezze i suoi averi, i poderi, le bestie erano tutte sue ancora, la dote di Rosa avrebbe continuato a gestirla lui, indisturbato, padrone anche delle anime dei suoi sottoposti. E quel genero, quanto era sciocco e goffo quando si dava al ballo con la sua sposina. E rideva di gusto Zi Liggio avvinto dall’alcol e dalla sua smania di onnipotenza, e si rovesciava addosso litri di buon vino incapace ormai di centrare le pur larghe fauci e rideva, rideva a crepapelle di quel beota che aveva dato in sposo alla figlia e che era solo una scimmietta mansueta sulla sua spalla.

All’indomani la ‘gnura Carolina non si capacitava ancora di aver dato la figlia a quello scemo di guerra ma pian piano si ravvide e sogghignava anche lei quando le sue comari la vantavano di aver fatto un bel matrimonio e di essere fortunata di avere tanta grazia.

Erano passati solo due mesi da quando Calurieddo nudo e perso si era presentato sotto casa di Zi Liggio e con un colpo di genio il vecchio volpone aveva stravolto le sorti della famiglia, aveva sposato la figlia, aveva mantenuto le ricchezze ed era riuscito ad allontanare le bramosie di quei paesani che da tempo avevano messo gli occhi addosso a Rosa, cosa poteva sperare di più. Si portava dietro Calurieddo dappertutto, lo presentava come un figlio ai suoi debitori, gli mostrava dove teneva nascosti i pezzi d’oro e le monete borboniche strozzinate ad un ad barone decaduto ed ora dal valore in estimabile ed il giovane apprendeva. Era solo un po’ restìo a farsi vedere in giro, la domenica andava alla messa presto, non girava in paese e se ne stava perlopiù a Mulisa, era schivo, riservato, quasi quasi c’era gente in paese che non sapeva nemmeno come fosse di faccia. Il tempo passava e Calurieddo si addentrava sempre più negli affari della famiglia, faceva conti, trattava con i debitori e riscuoteva i crediti e pareva sempre meno babbo di quello che sembrava. Zi Liggio si dava vanto, era stato lui a crearlo, a plasmarlo come un vaso d’argilla a suo piacimento.

Poi, una notte si sveglio di soprassalto come se qualcosa l’avesse spaventato nel sonno, spalanco gli occhi ma poi fu avvinto ancora dall’ assopimento e rinfossò nel letto. All’indomani si svegliò stralunato, aveva un mal di testa che gli martellava la tempia, chiaramente figlio di una nottata travagliata. Si vestì, cercò Calurieddo perché dovevano andare in fiera ma non riusciva a trovarlo, non era nelle stalle, non era nella masseria, non era nei campi. Allora chiamò Rosa e gli chiese che fine avesse fatto il marito ma Rosa lo sorprese:

“Che ne so io…” disse la figlia.

“Ma come non dormite assieme? Non lo senti al mattino quando scende dal letto…?”

E la povera sposina..

“Vossia non lo sa padre, ma lui dorme per terra, dice che nel letto gli vengono gli incubi della guerra e preferisce stare scomodo così non sogna. Stamattina quando mi sono levata lui non c’era già.”

Che cosa strana, pensò Zi Liggio. Poi però iniziò a insospettirsi a pensare nel mentre che arrivava la moglie correndo dalla casa. E quella corsa fece scorrere un brivido freddo sulla schiena del vecchio tirchio, il brivido peggiore della sua gretta vita, premonitore di quello che era accaduto.

Era sparito l’oro di donna Carolina, erano sparite le monete borboniche e i pezzi d’oro, si scoprì pure che alla fiera quel giorno stesso all’alba aveva venduto sulla parola trentasei vacche, cinque cavalli, tredici puledri e una ottantina di conigli a un possidente di Troina con cui da sempre Zi Liggio aveva fatto affari e che, appunto, sulla parola aveva pagato in contante Calurieddo e che arrivò li a prendersi gli armenti. Ma era sparito anche mezzo mulino venduto a prezzo conveniente due giorni prima, era sparita la riserva di legna accatastata nel bosco che s’arrampicava sul monte Serra dei Ladri ed erano spariti pure tutti i creditori a cui Calurieddo con apposito atto scritto e depositato presso il notaro Caliandro di Naso aveva abbonato il debito con pagamenti immediati ma ridotti a un quinto del valore nominale e che ovviamente aveva riscosso lui a nome del suocero…come spesso aveva fatto in comune accordo tra Zi Liggio e il notaro che quindi, quella volta, non aveva sospettato nulla.

A mezzogiorno di quella orrenda giornata Zi Liggio si accorse di non avere più nulla, anzi di essere ora lui nei debiti. Voleva morire, voleva farsi mangiare dalla sua stessa terra. Iniziò a delirare, scalcio una scecca, assalì la moglie e prese a maleparole la figlia, cercarono di calmarlo, arrivarono i Carabinieri lo portarono in casa e lo ridussero alla calma ammanettandolo ad una sedia.

-Che è successo Zi Liggio? avete terremotato un paese stamattina!-

– M’ha preso tutto maresciallo, m’ha preso tutto!- rispose il meschino.

– E denunciatelo….datemi i dati, c’è la guerra, siamo mobilitati ma cercheremo di prenderlo quel ladro saltafossa-

-I dati…i dati? – ripeteva stralunato il vegliardo.

– Si, nome cognome, eccetera- ribatté il maresciallo

-I dati……-

Zi Liggio lo sapeva che non c’erano dati, non c’era nome, non c’era cognome, non c’era nulla, aveva creato tutto lui, gli aveva falsificato tutto per farlo sposare alla figlia, aveva corrotto l’ufficiale dell’anagrafe, aveva pagato timbri e bolli a destra e sinistra.

Non c’era dati, non c’era nulla, “Calurieddo”? Bah forse nemmeno così si chiamava…Zi Liggio sapeva in cuor suo che quel picciotto era un nessuno, un diavolo mandato a distruggerlo direttamente dall’inferno. E cosa poteva rispondere ora ai Carabinieri, poteva solo dire nessuno ha bussato nudo alla mia porta, a nessuno ho dato mia figlia e nessuno ora mi ha derubato di tutto. Come un novello Polifemo si era messo nel sacco con le sue stesse mani. Chinò la testa ormai sconfitto da tutto, stette un po’ così, poi quando rialzò lo sguardo si accorse di qualcosa al centro del tavolo.

Una striscia di lardo era lì al centro del tavolo in bella mostra. E Zi Liggio improvvisamente si ricordò delle sue parole all’indomani dell’arrivo alla tenuta di Calurieddo, quel : “…ce lo compriamo con un pezzo di lardo” . Ahi quale sorte beffarda lo aveva avvinto e deriso! Quel pezzo di lardo, ora, era l’unica cosa che gli restava!

Balzò come un lupo famelico con tutta la sedia a cui era ammanettato, azzannò quella striscia di maiale ricadendo fragorosamente in terra e sfracassandosi la testa sul pavimento duro e freddo.

E quel giorno stesso morì.

©Cristiano Parafioriti

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