Un caffè con Ermonela Jaho

di Sandro Corti

Intervista effettuata a Madrid il 7 luglio 2017


Non credo sia necessario dilungarsi nel presentare una delle grandi artiste del panorama lirico attuale, contesa da grandissimi direttori e capace di suscitare emozioni così forti come forse nessun altro soprano è in grado di fare. Mentre sto scrivendo sento ancora addosso  la commozione profonda, l’esaltazione che mi hanno procurato le due recite di Madama Butterfly cui ho assistito a Madrid in questi giorni. E incontrandola scopri che tutta quella profondità e sensibilità che esprime sul palcoscenico attraverso i personaggi che interpreta, o meglio vive, la ritrovi anche nella donna Ermonela. Ci ha concesso il privilegio di incontrarla e di condividere la conversazione che segue con una generosità straordinaria e  per la quale la ringraziamo dal profondo del cuore.

Ermonela, vorrei partire subito da un aspetto peculiare del tuo essere artista. Nel tuo modo di affrontare i personaggi c’è sempre, ormai è unanimemente riconosciuto, un farsi carico del dolore del personaggio,  te ne impossessi è  un gettare il cuore oltre l’ostacolo. In questa cosa, di vivere il dolore dei personaggi che interpreti, penso a Butterfly, a Suor Angelica, a Violetta, secondo te c’entra  quello che si è vissuto durante la proprio esistenza?

Assolutamente, secondo me al 100%. Perché  per me il teatro, il canto, sono una terapia, una catarsi, e non è soltanto per dire queste belle parole, terapia e catarsi, ma è veramente così. Noi esseri umani  abbiamo  il percorso della nostra vita, però ognuno di noi ha tanti colori, colori belli  e meno belli: si sorride, si piange,  si soffre, si vivono dei traumi e queste esperienze sono dentro di me, dentro ognuno di noi. Ognuno di noi ha un proprio modo per canalizzarle e farle venire fuori: io ho trovato questa via attraverso il canto. Per questo, in questi ruoli Suor Angelica o Butterfly o La Traviata, in  qualche maniera ritrovo anche dolori che sono miei, che vengono fuori e grazie a  Dio,  io mi reputo anche fortunata perché in qualche maniera diventa, sì, diventa una terapia, meglio di quello che potrebbe fare uno psicologo; e poi l’artista non può essere falso sul palcoscenico, perché sul palcoscenico viene fuori la tua anima, sei a nudo,  e questo il pubblico lo capisce, non lo puoi ingannare. Se nella vita di tutti i giorni vogliamo in qualche maniera non dire le nostre cose, perché  si vive in una società in cui una persona poi viene giudicata, e quindi cerchi di tenere per te la tua storia, sul palcoscenico, sì, non dici con le parole: io Ermonela ho passato questo, quest’altro, però ti mostri attraverso la voce, attraverso la storia di qualcuno, di un altro, in quel caso il ruolo che tu canti. Alla base di tutto ci sono sempre i sentimenti umani universali. E’ un effetto catartico e il pubblico questa cosa la sente. Il pubblico non si può ingannare e credo che la verità venga fuori: questa è anche la chiave del mio successo e, se posso dirlo, io l’ho scoperto un po’ piano piano perché anche la voce è anche una cosa che esce dal tuo cuore dalla tua anima, è il ponte che va dal cuore, dall’anima dell’artista all’anima di chi ascolta.

In questo senso io credo che tu rappresenti un po’ un unicum nel panorama operistico o, per lo meno,  un qualcosa di estremamente raro in questa tua capacità di appropriarti in modo così forte del ruolo che interpreti

Vero, ma bisogna avere anche il coraggio. Quando ci si passa da certe cose, da certe difficoltà della vita si ha più coraggio, ti vedi più forte e non hai vergogna e non hai paura di aprire la tua anima. In questo caso io lo faccio sul palcoscenico, e urlare o piangere veramente, mi consente di entrare in un’altra dimensione. Questa è una cosa che mi ha migliorato molto come essere umano e  mi ha rafforzato molto, anche come Ermonela. Sì,  quasi al 100% si può dire che è la nostra vita che portiamo sul palcoscenico.

Ogni tanto mi pongo una questione, secondo te quanto conta la fisicità, cioè il come si è fisicamente, non dico la bellezza, quando si interpreta un personaggio, per la sua resa, la sua riuscita?

