UMILE

Novella n° 16


Il paese aveva certamente tanti idoli. Questi idoli se li costruiva ogni giorno perché bisognava continuativamente attaccarsi a qualcosa pur di sopravvivere. Il sindaco, il collocatore, il medico di famiglia, l’assessore X, l’ingegnere, il maresciallo dei carabinieri diventavano improvvisamente idoli, personaggi al di sopra di tutti che, nella comune credenza (magari non solo) avevano potere e potestà divina di farti prendere un sussidio o darti un lavoro, un po’ di lavoro, qualche lavoretto o soltanto l’illusione di tutto ciò. Ma gli idoli erano anche solamente “cose” e non “persone”. C’era il dio del lavoretto temporaneo al cantiere, il dio della firma periodica alla forestale e al “bosco”, il dio della raccolta delle olive e della vendita dell’olio, il dio del sussidio di disoccupazione, il dio delle sartorie che elargivano lavoro nero, il dio dell’assegno di malattia, il dio della ditta che assumeva operai. Insomma il politeismo di paese era religione diffusa anche perché quello c’era ed a quello bisognava aggrapparsi. D’altronde fin dal tempo dei romani la Sicilia era stata solo una provincia sfruttata dell’Impero e poi nel corso dei secoli non è che le cose fossero poi andate tanto diversamente, sfruttati da Arabi, Normanni, Borboni, dal Regno, dallo Stato, un po’ da tutti quelli che erano passati insomma e poi, anche noi, nel tempo c’avevamo messo molto del nostro. Ci rimanevano l’arte di arrangiarsi e la speranze, due cose che a noi siciliani nessuno toglierà mai, e si andava avanti con queste due fedeli compagne che assicuravano, come minimo, un pezzo di pane ed un sorriso, sostanze umili di gente umile insomma che riconsegnavano dignità e che nutrivano l’anima. Gli idoli infatti dopo un po’ sparivano, erano solo divinità vane costruite dagli uomini che il tempo e la storia pian piano usuravano, i sindaci cambiavano, i medici andavano in pensione, il collocatore non aveva più lavoro da collocare, i cantieri non c’erano. Tristezze, delusioni, illusioni, tutte queste cose venivano immerse in un calderone di mestizia che spesso assopiva anche la voglia di alzarsi dal letto la mattina.

E allora si cercava un dio vero, un dio che risolvesse veramente i problemi e che lo facesse in modo duraturo, sì, un dio molto simile a quello che padre arciprete (vero sant’uomo) leggeva a messa la domenica, che facesse parlare i muti, vedere i cechi, guarire gli storpi, o che regalasse un posto fisso, un tredici, un sei al superenalotto. Lì, in quel libro che il prete chiamava Vangelo, quel Dio si chiama Gesù ma in paese c’erano i Turi, i Peppe, i Nini, i Calogeri, gli Iapichini ma di gente con quel nome non ce n’era, niente miracoli dunque, bisognava solo rimboccarsi le maniche e lavorare sodo con quel poco che c’era. Nessuno moriva di fame, c’erano difficoltà, è vero, ma nessuno faceva elemosina ai bordi delle strade, nessuno a sera dormiva all’aperto perché, in fondo, ci si aiutava tra parenti, tra amici, tra vicini e poi magari, ci si scannava anche per un pezzo di terra ma d’altronde i siciliani sono animali dal sangue caldo si sa’. Era dunque inutile cercare quel dio nelle facce degli uomini, o tra i gradini delle Case Popolari, o sotto l’antenna dei Pilieri, o al Castello, al Serro o sulla gradinata maestosa della Chiesa di san Luca, quel dio non era là, non era a né a Galini e ne a San Basilio e purtroppo nemmeno a Salicaria. Quel dio, noi paesani ce l’avevamo dentro di noi, molto in fondo al nostro cuore e lo chiamavamo “Signuruzzu”. Un Dio lo bestemmiavamo, con un altro ci incazzavamo, Gesù lo spergiuravamo e lo rinnegavamo, e ogni tanto insultavamo addirittura il Bambinello, ma il “Signuruzzu” no, era sempre nel nostro cuore, nelle nostre preghiere, nella nostra anima. Lui ci amava sempre, fin dalla nostra nascita, anzi, fin da prima, non per nulla aveva creato questo bellissimo intreccio: un paese di montagna in una terra in mezzo al mare. Quale dolce dono ci aveva fatto il Signuruzzu per averci fatto nascere là, al nostro paese! E ci reggeva ogni giorno nelle nostre fatiche quotidiane e ci aiutava sempre, ci perdonava, ci sosteneva e noi lo sapevamo. E quel Signuruzzu era dappertutto, a Salicaria come ai Misirri, al Serro come ai Pilieri ma per noi Lui si materializzava lì, a Santa Caterina, in una semplice cappella scarna dove era appeso ad una croce di legno povero. Una volta all’anno, per le feste d’Agosto, il paese lo vedeva scendere dalla croce e venire in mezzo a noi, non solo perché fisicamente ne traslavano la statua lignea per la processione ma perché in quel preciso istante il nostro “Signuruzzu” era là, tra la gente e  lo sentivamo vivo più che mai e come non mai, si percepiva nell’immane silenzio che d’improvviso copriva la piccola chiesetta di Santa Caterina. Era nei volti e nei cuori di tante mamme che pregavano il Signuruzzu per i loro figli, era a sua volta nei figli che chiedevano salute per i genitori malati, era negli anziani che aspiravano solo ad una morte serena, era nelle lacrime dei sofferenti, dei disoccupati, dei licenziati, era lì e scendeva dalla sua croce ed era un Signuruzzu umile, come il frate che l’aveva scolpito e quasi quasi stonava quella corona di spine in oro che gli mettevano in testa. In realtà quell’oro era sacrificio dei tanti figli emigrati in Argentina, a Lanus, a Cordoba, a Buones Aires, a Rosario, che gliel’avevano donata affinché in testa quel crocifisso avesse anche loro, esuli, lontani, dimenticati, che dalle loro teste e dai loro cuori però, non avevano mai dimenticato l’amato paese di Sicilia. Umile quel Signuruzzu stendeva le mani ed i piedi sulla nuova croce pronto ad essere di nuovo “trafitto dai nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità” e ci perdonava sempre, ci riempiva di grazie e di misericordia. E le lacrime scavavano i volti là, a Santa Caterina, in quella calda mattina d’Agosto quando il Signuruzzu, il nostro Signuruzzu veniva issato sulla sua croce, alto, immenso, commovente.

Umile.

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