Sì, la fisicità c’entra molto, per essere credibili, perché la musica è come la vita di tutti i giorni e tu porti la vita  di qualcun altro sul palcoscenico. Nella vita di tutti i giorni ogni essere umano vive con tutto il corpo  e la stessa cosa deve essere sul palcoscenico. Anche se tu non canti, uno sguardo, un movimento, cantano con te, cioè trasmettono lo stato d’animo, quello che tu senti.

Mi spiego, sto pensando a quella Suor Angelica, così piccolina di fronte alla monumentalità della Zia Principessa, così ieratica, terribile, fredda…

Quella è stata una scelta fantastica, quella di rendere proprio la vulnerabilità di questa suora…

Sì  che poi, però, emette dei ruggiti incredibili, riesce a spaventarla quella zia Principessa con una reazione fatta di accenti terribili,  rabbiosi, con un senso di ribellione che solo Ermonela avrebbe potuto trovare… Mai mi era capitato di vedere una Suor Angelica con quel temperamento…

Sì, quella Suor Angelica è stata una cosa eccezionale.  Ecco io, per ritornare alla terapia, in quel periodo
avevo perso da poco i miei genitori e non ho potuto piangere.  Io non sono un essere umano freddo, come vedi, anche sul palcoscenico io mi commuovo veramente. Mi commuove anche un film, una qualunque cosa ma in quel momento mi sentivo traumatizzata, non lo so, non ci pensi di  poter perdere le persone così care a te e lasciando l’Albania, sempre avevo questa paura, mi dicevo “ma se io perdo la mamma e il papà, ma io vorrei stare lì con loro almeno per sentire l’ultima parola” poi, esattamente quello di cui avevo paura è successo. Non ho potuto stare lì. In qualche maniera ero traumatizzata, e  proprio in quel periodo mi hanno chiamato per andare a Londra per Suor Angelica a sostituire Anja Harteros,  una settimana, otto giorni prima della recita, del debutto. Si provava, si facevano le prove e nel frattempo anch’io studiavo la parte, perché era la prima volta. Quando arrivai sul palcoscenico, la musica ha questo effetto e quel pianto che non ero riuscita a tirare fuori, quella tristezza che mi era rimasta dentro troppo a lungo, da buoni mediterranei che siamo, siamo molto espansivi, è venuta fuori lì.  Mi dicevo, ma cosa canto, non sapevo se la voce stesse andando bene, non avvertivo più il controllo della tecnica e il giorno dopo il debutto, avevo quasi paura di vedere le critiche, mi dicevo “Oddio io ero così presa… mi sono messa a piangere!”, era un urlo proprio della mia anima, che ho pensato, “Chissà, adesso troveranno tutti i difetti tecnici.” Però mi sorpresi di scoprire  come era stata recepita questa emozione vera, perché era vera, e come avesse toccato tutti, anche i giornalisti più… “freddi” diciamo. Erano tutti commossi di questa cosa e ho capito che lì sono diventata al 100%  cosciente che la mia anima è piena di sentimento e la voce deve essere uno strumento per trasmettere emozioni, puoi avere la voce più bella del mondo, più grande del mondo, ma se non trasmetti emozioni dopo dieci minuti il pubblico si stanca perché vuole qualche altra cosa da noi che facciamo teatro. Pensa al teatro della Grecia antica, a come è nato, è nato come effetto catartico e per me Suor Angelica è stata veramente una terapia. Per la prima volta, il mio lutto per la perdita dei miei genitori, ha cominciato a scaricarsi. Per questo è una cosa che ha toccato, perché era un dolore vero. Era una cosa che anch’io non mi aspettavo di riuscire a scaricare in quel momento.

Se ci aggiungi l’effetto prodotto dalla musica di Puccini…

Puccini sa veramente dove mettere il dito per rappresentare, far sentire il dolore.

Butterfly è innamorata, una sposa bambina, l’amore di una quindicenne per Pinkerton, non credi che non sia solo l’amore a tenerla aggrappata alla speranza, ma anche l’idea di essersi emancipata socialmente? Pinkerton per lei rappresenta un’occasione di riscatto, lei, così orgogliosa di appartenere ad un famiglia della nobiltà giapponese, decaduta, lei declassata al ruolo di geisha, insomma la prospettiva di assumere lo status di cittadina americana…

Sì, sì… Ma io credo a tutte e due le cose. Io, quando penso alla Butterfly, penso, sì lei ha quindici anni però, ha anche una vita vissuta, perché proviene appunto da una famiglia ricca, poi, sai com’è la vita, oggi sei ricco domani sei povero, e lei si è trovata a 13 anni  per strada, ha dovuto chiedere l’elemosina per sopravvivere con sua madre, cioè ha quindici anni ma vissuti intensamente e ha dovuto acquisire una certa consapevolezza delle cose del mondo. Però non so veramente quanto conti l’idea di emanciparsi, sì però  lei effettivamente rinuncia a tutto perché vuol cambiare vita.

Sì sostanzialmente quello intendevo…

Sì lei vuol cambiare vita, ed è disposta, nonostante le regole giapponesi, leggi  per cui la famiglia è importante, a  rinnegare tutti, per stare con lui. Sì, vuol cambiar vita, come se volesse dimenticare quello che ha passato. In qualche maniera la trovo un po’ vicino a me, non dico al 100% ma anch’io volevo diventare una cantante in qualche modo, sì, amo la mia terra ma volevo cambiare la mia vita: nessuno ci credeva  in un momento in cui l’Albania passava dei momenti non belli, la fame, e tu decidi di andare in Italia con le tasche vuote, per fare la cantante lirica… Ma chi ci credeva! Ma io sì! Ero ritenuta pazza, in qualche maniera… sì, sì è bella la domanda, sì Butterfly voleva cambiare tutto, cambiare vita… Effettivamente conta Pinkerton, ma anche l’occasione di cambiamento che lui sembra offrirle.

E, visto che ne hai parlato, la tua è una storia straordinaria, voglio dire, partire da un paese che stava attraversando un momento difficile per inseguire quello che, effettivamente agli occhi di molti poteva apparire un sogno impossibile, una bella scommessa, che determinazione, Ermonela

Sì, perché in Albania era caduto il comunismo ed eravamo così ignari, tu non sapevi niente di quello che era la realtà vera, di quello che succedeva fuori. Eravamo cresciuti io e di conseguenza anche i miei genitori nella convinzione che noi eravamo il paese più felice al mondo,  un po’ come nella Corea del Nord. E tutto quello che succedeva fuori era sconosciutissimo e poi nel momento in cui è caduto il comunismo, io avevo questo sogno grande di venire in Italia, mi sembrava che tutto sarebbe stato così bello, i tappeti rossi…

E invece hai dovuto costruirlo un po’ alla volta con grande forza e determinazione…

Certo, assolutamente!

Quindi in Italia, prima con la Ricciarelli e poi all’Accademia di Santa Cecilia. Quanti anni hai passato in Italia?

In Italia diciassette anni, ho lasciato il mio paese a diciotto, cioè la mia seconda vita è stata in Italia, l’Italia per me è la mia seconda patria.

E quando ci torni?

Ma io ogni anno giusto due e tre giorni per annusare un po’ l’Italia, ne sento il bisogno.

E a cantare?

A cantare… Per il momento sembra un po’ difficile, non so perché, mi dispiace perché col patrimonio italiano, con l’opera, che è italiana, vive tutto il mondo.

Vero, io ho visto questa cosa dei 750 schermi disseminati per tutta la Spagna che hanno offerto la diretta della recita di Madama Butterfly del 30 giugno… In Italia questo tipo di iniziative sono impensabili…

È una cosa che mi ha toccato, quasi ho pianto, ti dico la verità perché… Butterfly, Puccini, italiano, ma italiano proprio e qui l’evento l’hanno seguito più di un concerto rock, tra Twitter ed altri social, sai sono riusciti a tracciare i contatti, in tutto 18 milioni si sono connessi, perché la gente ha bisogno di queste emozioni!

 

Quello che trovo stupefacente nelle tue interpretazioni è il fatto di riuscire, nonostante questo esondare della passione e del sentimento, della rabbia a volte, a mantenere l’assoluto controllo del canto, dell’aspetto tecnico

Sì, perché noi parliamo di esprimere il sentimento, di non risparmiarsi sul palcoscenico, però mai,  mai dimenticare che la voce non deve essere compromessa, si inizia e per me si finisce quando cade il sipario.  È  una tecnica, io ci tengo molto, ho lavorato tantissimo e lavoro sulla tecnica, tutti i santi giorni, per permettermi, nel momento della mia espansione, di non rovinarmi, di evitare di bruciarmi, e cantare, urlare, piangere può compromettere molto la voce e devo essere cosciente che tecnicamente la preparazione va fino al punto in cui devo mettere la marcia indietro. Uso sempre un tipo di respirazione che ha a che fare con lo yoga e con la meditazione. Io, poi, vado molto in palestra per avere questo controllo  sugli stress… Perché se tu in un certo momento hai urlato, sei stata disperata dal punto di vista emotivo, o hai pianto, la mia tecnica mi consente di dire:  “attenta perché qui viene un momento critico”. E questo mi aiuta molto, e però è un lavoro, sono molto cosciente di questa cosa, la parte razionale che bisogna sempre mantenere vigile. La mia non è una tecnica speciale, ma una tecnica che io definisco di controllo.

La tua bella tecnica della quale sei come sento assolutamente consapevole, è anche quello che ti preserva dal corrompere la voce. Mi spiego,  33 Butterfly in un anno sono tante, ma cantando nel modo giusto si possono fare senza mettere a rischio il proprio strumento vocale

Bisogna essere molto onesti con noi stessi, che significa accettare anche i nostri limiti, questo è importante. È come quando uno sportivo va a correre una maratona e deve sapere, deve essere anche uno stratega dal punto di vista emotivo, tecnico. Quando cominci a cantare una parte, in questo caso  Butterfly, si deve essere consapevoli dei punti deboli, dei punti forti. E si lavora per mescolare, per non dare impressione della mia debolezza in certi momenti. So dove mi devo risparmiare, bisogna essere uno stratega, perché è tuo dovere d’artista, da quando si alza fino a quando si chiude il sipario non si deve compromettere niente. E poi per durare come cantante sì, 33 Butterfly… Oddio,  quando io ho visto infatti tutti mi dicevano: “Sì cancella questa, cancella quell’altra”, ma è una prova che do a me stessa, voglio vedere se la mia tecnica è veramente solida e se posso riuscire. Ieri era la ventunesima per quest’anno e oggi ancora riesco a parlare e posso dire che “ah, va bene…”. Io faccio sempre un resoconto sempre; quando finisco di cantare faccio un piccolo vocalizzo per vedere dove ho spinto e se è tutto a posto, è veramente un controllo maniacale a cui mi sottopongo. Perché bisogna essere così se vuoi durare.

Bellissimo il tuo rigore, direi che è uno dei tratti salienti del tuo modo di essere

Devi! Devi, perché sennò lo paghi! Perché con la giovinezza si canta fino a 30 anni. Io ho studiato la foniatria e in virtù di questo, perché non tutti credevano in me e nella mia capacità di  affrontare questo tipo di repertorio, ho detto, vediamo un po’. Ho studiato la foniatria per vedere come funzionano le corde vocali, perché  credo che dovrebbe essere un dovere in tutti i conservatori, per tutti gli insegnanti di canto, per tutti i cantanti conoscere il proprio strumento. A quel punto  tu, in quella maniera conosci i tuoi limiti, sai fin dove puoi arrivare, conosci anche come funziona la voce.  Fino a 30, 31, 33 anni, anche se non hai una buona tecnica, ma hai materiale, buono, e gli esempi li abbiamo avuti, in 24 ore tu recuperi, i tuoi muscoli ancora giovani recuperano ma dopo i 35 anni non si recupera più, è la natura, lo dice la medicina che noi perdiamo ogni anno l’un per cento della massa muscolare perché la vita è così e per le corde vocali, per il cantante, è lo stesso. Se fino a ieri lo sforzo sulle corde vocali veniva recuperato in 48 ore, dopo non viene recuperato più e il lavoro che fai tecnicamente e fisicamente, essendo cosciente di come funzionano le corde vocali, consente di scaricare tutto lo sforzo sui muscoli del corpo e non sulle corde vocali perché non recuperando più come prima, la voce incomincia a ballare, e questo e quell’altro problema.  Questo studio un po’ extra, questa determinazione, mi ha fatto capire questa cosa e lo vedo. Tutte queste Butterfly e non solo, ho fatto tante Traviate, ho un repertorio abbastanza vasto, con i miei limiti, sono sempre molto onesta con me stessa, però il fatto di scaricare  lo sforzo  sul corpo e non  sulle corde vocali  fa durare. Nel momento in cui scopri questo meccanismo, non lo devi lasciare mai più, perché se lo lasci una volta ti lascerà per sempre. Ecco io oggi sono a riposo ma più tardi andrò in palestra, anche se non ho dormito per l’adrenalina dovuta  allo spettacolo di ieri sera, perché devo sentire che i muscoli sono lì e già penso alla prossima recita.

Tu sei una grandissima cantante, però sei anche una grandissima attrice. Io ricordo che una grandissima cantante del passato, Raina Kabaivanska, in un’intervista nella quale le veniva chiesto come riuscisse ad essere pure straordinaria nella recitazione, lei rispose che era la musica a guidarla

La musica, sì la provoca, la suggerisce però, la musica è come quando si semina un campo e bisogna che anche la terra sia fertile, la musica è il seme però dipende molto da chi lo riceve quel seme. È  vero, io non ho studiato teatro, per me il vero teatro è stata la vita, cioè la terra è la mia anima di cantante, con la mia storia, la storia di ognuno di noi e la musica getta il seme su questo terreno pronto ad accoglierlo e farlo germogliare. E sono d’accordo con la grande Raina, però bisogna essere predisposti, perché ci sono anche dei colleghi, dei cantanti, voci fantastiche,  che però non ti dicono niente, non è per criticare, però ognuno di noi ha la propria maniera per dire per tirare fuori quello che ha dentro.

Io ho sempre pensato che nell’opera l’aspetto legato alla recitazione sia importantissimo

Assolutamente! Perché  l’opera è un’arte multidimensionale. E la voce da sola non basta.

Quando un cantante è un attore lo senti anche da come marca le parole, le frasi, le parole sono importanti, il loro significato, il loro suono assumono potenza dalla e con musica. Ti faccio un esempio, sempre nella tua Butterfly la frase lanciata contro Suzuki, “Vespa voglio che tu risponda”, la fai in un modo così incisivo, efficace e lì come in molti altri momenti della tua interpretazione si coglie il tuo essere attrice tout court

Lì Butterfly è disperata, oddio se vai ad urlare e poi devi cantare può essere rischioso, ma quando lasci l’anima libera può esserci anche l’urlo perché lì Butterfly è disperata, sta aspettando, è il suo delirio non so… Sai lei aspetta Pinkerton, è un momento terribile, è da 3 anni che lo aspetta. E Suzuky che non risponde,  e tu, sì, infatti, è una cosa terribile, la senti  perché ti metti sempre nei panni del personaggio  che canti. Io, in una situazione del genere,  non riuscirei a rimanere in attesa di quella decisiva risposta.

Il tuo “Un bel dì vedremo” è un gioiello di interpretazione, vivo palpitante sentito, l’attacco in pianissimo è da brivido, poi c’è un altro momento che trovo assolutamente geniale, la pausa che ti concedi prima del “per non morire al primo istante”, una pausa molto, molto lunga

Sì, è voluta, è voluta! Perché anche lì, è una cosa che la commuove così tanto, l’idea che quando arriverà lui, magari le mancherà il respirore, non saprà resistere a tanta emozione… Qui c’è una pausa, Puccini stesso indica un respiro, e quel respiro messo lì è voluto, è da interpretare, Puccini  lo lascia a te come artista da gestire e a me personalmente mi ha suggerito questa cosa: “resisto non resisto”, te lo prepara. Lui prepara tutto, non bisogna mai ignorare neanche un punto, neanche una virgola, c’è sempre una ragione in Puccini. Lui sapeva molto bene come scrivere,  perché non è l’epoca delle arie, con la cabaletta, suggerisce l’idea del parlato. Inoltre Puccini era un finissimo conoscitore della psicologia.

Non trovi che l’inizio del monologo di Butterfly con Sharpless, “Che tua madre, dovrà prenderti in braccio” abbia un po’ l’andamento di una marcia funebre, che poi proprio sulla prospettiva della morte va a finire?

Sì è vero, è vero. E’ molto commovente. Sai che quando feci la prima volta Butterfly, in molti mi dicevano che con le mie caratteristiche non sarei stata in grado di cantarla. Proprio in quella scena mi ricordo che la prima volta piangevo di fronte al bimbo, e in ogni Butterfly successiva ho osservato le reazioni del pubblico, dei colleghi, del bambino stesso. La cantai qualche anno fa in Albania e il bambino che mi hanno portato aveva 3 anni. Molto, troppo piccolo. Però è stata una scuola per me, perché io avevo paura di spaventarlo, e cercavo di accarezzarlo per evitare di scioccarlo, perché una madre deve proteggere. E questa cosa mi ha aiutato molto perché a seconda della sua reazione io vedevo l’affetto che davo. Io non sono una mamma. Ho cresciuto i miei fratelli, ho fatto la baby sitter, però forse dentro di noi l’istinto della mamma c’è sempre e avere un bambino così piccolo mi ha aiutata a controllare certe cose,  ad evitare di strafare. Sì, lo fai ma mai in quella maniera davanti al bimbo, basta anche un abbraccio, un abbraccio dolce anche se il tuo cuore sta impazzendo e questa cosa mi ha aiutato molto in quel momento e anche alla fine nel “Tu,tu piccolo Iddio”, a controllare certi eccessi. Mi ha dato un’arma in più per gestire l’emozione di quei momenti.

I prossimi impegni, Ermonela?

Ah, i miei prossimi impegni! Dopo le Butterfly di Madrid, l’ultima recita sarà il 21 luglio, ne ho altre due a Peralada, in Spagna, all’aperto però non è Verona e non è Orange, è in un castello con 1300 posti. Poi ho dieci giorni per aggiustare la tecnica e andare a cantare La Traviata al teatro Colon di Buenos Aires, perché non si può cantare Violetta con la stessa tecnica della Butterfly. Con Puccini devi allargare in certi momenti perché te lo chiede il tipo di orchestrazione nella Traviata: è come chi corre la formula uno, dipende dalla strada, dal circuito, come canti la Butterfly non puoi cantare la Traviata. Quindi 10 giorni, sperando di fare in tempo di cambiare le marce e poi dopo ci sono le prime prove per Suor Angelica a Monaco, la Butterfly in forma di concerto agli Champs Elysees, la Thais a Beijing  con Placido Domingo, poi il Metropolitan per un’altra Butterfly, un’Antonia nei Racconti di Hoffman ad Amsterdam a giugno e, insomma, ho l’agenda piuttosto piena già fino al 2022.

E l’Italia per adesso non si vede all’orizzonte…

No, e mi dispiace tanto perché l’Italia, ripeto, per me è come una seconda patria, è dove ho vissuto il periodo della mia vita, dove ho costruito il vero carattere di Ermonela. E poi l’Italia è il paese per eccellenza per il canto dove ho imparato moltissimo ed è veramente una terra fantastica, mi manca tanto quanto mi manca l’Albania. E vorrei tanto cantare lì, speriamo, speriamo… Ci sono due possibilità che non sono ancora sicure e speriamo che si concretizzino.

Altri progetti?

Io amo molto anche dare lezioni, dare quello che ho imparato alle nuove generazioni. Oggi come oggi alcuni giovani cantanti dicono: “Io sono pucciniana, non faccio nient’altro”. Invece tutto serve, ognuno di noi ha un repertorio dove si trova più comodo, ma il Barocco ad esempio, serve, io ho cantato molto Barocco, tanta agilità, tanto Belcanto e tutto, tutto aiuta, ti aiuta a trovare la marcia giusta; per fare i piani mi ha aiutato moltissimo il Belcanto, mi ha aiutato ad affinare la tecnica, l’agilità.  Ho cantato anche tanto Rossini, tutto serve perché la voce acquista duttilità e ti consente un controllo totale, sei tu che controlli la voce. E ricordarsi che niente è impossibile, se sono riuscita io, che non ho mai avuto una voce chissà che, ma con una passione forte con una voce normale puoi fare delle cose straordinarie, perché è questo che conta, la musica parte dal tuo cuore. Però ci deve essere una dedizione totale, tu devi vivere per questa cosa. Dico “oggi non mi va di cantare”, no non è il tuo ideale. Vale la pena combattere per un ideale, la cosa dà veramente una soddisfazione totale che assorbe completamente. E non riesco a stare ferma, proprio non riesco. E tendo sempre a dare tutta me stessa, con i miei limiti, i miei difetti e i miei pregi. E voglio vivere fino in fondo quel sogno che ho inseguito fin da piccola. E questa cosa la dico ai giovani, niente è impossibile, non è importante se vieni dall’Albania, dall’Africa, dall’Italia: è importante la determinazione, si entra in un tunnel, ma se tu vedi quella luce in fondo, anche se non la vedono gli altri non vuol dire che non esiste, tu inseguila perché prima o poi funzionerà. Io l’ho vista quella luce e ogni volta che sono sul palcoscenico è lì.

È  stato veramente meraviglioso parlare con te, Sandro,  la passione che viene da te tira fuori la passione da me!

Sono io, Ermonela, a ringraziare te, per la tua generosità e per questa straordinaria conversazione che hai regalato a me e a chi la leggerà.

Sandro Corti

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